di Luca Fumagalli

Maurice Baring è uno di quegli scrittori che, celebrati in vita, sono caduti rapidamente nell’oblio dopo la loro scomparsa. L’inglese, amico fraterno di G. K. Chesterton e Hilaire Belloc, oltre a essere stato uno dei più brillanti autori cattolici d’inizio Novecento, fu largamente apprezzato dal pubblico e dalla critica sia per i suoi romanzi, affascinanti spaccati sociali di una Gran Bretagna in costante mutamento, che per i saggi, perlopiù a carattere storico o letterario. Tuttavia solo di recente, dopo anni di dimenticatoio, i suoi lavori migliori stanno conoscendo nuove ristampe, mentre in Italia, al contrario, si rimane fermi a una manciata di traduzioni risalenti a più di mezzo secolo fa.  

Daphne Adeane – conosciuto alle nostre latitudini col titolo appena modificato di Dafne Adeane – è senza ombra di dubbio uno dei romanzi più significativi di Baring. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1926, si presenta in apparenza come un classico dramma sentimentale, ma da sotto la superficie dei dialoghi brillanti e dei pensieri inconfessabili emerge capitolo dopo capitolo, con sempre maggiore insistenza, quel tema religioso che ha nella ricerca spirituale della protagonista femminile la sua massima espressione e che contribuisce a elevare il volume ben al di sopra della media del genere. Beninteso, non che Daphne Adeane sia un capolavoro in senso assoluto: sebbene esso riveli nelle citazioni la vasta cultura letteraria dell’autore e vanti intuizioni stilistiche tutt’altro che disprezzabili – ad esempio gli inserti epistolari – la parte centrale è troppo lenta e va irrimediabilmente a spezzare quel ritmo incalzante, godibilissimo, che caratterizza invece i primi capitoli e che ritorna solo nel finale. Pure l’epilogo pare affrettato e perciò poco credibile, come se Baring avesse voluto chiudere anzitempo una vicenda che gli stava sfuggendo dalle mani, lievitando oltre la misura consentita anche a un campione della narrazione-fiume come lui.

Nonostante i limiti, la formula proposta da Daphne Adeane, che riecheggia quella dei migliori lavori di Ford Madox Ford, venne in seguito ripresa, con qualche innovazione, da altri scrittori del cattolicesimo britannico quali l’ Evelyn Waugh di Ritorno a Brideshead e della trilogia Sword of Honour, e il Graham Greene di Fine di una storia.

La vicenda, ambientata a cavallo della Prima Guerra Mondiale, si apre sul giovane parlamentare Michael Choyce che, dopo la dolorosa conclusione della relazione clandestina con Hyacinth Wake, decide di sposare Fanny Weston, la figlia di un diplomatico, cresciuta all’estero e dotata di fascino e intelligenza. Se all’inizio le cose tra i due sembrano funzionare, con l’andare del tempo, però, la ragazza si rende conto che il marito non la ama veramente: Michael vive ancora nel ricordo di Hyacinth e nemmeno la nascita di due figli riesce a rimettere le cose apposto. Nella seconda parte del romanzo i ruoli si invertono e questa volta è Fanny, disillusa dal matrimonio, a non sentire più nulla per Michael, il quale, nel frattempo, accortosi del grave errore commesso, si ritrova per la prima volta a provare un sincero affetto per la consorte. La barriera del silenzio che si viene a creare tra i due, quell’«abisso sconosciuto dall’altro» che ognuno porta in sé, non fa che minare ulteriormente, a colpi di incomprensioni e fraintendimenti, un legame sull’orlo del collasso. Così, tra alti e bassi, si prosegue sino all’inaspettato lieto fine, segnato da una conversione che ha del miracoloso e da un ricongiungimento inatteso.

Intorno alla coppia gravitano numerosi amici e conoscenti, ma è soprattutto il ricordo di una certa Daphne Adeane, moglie ormai defunta di un magnate della City, a esercitare su di loro – e in particolare su Fanny, che, a detta di tutti, le assomiglia molto – una strana quanto significativa influenza. La storia di Daphne, una creola profondamente cattolica che viveva con la famiglia nella splendida magione di Seyton, si rivela alla protagonista e al lettore poco alla volta attraverso le testimonianze dello scrittore Leo Dettrick, del medico Francis Greene e dei tanti che hanno avuto modo di conoscerla in vita e di apprezzarne le straordinarie doti. Per quanto il suo nome faccia capolino già nel primo capitolo, è solo a partire dalla metà del romanzo che il fantasma della donna acquista consistenza, che gli aneddoti memorialistici sul suo conto iniziano a giustapporsi per formare un’immagine nitida (destinata comunque a rimanere contraddittoria, inevitabile esito di racconti non sempre perfettamente concordi). La misteriosa presenza di Daphne diventa allora uno strumento della grazia divina in grado di influenzare e orientare al meglio le scelte esistenziali di una Fanny rassegnata, che si accontenta di costruire «una capanna in mezzo alle rovine del tempio delle sue illusioni perdute».

Alla lunga, infatti, alla ragazza non bastano più né i figli, né gli estimatori e nemmeno le occasioni mondane per dare senso a una vita che considera sprecata. Indifferente pure alla rigida morale borghese, che fino a quel momento l’aveva tenuta lontana da ogni tentazione, arriva a tradire Michael, concedendosi a un uomo che ama e da cui è amata con pari intensità. Proprio quando tutto pare perduto, a seguito di un colloquio con un sacerdote, Padre Rendall, si riannodano in lei quelle suggestioni religiose che il suo agnosticismo paganeggiante aveva sempre derubricato a sciocchezze: nella sua mente la medaglietta di Sant’Antonio lasciata da Hyacinth a Michael, il messale di Daphne e la recita del Rosario a cui aveva assistito in una chiesetta francese si fondono per assumere i contorni di un possibile riscatto, di un nuovo cammino che comporta sì rinunce, ma offre anche la consolazione di una speranza che sfugge alle strette maglie del tempo e delle circostanze: «Non vedo per voi che una sola uscita, quella del sacrificio eroico. Nella vita succede quasi sempre così. Se prenderete un’altra strada non raggiungerete e non creerete che l’infelicità».

L’epilogo di Daphne Adeane vede Fanny consegnarsi al destino a braccia aperte, riappropriandosi di quel mondo di affetti che, per colpa propria o di altri, le era stato negato per troppo tempo. La sua storia, tra imprevisti e repentini cambi di rotta, conferma quanto sostenuto da Baring nelle primissime righe del romanzo, quando si sottolinea come tra il dramma della vita e quello teatrale via sia la profonda differenza che nel primo i dettagli decisivi acquistano rilievo solo dopo molto tempo. Il quadro che raffigura Daphne, osservato distrattamente durante la mostra in cui incontra Michael, diviene dunque per Fanny il segno più evidente di un Dio che ha per legge l’amore e che non abbandonerebbe mai un suo figlio nel dolore senza speranza.

A Lady Weston, madre della ragazza, è infine affidato il ruolo di chiudere la storia con un pensiero, a mo’ di commento, tanto immediato quanto vero: «C’era da ringraziare la Provvidenza che tutto terminasse così bene».