Su Radio Spada abbiamo toccato varie volte il tema delle guerre di religione che insanguinarono la Francia nel corso del XVI secolo. Abbiamo ricordato i 40 Gesuiti che furono massacrati dai pirati della Regina di Navarra, ugonotta convinta; abbiamo riportato gli interventi di Pio IV, tramite il Lainez, e di san Pio V per salvare la Francia dalle guerre che avrebbero provocato ed in effetti provocarono gli eccessi degli ugonotti e la scellerata tolleranza dei sovrani verso di loro. Oggi vogliamo trattare di una vicenda scottante quale è la sanguinosa Notte di San Bartolomeo; e lo facciamo riprendendo un ricchissimo ed utilissimo articolo pubblicato da La Civiltà Cattolica nel 1867.

Giorgio Vasari, Seconda storia della Notte di San Bartolomeo, Sala Regina, Vaticano, 1573
[foto da qui]

Gli avvenimenti di Francia , da noi descritti nei precedenti articoli , ebbero immenso rimbombo in tutta l’ Europa. Alla prima notizia che rapidissima se ne sparse per ogni paese, le genti rimasero attonite e sbalordite, come a cosa del tutto inaspettata e quasi in credibile; ma, tostochè non rimase più luogo a dubitare del fatto, i sentimenti, gli affetti, le passioni che un sì tragico avvenimento dovea suscitar , proruppero da ogni lato vivacissime, e secondo le contrarie disposizioni degli spiriti, diversissime. L’Europa era allora divisa in due gran campi, il cattolico e il protestante, come è anche al dì d’oggi; ma, laddove oggidì le ire religiose si sono, dopo tre secoli, assai illanguidite, e il sopravvenuto indifferentismo e lo spirito miscredente delle moderne rivoluzioni, sempre più allargandosi, hanno pressoché cancellato negli Stati europei e ne’ loro governi le divisioni fondate nella differenza di religione; allora al contrario, queste divisioni e quelle ire erano tanto più vive e risentite, quanto più fresca era la grande scissura aperta da Lutero nel corpo sociale della cristianità, e ancor durava accesa in molle parti la guerra che pel dominio del mondo facevansi ad oltranza il Protestantesimo e il Cattolicismo. Quindi è che, siccome tutte le nazioni d’Europa avean preso sinora sommo interesse nelle peripezie, in cui questa guerra tenea da dodici anni agitata la Francia, così ſu grandissima in loro la sorpresa e la commozione all’udire il fulminante colpo di stato, con cui Carlo IX , che da due anni in qua avea mostrato tanto favore verso gli ugonotti, ora tutto ad un tratto si era volto a farne così atroce macello, e parea risoluto a sterminarli interamente dal regno. I Potentati e popoli protestanti ne concepirono immenso sdegno e dolore; ed i Cattolici generalmente ne esultarono come di un trionfo , tanto più caro quanto meno sperato, benché non a tutti piacesse il modo con cui questo trionfo erasi ottenuto .
La corte di Francia, prevedendo la pessima impressione che le novelle della strage avrebbero prodotta presso i Principi eretici, coi quali ella tenea strette relazioni d’amicizia, si sforzò , benché indarno, di ammorzarne l’effetto; e Caterina de’ Medici mise in campo tutte le arti e gl’ingegni della sua diplomazia per ammansare i furori che quelle novelle destarono. Corrieri sopra corrieri furono subito spediti, con lettere del Re e della Regina madre, ad Elisabetta d’Inghilterra, al Principe d’Orange, ai Cantoni protestanti della Svizzera, all’Elettor di Sassonia e agli altri Principi d’Alemagna per dare spiegazione del fatto, e con ampie istruzioni agli ambasciatori residenti presso le medesime corti, sopra il modo con cui doveano rappresentare e colorire l’uccisione degli ugonotti. In questi dispacci, il Re, deplorando con gravissimi termini il macello di Parigi, ne recava la prima e principal colpa alla gran congiura, dall’Ammiraglio e da’ suoi ugonotti macchinata contro la vita del Re e di tutta la reale famiglia: la scoperta improvvisa di tal congiura e l’urgenza del pericolo averlo costretto di permettere ai Guisa l’uccisione dell’Ammiraglio e de’ suoi complici: il popolo, irritatissimo contro gli ugonotti, essere quindi trascorso ad eccessi e furori non potuti dal Re in niuna guisa frenare: però in tutto questo fatto non essere punto questione di religione, ma solo di congiura e di fellonia politica: ed essere ferma volontà del Re di mantenere intatto verso gli ugonotti l’editto di pace del 1570, salvo qualche piccola modificazione voluta dalle circostanze de’ tempi ; e parimente essere suo desiderio e volontà sincerissima, di conservare con tutti i Principi protestanti la medesima amicizia e buona intelligenza che pel passato.
Nondimeno tulle queste spiegazioni e proteste poco o nulla valsero a persuadere i Principi ed a placare le ire suscitate negli eretici dalla carnificina de ‘ loro fratelli di Francia. In Inghilterra, la regina Elisabetta si mostrò sopra tutti sdegnatissima del fatto, e ne diede pubbliche mostre colla solennità lugubre onde volle ricevere le giustificazioni presentatele, in nome del suo Re, dall’ambasciatore francese, La-Mothe Fènélon. Ella lo ammise a pubblica udienza, in una sala tappezzata a nero e rischiarata dal lume di faci funeree; la Regina e le dame e tutti i dignitarii della sua Corte vi comparvero vestiti a gran lutto; l’ambasciatore fu introdotto e accolto con glaciale mestizia; e dopo ascoltata in silenzio la lettura del suo dispaccio, Elisabetta con brevi e crude parole rispose deplorando la Francia e il suo Re. Nell’Olanda, il principe di Orange, malgrado le belle parole di Carlo IX, scriveva costernato a Giovanni di Nassau, che la strage del S. Bartolomeo era stata per la causa sua e di tutti i Protestanti in Europa un coup de massacre. Dalla Germania, lo Schomberg rispondeva al Re, la piaga aperta nel cuore dei Principi tedeschi dal macello di Parigi essere si profonda e velenosa che non era da sperare di potere per ora mitigarla. E intanto, a viepiù inasprire le collere, da Ginevra e dalle accademie di Alemagna usciva fuori un nugolo di virulenti libelli o pamphlets, in cui Carlo IX era chiamato un Erode, un Faraone, un Nerone gavazzante nel sangue de’ sudditi, ed il suo Consiglio un covile di tigri e di leoni assetali di strage; e si esagerava il numero delle vittime e la crudeltà delle morti; e si spargeva la voce che poi restò così universalmente accredilata fino ai nostri tempi, che la strage ugonotta fosse stata da lunga pezza premeditata. Insomma, da quel dì tutto il mondo prole stante si alieno dalla Francia per sì fatto modo, che, quantunque niuno de’ Potentati eretici osasse venire con lei ad ostilità e vendette aperte, nondimeno restarono interrotte e quasi al lutto sciolte le relazioni d’amistà e le alleanze che prima ad essa legavanli, o con ciò andarono in fumo le ambiziose speranze che sopra tali amicizie la politica di Caterina de’ Medici avea fondate. E buon per lei, e pel regno, se dal nuovo stato di cose Caterina avesse saputo trar savio partito, e invece di farsi a ritessere faticosamente la tela che ad un tratto le si era rotta fra le mani, ed a rannodar trattati ed amicizie cogli eretici , si fosse risolutamente gittala nella gran lega dei Principi cattolici, alla quale i Papi e il Re di Spagna da lungo tempo la sollecitavano, per abbattere l’eresia, sorgente perpetua di ribellioni. Ma sulle bilance politiche di Caterina de’Medici i motivi religiosi avean poco o niun peso, e nei consigli di Dio era scritto che i guai della Francia non dovessero finire così tosto.
Poco dissimile a quella delle Corti protestanti fu l’impressione che i fatti di Parigi produssero nella Corte di Vienna. L’imperatore Massimiliano II, il quale, come si esprime un ambasciatore veneto, “volea a star bene con i cattolici e con gli eretici”, e per paura di questi li favoriva fino ad essere riputato egli medesimo mezzo eretico, disapprovò con fortissimi termini come imprudente, anticristiana, tirannica e barbara la strage fatta degli ugonotti, e compianse l’infelice suo genero, Carlo, che si fosse lasciato trascinare da chi ne reggeva i consigli, a commettere tam foedam lanienam. E come gli ugonotti fuggiaschi facean correre voce in Germania, che l’ Imperalore fosse stato non solo consapevole ma istigatore della strage, egli respinse con isdegno l’atroce calunnia.
Ma ben diverso fu il contegno mostrato dalla Corte di Spagna. Qui non accadeva usare artificii e delicatezze diplomatiche per annunziare la distruzione degli ugonotti; giacché Filippo II, e per l’ odio mortalissimo che professava a tutti gli eretici, e per l’ interesse di Stato che gli faceva riguardare come suoi nemici speciali i calvinisti di Francia, complici dichiarali de’ suoi ribelli ne Paesi Bassi, non potea ricevere novella più gradita di questa, che cioè l’ Ammiraglio e tutti i capi della sua fazione erano stati d’un colpo tolti di mezzo. Tanto più , che questo colpo era stato da lui medesimo pochi giorni prima del 24 Agosto, caldamente consigliato al Re Cristianissimo; quantunque allora le disposizioni di Carlo IX, tutto ancora infatuato dell’Ammiraglio, poca o niuna speranza dovessero porgere a Filippo di vedere abbracciati i suoi consigli. Al vederli ora dunque così in un subito non solo eseguiti, ma oltre ad ogni speranza sorpassati, e con ciò levato a sé di dosso quel sì terribile peso di affanni e di paure che gli dava l’incubo dell’ ugonotteria francese, non è maraviglia ch’ei dovesse in gran maniera rallegrarsi. «Veramente il Re di Spagna (scriveva il Michiel) ha causa di fare la statua a Caterina de’Medici, non che di esserle obbligato, per il beneficio conseguito per sua causa della conservazione degli Stati di Fiandra, i quali senza la morte dell’Ammiraglio irrimediabilmente erano perduti». Quindi è che Filippo, nel rispondere alle lettere di Caterina e di Cario, annunziatrici del grande avvenimento, e nell’inviar loro per congratularsene il marchese d’Ayamonte come ambasciatore straordinario, non rifiuta di lodare le loro Maestà del giusto castigo, da esse inflitto all’Ammiraglio e a’ suoi seguaci. Cette action, scrive egli a Caterina, de tant de valeur et prudence, ce grand service à la gloire et honneur de Dieu, au bien universel de la chrestienté el particulièrement du Roy mon frère (Carlo IX), fut pour moy la meilleure et plus grande nouvelle qui pust jamais me venir; et pour me l’avoir escrite je vous en baise bien forlement les mains. Indi la esorta a compiere e coronare la grand’opera sì ben cominciata, purgando la Francia da ogni infezione d’eresia, e dando addosso ai ribelli ugonotti in modo da farla finita una volla con essi e colle lor dottrine; questo essere il maggior bene che possa arrivare alle loro Maestà, da ciò dipendendo l’intera conservazione della loro corona; ed egli offrirsi prontissimo ad aiutarli in tal opera con ogni suo potere .
Il Duca d ‘Alba, luogotenente di Filippo II nei Paesi Bassi, accolse anch’egli, com’era da aspettare, con sensi vivissimi di gioia la notizia dei fatti di Parigi, che egli in una sua lettera chiama ammirabili, e non solo vantaggiosissimi agl’interessi del Re suo signore, ma fecondi di gran bene per la conservazione della santa fede nella Cristianità e per l’accrescimento del divino servizio.
Né dissimili furono i sentimenti del Duca di Savoia, Emmanuele Filiberto. Giova udire dalla sua bocca medesima l’espressione ch’egli ne fa e i motivi che ne arreca, in una lettera del 29 Settembre 1572 alla Santità di Gregorio XIII. Dopo aver detto di avere con ordini opportuni impedito agli eretici fuggitivi di Francia di ricoverarsi ne’suoi Stati, antivenendo in ciò il desiderio e le esortazioni di Sua Santità , soggiunge : «Et in vero, quando mi venne la buona nova che Iddio aveva conceduto al Re Cristianissimo l’opportunità di distruggere i predetti heretici, oltre la parte di allegrezza che con ogni principe et persona cattolica ne sentei, io con molta ragione l’ho particolarmente goduta, et godo sapendo l’odio che da essi mi era portato, et i disegni che havevano d’offendermi quanto prima avessero potuto. Et vedendo li Stati miei esposti al primo et al maggior pericolo; la onde riconosco essermi in ciò da Dio falta singolarmente grazia».
Lungo sarebbe il riferire le dimostrazioni di giubilo , con cui altri Principi cattolici e personaggi pubblici e privati salutarono come avvenimento faustissimo la strage degli ugonotti di Francia e la liberazione del Regno cristianissimo dalla loro tirannica prepolenza.
Basti dire che i carteggi diplomatici, le Relazioni, e le storie uscite allora a stampa da penne cattoliche intorno a quel fatto, per lo più sono piene di elogi, di ammirazione, di feste per sì felice ed inaspettato successo, esultandone come d’un beneficio immenso e per la Francia e per tutta la Cristianità. Molti eziandio, nell’esaltare il fatto, vanno a tal grado di entusiasmo e di enfasi che dà nello stravagante. «E che si desidera ora (cosi comincia la Relazione d ‘un toscano) da questo Carlo veramente Magno, e dalla gloriosissima sua Madre, con li altri due Cesari suoi fratelli? Che si vorrebbe d’avvantaggio da questi principi del sangue signori Guisi, ed altri signori, che con tanto valore e prudenza hanno eseguiti li santissimi comandamenti del loro buon Re? Chi è quello che non si contenti di questo populazzo Parigino, che con tanta alacrità ha messo in pezzi ed affogato chiunque egli ha saputo rinvenire delli ribelli di Cristo e del suo Re? Soleva dirsi Vespro Siciliano; si può dir ora Mattutin Parigino. Sia laudato l’onnipotente Dio, che mi porge occasione di scrivervi sopra così celesti nuove, e sia benedetto il trionfante san Bartolommeo, che nel giorno della sua festa, si è degnato di prestare alli suoi devoti il suo taglienlissimo coltello in cosi salutifero sacrifizio! ecc.».
Di somigliante tenore sono cento altre corrispondenze di quel tempo. Vero è nondimeno che, se tutti s’ accordano nel celebrare la sostanza e l’ esito del fatlo, non però a lulti piacque, come tosto vedremo, il modo e la sua illegalità violenta; soprattutto dopo che si ebbe più minuta contezza del come erano succedute le cose in quelle terribili giornate dell’Agosto .
Ma, per bene intendere il senso della Cattolicità nel giudicare a quei dì la strage del· S. Bartolomeo, dobbiamo volgere gli occhi principalmente a Roma, centro e capo del mondo cattolico, e perciò anche organo il più genuino e indice fedelissimo delle impressioni ispirate da quell evento ai Cattolici.


CONTINUA …