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di Massimo Micaletti

Nessuna meraviglia per l’archiviazione nel processo Cappato: dopo la decisione della Corte Costituzionale nei noti e desolanti termini nel caso “DJ Fabo”, ai giudici ordinari non restava che constatare che non c’è nessun reato nell’aiutare a morire chi lo chiede. Nessuna meraviglia neppure sui possibili sviluppi di questa barbarie in combinato disposto con la Legge 219/2017: tra qualche anno saranno soppressi dementi e bambini, come è accaduto ovunque si sia introdotto il “diritto di morire”, che puntualmente si trasforma sempre il dovere di crepare. E’ fin troppo facile prevedere dove si spingeranno le cose una volta che la china viene intrapresa, ancor più facile quando, altrove, la china la si è già percorsa speditamente. Nessuna meraviglia neanche per il “passo avanti di civiltà” che il Ministro Speranza ha compiuto negli ultimi giorni autorizzando l’impiego della pillola abortiva RU486 fino alla nona settimana di gestazione. Era solo questione di tempo: la RU486 non rispetta la 194, la RU486 è la 194 nella sua forma (al momento) più efficace e rispondente alla mentalità dalla quale l’aborto di Stato scaturisce. Del resto, nel nostro ordinamento, la vita altrui è diventata un’opinione da quando è stato introdotta la pubblica sovvenzione all’aborto e se ciò vale per il caso tremendo di una madre che rifiuta suo figlio, il quale non ha chiesto di essere concepito né tantomeno di essere soppresso, vale a maggior ragione nell’ipotesi in cui un estraneo porti a farsi ammazzare un malato che lo chieda (ma perché solo un malato, a questo punto? Perché devo essere per forza malato per farmi ammazzare? Non è una discriminazione? Chi può giudicare la ragione per cui voglio morire?).

Ora, quanto può durare una civiltà in cui la vita è un’opinione? Molto poco. La progressiva diminuzione del numero di coloro che hanno diritto a vivere (o meglio a non essere uccisi) va di pari passo con un indebolimento che è fisiologico nella sua patologia: dall’avvento del cristianesimo, infatti, il percorso di sviluppo delle civiltà è cambiato e ci si è provvidenzialmente assestati sulla difesa della vita innocente come condicio sine qua non per il progresso e la conservazione della collettività. Il cristianesimo ha avuto, tra i suoi numerosi meriti, quello di aver riconosciuto il diritto alla vita come spettante ad ogni essere umano nei confronti di tutti gli altri esseri umani: nessun uomo può privare della vita un uomo innocente senza essere punito, declinazione minimale e radicale del principio “primum, non nocere”. Questo assunto basilare è del tutto inconsistente, nel mondo contemporaneo. Dagli embrioni distrutti a milioni ogni anno nelle tecniche di fecondazione artificiale e nella sperimentazione alla soppressione di malati e disabili ormai praticata ovunque in occidente fino agli anziani lasciati morire soli come cani e disperati per paura del covid, tutto prova che la civiltà occidentale non si regge più sul rispetto della vita di tutti ma, all’opposto, postula che vi sia un insieme sempre più ampio di esseri umani per i quali la soppressione è l’opzione preferibile.

Questo scenario ha almeno tre implicazioni esiziali. La prima è che far morire un certo numero di persone comporta per la comunità una riduzione non solo quantitativa ma anche e soprattutto qualitativa. Una civiltà che risponde con la soppressione alla disperazione della malattia o al concepimento incosciente si priva della possibilità di guardare, accogliere e sostenere chi davvero è debole: “Di tutte le città della Grecia, Sparta è l’unica a non aver lasciato all’umanità né uno scienziato né un artista… Forse gli spartani, eliminando i loro neonati malati o troppo fragili, hanno ucciso i loro musici, i loro poeti, i loro filosofi”, così scriveva Jerome Lejeune. E’ una civiltà che non si mette alla prova e fatalmente abbandona chi nella prova si trova: agevolare il suicidio è la più grave forma di abbandono perché chi si fa uccidere non è libero, è solo con la sua disperazione. Dal rifiuto di guardare e riconoscere chi davvero è debole consegue l’individuazione di “nuovi deboli”, soggetti che in questa distorta cultura vengono protetti ma che, in realtà, hanno una condizione di gran lunga meno urgente di chi viene soppresso e ciò si rivela allorché le forme di tutela per immaginifici svantaggi divengono occasioni di prevaricazione: pensiamo al totalitarismo LBGT del ddl Zan-Scalfarotto ma anche al totalitarismo ambientalista, in nome del quale migliaia di persone perdono il lavoro e immense risorse vengono dissipate per sostenere un’economia in radice inefficiente. I nuovi deboli divengono in un istante fortissimi, perché deboli non erano affatto.

La seconda implicazione è che se si rende soggettivo ed opinabile – per compassione o egoismo è la stessa cosa – quello che è un fenomeno biologicamente pacifico, ossia l’esistenza in vita dell’individuo, tutto l’ordinamento deraglia perché vengono a mancare criteri oggettivi per individuare la condotta più grave in assoluto sul piano giuridico, ossia l’omicidio. Se passa il principio per cui uccidere una persona non sempre è omicidio, nessuno sarà più al sicuro: oggi l’eccezione è per la soppressione misericordiosa, ieri era per il tradimento colto in flagranza, domani sarà per qualsiasi altro motivo. E questa disastrosa conseguenza impatta in primis su coloro che non possono difendersi ma si estende in seguito anche a quelli che avrebbero possibilità di evitare la morte ma “per il loro bene” vengono ugualmente uccisi o aiutati a morire (che è poi la stessa cosa). Se la vita diventa un’opinione, anche l’omicidio lo diverrà ed è ciò che è accaduto; e se l’omicidio diventa un’opinione, ogni diritto della persona lo diverrà. Non è un caso se i regimi in cui più incerta è la tutela della vita sono anche quelli in cui la certezza del diritto in generale viene meno: non esiste né è mai esistita una dittatura in cui il Diritto sia definito e uguale per tutti, all’opposto tutti i regimi si fondano sull’imprevedibilità della norma nella sua applicazione, imprevedibilità che tutela i forti e lascia nel timore e nell’impotenza i deboli.

Terzo profilo: Cappato o Speranza c’entrano poco, con tutto questo. Sono mosche cocchiere di una frana che è iniziata parecchio tempo prima che Marco Cappato e Marco Pannella s’affacciassero a questo mondo: la fine – o il concreto rischio della fine – di una civiltà si realizza quando le sue élite hanno per la maggior parte un pensiero altro rispetto a quello che l’ha fondata, pensiero altro che diverrà presto o tardi pensiero ostile. Nel nostro caso, su una civiltà cristiana si è innestato un pensiero fortemente anticristiano e più marcatamente anticattolico che è a tutti gli effetti un pensiero sovversivo rispetto a quel che per duemila anni l’Occidente è stato, pur con le sue divisioni e la sua complessità. Si tratta di una forma mentis che, in quanto anticristiana ed anticattolica, non riconosce – tra l’altro – pari dignità a tutti gli esseri umano, non dissimilmente dal protestantesimo o dal diritto romano. Questo pensiero è ormai dominante nelle guide culturali del nostro tempo (università, politica, media, scienza, arte, anche Chiesa purtroppo) e se è arrivato a mettere seriamente in discussione quanto di meno discutibile c’è, ossia il concetto di “vita” e il dovere morale di proteggere gli innocenti e non uccidere i malati, vuol dire che risalire la china sarà lunga, ammesso che sia umanamente possibile: chi sta imponendo questa antropologia, del resto, raccoglie i frutti di tre o quattro secoli di lavoro costante e indefesso per la sovversione.

E’ fuori di dubbio dunque che la relativizzazione del diritto alla vita e del concetto stesso di vita sia la spia di un mutamento epocale, segno di una cesura difficilmente rimarginabile se non si lavora attivamente per ricostituire una élite culturale che sia davvero a favore della vita e soprattutto realmente cattolica. E’ un impegno grave e urgente, cui ognuno deve contribuire nelle sue possibilità, un impegno forse umanamente disperato ma cruciale: perché saranno queste cose qui che ci guadagneranno l’estinzione, non il global warming.