di don Giuseppe Rottoli FSSPX
da La Tradizione Cattolica, Anno XXVI – n°1 (94) – 2015, pp. 20-29.

Beato Angelico, San Pietro Martire che ingiunge il silenzio, 1442, Convento di San Marco, Firenze
[da wikipedia.org]

“Dove si parla molto non mancherà la colpa,
ma chi modera la sua lingua è prudentissimo”
(Prov 10.19).

“Quanto è vera questa sentenza, come è impossibile
parlare molto senza peccare”
(San Bernardo, Serm. De triplici custodia
manus, linguae et cordis
).

Sant’Agostino, commentando il Vangelo sulle «parole oziose» (Mt 12,36), mette in evidenza che l’abbondanza delle parole è una passione che possiede interamente l’uomo di cui si è impossessata; essa gli fa dire di più di ciò che occorre, spinto dal desiderio di parlare egli cade facilmente nel peccato, perché quando la lingua è sempre in movimento la memoria è esposta all’errore, mischia facilmente il falso al vero, ciò che nuoce a ciò che è utile, le cose vane alle cose necessarie. In mezzo al flusso delle parole è difficile e anche impossibile usare la prudenza e la circospezione richieste. Per questo motivo i grandi parlatori si lanciano in una folla di imprudenze, offendono gli altri, impiegano la maldicenza e le prese in giro, non perdono occasione per fare affronti, eccitare l’odio e commettere l’ingiustizia. L’abbondanza delle parole come minimo fa perdere il tempo «Che nessuno di noi – dice San Bernardo – disprezzi il tempo, questo tempo prezioso che troppo spesso si consuma in parole oziose, perché il tempo è un dono che l’uomo ha ricevuto, i giorni che gli sono dati sono giorni per la sua salvezza. La parola sfugge e non ritorna più, il tempo svanisce e non si può riprendere. L’ora che la misericordia del Creatore vi accorda è per fare penitenza, per ottenere il perdono dei vostri peccati, per acquisire la grazia, per meritare la gloria! Il tempo vi è dato per meritare di entrare nella società degli angeli, per rianimare la vostra volontà indebolita, per piangere le colpe di cui vi siete resi colpevoli … La lingua è una piccola parte di noi stessi, ma se non fate attenzione fa molto male, essa lecca con l’adulazione, morde con la maldicenza, uccide con la menzogna, distrugge l’amicizia, moltiplica i nemici, eccita le dispute, semina la discordia, con un solo colpo colpisce ed uccide molti uomini, essa è accarezzante e ingannatrice e sempre pronta a fare il male» (Serm. De triplici cust.). Queste considerazioni le troviamo spesso nella S. Scrittura, nelle opere dei santi e degli uomini pieni di Spirito Santo. Ad esempio San Giacomo ci ammonisce: «La lingua è un fuoco, un universo di iniquità… Infatti ogni specie di bestie, di uccelli, di serpenti e d’altri animali si doma ed è stata domata dall’uomo; ma la lingua non c’è uomo che possa domarla; è un male che non si può frenare; è piena di veleno mortale» (Gc 3,6). S. Agostino, dal canto suo, ci ricorda che «l’uomo doma le bestie feroci, ma non doma la lingua. Per domare il cavallo, il leone occorre l’uomo, ma per domare l’uomo occorre Dio» (Serm. IV De Verbis Domini secun. Matth.). Infatti, a causa delle conseguenze lasciate in noi dal peccato originale (e l’esperienza ce lo mostra tutti i giorni), l’uomo non si doma con le forze della natura, ma con quelle della grazia. «Mi sono spesso pentito di aver parlato male, ma mai di essermi taciuto», ha detto un antico personaggio (Simonides, Anton. in Meliss.). Ognuno può e deve applicarsi questa sentenza. È quasi impossibile che negli intrattenimenti frequenti e prolungati non ci sia niente che ferisca o la carità o la purezza o la verità. Ognuno dovrà rendere conto delle sue parole e Gesù ci ha avvertito dicendo: «Io vi dico che nel giorno del giudizio gli uomini dovranno rendere conto d’ogni parola oziosa che avranno detta; poiché tu sarai giudicato dalle tue parole e dalle tue parole sarai condannato» (Mt 12,36). San Bernardo commentando queste parole scrive: «Se una parola è qualificata come oziosa perché non si ha un motivo ragionevole di pronunciarla, che terribile conto si dovrà rendere di una parola contraria alla ragione, di una parola che la ferisca o la disonori? Che terribile conto dovrà rendere una lingua maldicente, calunniatrice, impura, scandalosa, una lingua che proferisce bestemmie, imprecazioni, maledizioni?» (Serm. De triplici cust.). Si può peccare con la lingua contro tutte le virtù, contro la carità, la religione, l’umiltà, la castità, la giustizia, la temperanza ecc.
Molte riflessioni nel presente articolo sono state prese dal libretto: “I peccati di lingua” del sacerdote salesiano Don Giuseppe Tomaselli di Messina.

È proibito profanare la propria lingua
San Giovanni Crisostomo afferma che: «Tutte le nostre parole devono avere un fine onesto, utile, ragionevole. L’uomo, poiché ha la ragione, deve parlare con buon senso. La lingua ci è stata data per lodare Dio, per pregare, per servire il prossimo e santificare noi stessi». La lingua è il membro con il quale riceviamo l’Eucaristia ed è con le parole pronunciate dal sacerdote che Gesù Cristo scende sull’altare. La lingua degli Apostoli ha illuminato, convertito e salvato l’universo pagano. La lingua dei giusti ha salvato il mondo in tutti i secoli, essa è un mediatore tra Dio e gli uomini, stabilisce la pace sulla terra e unisce gli uomini tra loro con la carità. Per questo motivo una lingua saggia, pia e persuasiva è un immenso dono di Dio. San Giacomo ci ricorda che, purtroppo, con la lingua «benediciamo il Signore e Padre, e con essa malediciamo gli uomini, che sono stati creati a immagine di Dio. Dalla stessa bocca esce la benedizione e la maledizione. Non bisogna, fratelli, che sia così» (Gc 3,9). Un santo eremita vedeva gli Angeli volare attorno ai monaci quando parlavano di pietà e vedeva i demoni, sotto la figura di animali immondi, quando parlavano di argomenti mondani. «Fratelli miei – gridava questo santo uomo – finite, finite questi discorsi così vani che sono la rovina delle anime!». Gli intrattenimenti pii invece fortificano l’anima e piacciono a Nostro Signore. Un giorno che San Francesco d’Assisi parlava di Dio coi suoi religiosi, Nostro Signore apparve in mezzo ad essi e li benedisse dicendo: «Pax vobis».

La maldicenza
Si commette questo peccato parlando male del prossimo o per invidia o interpretando male la sua condotta, sia negando le sue buone qualità e azioni, sia diminuendo il merito dei suoi atti. Questa specie di peccati spiacciono molto a Dio. I maldicenti sono odiosi e il Creatore li punisce in modo orribile. Ricordatevi di Maria sorella di Mosè: «Ora Maria ed Aronne parlarono contro Mosè a causa della moglie di lui che era di Etiopia e dissero: “Forse il Signore ha parlato per bocca del solo Mosè? Non ha parlato ugualmente anche a noi?”». Dio la punì coprendola di lebbra per sette giorni (Nm 12,1). Non dimentichiamoci neanche di Core, Datan e Abiron che parlarono male delle decisioni di Dio e furono inghiottiti tutti vivi. «Appena Mosè ebbe finito di parlare, si spalancò la terra sotto i loro piedi, ed aprendo la sua bocca li inghiottì, con le loro tende e con tutta la loro roba; scesero vivi all’inferno, sepolti dalla terra, e perirono di mezzo alla turba» (Nm 16,31).

La calunnia
La calunnia è la lesione in modo ingiusto della buona fama di un altro, attribuendogli mancanze false, in questo modo all’ingiustizia si aggiunge anche la menzogna. La calunnia è l’arma dei vili e dei malvagi. Quando ci si vuol vendicare e non si può riuscire altrimenti, s’inventa un’accusa contro la persona odiata e la si diffonde spudoratamente; c’è chi non vi crede, c’è chi dubita dell’accusa e c’è chi l’ammette senz’altro. Ordinariamente la calunnia nasce da gelosia. Allora si tenta di oscurare la persona benemerita con incolparla di ciò che non ha commesso; per lo più la calunnia ottiene il suo scopo, perché il male suole essere creduto più del bene. Si vedono perciò illustri personaggi, che hanno coperto alte cariche civili e religiose, essere deposti all’improvviso; si vedono abili impiegati, modelli di onestà, essere allontanati dai loro uffici, ove onoratamente guadagnavano il pane, ed essere anche imprigionati. Ecco quali sono i frutti della calunnia! Quanti torrenti di lacrime e di sangue ha fatto versare la lingua! C’è però un Dio giustissimo, il quale a suo tempo ripagherà tutto e saprà dare al calunniatore il meritato castigo!

La detrazione o mormorazione
La detrazione o mormorazione consiste nel rendere pubblica ingiustamente una mancanza che qualcuno ha fatto realmente. In genere, se la mancanza è grave la detrazione è un peccato grave, in quanto semina discordie ed inimicizie. Già san Gregorio l’aveva notato e scrisse: «L’incontinenza della lingua è la sorgente di tutte le discordie» (Lib. V Moral.) Oh quanti peccati si commettono nelle conversazioni, però se i detrattori non trovassero uditori compiacenti sarebbero forzati a tacere. Vigilate dunque sulle vostre orecchie e chiudetele senza pietà ad ogni discorso cattivo, ascoltare è essere complici. San Bernardo diceva: «Parlare male o ascoltare il detrattore, non è facile dire chi è il più condannabile». Il salmo 139 ci ammonisce che: «L’uomo che abusa della sua lingua non si affermerà sulla terra, il male lo investirà al momento della morte» (Ps 139,12). Quando la mancanza è pubblica non vi è violazione della buona fama, la carità tuttavia suggerisce di mettere un velo sulle colpe del prossimo. Infatti se non è mormorazione il palesare una colpa già pubblica, potrebbe però essere peccato il parlarne, se si facesse questo con un certo qual gusto del male altrui, oppure per lo scandalo che può darsi agli ascoltatori trattandosi di fatti disonesti, oppure per lo stesso parlare inutile. La miglior cosa da farsi è questa: pensare più ai fatti propri che agli altrui e pregare per le persone che conosciamo aver mancato. Se il tempo che si impiega a considerare le colpe del prossimo s’impiegasse a pregare per lui, quanto bene si farebbe a sé e agli altri! Una volta a Gesù fu presentata una donna colta in flagrante delitto di adulterio. Degli uomini avevano delle pietre in mano per lapidarla ed ucciderla, aspettavano il cenno di Gesù, ma Egli disse: «“Chi di voi è senza peccato, getti per primo contro di lei la pietra”. Ma essi, udito ciò, se ne andarono uno dopo l’altro, cominciando dai più anziani» (Gv 8,1-11). Quando ci si trova in conversazione e si mettono in campo le mancanze del prossimo, ancorchè siano pubbliche, allora è il caso di dire: «Chi di noi presenti non ha mai mancato, cominci a parlare male del prossimo!». Credo che, facendo l’esame di coscienza, nessuno possa aprire bocca. Purtroppo avviene il contrario, cioè i primi a parlare delle colpe altrui sogliono essere quelli che ne hanno fatte delle più grosse. Quando non si può impedire la maldicenza è consigliabile allontanarsi dalla comitiva e lasciare così isolato il mormoratore. Non sempre questo sarà possibile da farsi; allora i presenti sono obbligati a non dare motivo al maldicente di continuare, facendogli domande in proposito, procurando di fargli cambiare discorso, tenendo un contegno serio, alieno, o guardando altrove o mostrando la faccia triste, quasi per dire: “Il tuo parlare o mormoratore non piace!”. Se chi parla si accorge che i presenti non l’ascoltano volentieri, naturalmente è costretto a
smettere.

La delazione
La delazione (fare il rapportatore, la spia) consiste nel riferire a uno ciò che un altro ha detto di lui. Lo Spirito Santo dice: «Hai udito una parola contro tuo fratello? Lasciala morire in te, di sicuro non ti farà morire» (Eccli 19,10). Chiunque va a riferire all’interessato ciò che ha udito fa un male più grave di quanto si possa immaginare. Quando si sente dire qualcosa contro di noi in nostra presenza, allora si può ragionare e chiarire ogni cosa, ma se invece si riferisce una mancanza e l’offensore è assente, se la persona offesa è iraconda e vendicativa può arrivare alla rissa e purtroppo si registrano anche molti delitti per questo motivo. Se non si arriva a tanto si potrebbe accendere nel cuore dell’offeso un odio che potrebbe durare forse per tutta la vita. Chi è responsabile davanti a Dio di tanto male? Colui che va a raccontare le cose udite!

Le ingiurie
L’ingiuria consiste nel ledere ingiustamente l’onore di un presente dimostrandogli la nostra poca stima. Essa si può fare con parole, gesti o omissioni. Il proferire ingiurie è un furto che si fa dell’onore altrui, bisogna perciò ridare al prossimo ciò che gli è stato tolto. Una parola ingiusta diretta ad un inferiore o ad un uguale è una colpa davanti a Dio; la stessa parola ingiuriosa rivolta a un superiore è una colpa maggiore, essendoci il disprezzo dell’autorità. Quando una famiglia riceve un’offesa, o da parenti o da altri, si suol fare in casa un gran parlare del fatto, ognuno dice la sua, per lo più sono imprecazioni o parolacce che si lanciano contro gli offensori. Dunque in famiglia si suscita un incendio. È dovere di tutti spegnerlo. Dopo qualche tempo l’offesa ricevuta si comincia a dimenticare e
questo è un gran bene. Si stia però attenti a non riaccendere il fuoco primitivo; il che si ottiene non richiamando più il passato. Basta che un familiare in una conversazione accenni alle offese passate perché gli animi si eccitino, e ricomincino le ingiurie e le imprecazioni. Si abbia perciò l’avvertenza di non rievocare mai i torti per non caricarsi la coscienza di nuove colpe. Chi ha questo vizio deve correggersi sia per non mancare di carità, sia per non dare cattivo esempio a chi lo ascolta. La “vendetta” dell’anima cristiana è il perdono e il pregare per l’offensore. Quando perciò qualcuno manca verso di noi coprendoci di ingiurie preghiamo per lui come Gesù pregò sulla croce per i suoi carnefici; se possiamo fargli un favore generosamente cogliamone l’occasione. Non c’è mezzo migliore per rendere amico il nemico, che ricambiare col bene il male ricevuto. Questa è la vera pratica della religione e della virtù. Abbiamo fatto dei peccati? Questo è uno dei mezzi migliori per scontarli ed averli perdonati da Dio.


Segue …