Sintesi della 610° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. preparata nella festa di san Giovanni Eudes e postata nella festa di San Bernardo di Chiaravalle. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

Ci approssimiamo alla commemorazione del settimo anniversario della morte di Carlo Arata (1924-2013), filosofo contemporaneo, il cui indirizzo potrebbe definirsi con una certa approssimazione ontologico-personalista, autore di molti saggi nel campo dell’ontologia, della teologia, della filosofia teoretica, i cui tratti peculiari sono la brevità e al contempo il rigore argomentativo. A due anni dalla sua scomparsa, il 20 aprile 2015 ne ha commemorato la meritoria e scrupolosa opera teoretica il Convegno dal titolo ” l’ indagine metafisica di Carlo Arata: un unicum nella filosofia italiana”, organizzato a Genova dalla facoltà di Scienze Umanistiche, dal DAFIST (dipartimento di Filosofia, Storia e Geografia), dall”AFL, ovvero la Sezione Ligure della Società Filosofica Italiana.

Carlo Arata è stato professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Magistero e Scienze della Formazione dell’Ateneo genovese. Negli anni 50′ ebbe un consolidato rapporto con Gustavo Bontadini e Francesco Olgiati, scrisse importanti articoli di sapore teoretico e teologico sulla Rivista di Filosofia Neoscolastica e la pubblicazione di “Lineamenti di un ontologismo personalista” del 1955 aprì lui di fatto la possibilità di conseguire la libera docenza in Filosofia Teoretica nel gennaio 1956. Tre anni dopo conseguì la cattedra per l’insegnamento di “Istituzioni di Filosofia” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Come Gustavo Bontadini, l’ Arata intese affrontare l’ indagine metafisica sulla base del principio di non contraddizione, tuttavia allora l'”astro crescente” Emanuele Severino tendeva ad egemonizzare l’ impostazione di questa problematica, ottenendo consensi anche presso buona parte degli stessi studiosi cattolici che di fatto accolsero la versione parmenidea del principio di non contraddizione proposta da Severino (1). Carlo Arata invece ne prese risolutamente le distanze, considerandola di sapore immanentista e in contrasto con la filosofia cristiana; non doveva trattarsi di un diverbio di peso trascurabile, dato che Arata si vide persino costretto ad​ abbandonare l’Ateneo. È attestato comunque che, nonostante il dissenso in campo teoretico, mantenne buoni rapporti di amicizia con Severino, mentre quelli con Bontadini si raffreddarono. Successivamente, insegnò filosofia teoretica pressi gli Atenei di Trieste e Macerata, mentre dal 1976 al 1995 tenne corsi di Filosofia presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Genova.

In impegnativi lavori come “I lineamenti di un ontologismo personalistico” (1955) e i ” Principi di un’ interpretazione trascendentalistica e personalistica della Metafisica classica” (1955) lo sforzo di Arata è stato nella prima opera quello di giustificare l’ irrinunciabilità’ della metafisica a fondamento del sapere filosofico contro il pensiero debole, segnatamente di matrice naturalista-positivista, nella seconda di delineare il concetto di identità, che lungi da dover essere concepita come una legge naturale necessitante, costituisce in realtà la “stessa autocoscienza dell’essere che in essa realizza la sua “reditio completa su se medesima”. In questo modo Arata può confutare l’accusa mossa al realismo classico di essere realismo ingenuo. L’ “unum” non ha valenza naturalistica alcuna, bensì metafisica e “si rivela come la condizione più profonda dello stesso originario auto illuminarsi dell’essere”, ciò che porta San Tommaso d’Aquino ad affermare che “ens et unum convertuntur”.

Nell’ontologismo personalistico aratiano inoltre il concetto di Persona è fondato sulla struttura di identità (intesa in senso non naturalistico necessitante ma metafisico) e anche sulla ragione metafisica, ciò che consente di rimarcare nettamente la differenza tra il suo personalismo rispetto all’indirizzo dell’esistenzialismo ateo contemporaneo, in cui la ” persona” è concepita, non senza spesso consapevole apologia di sradicamento, come alcunché di gettato nell’esistenza senza fondamento, senza radici, senza riconducibilità a Logos alcuno.

Invece, per il personalismo metafisico aratiano, ” la ragione stessa trova nel concetto metafisico di persona, in esso solo, il luogo del suo perfetto attualizzarsi e riconoscersi e si garantisce così da qualsiasi risoluzione e dissoluzione strumentalistica, che le è invero inevitabile laddove l’originaria struttura metafisica dell’autorelazione, e cioè appunto l’ identità, viene sacrificata al piano dell’ eterorelazione”(2)

Il presente studio è specificamente dedicato alla riflessione di Carlo Arata sulla differenza tra l’impostazione tomista e quella fenomenologica del concetto di evidenza.

Il concetto di essere, che pure rappresenta, almeno apparentemente, la nozione più elementare della scienza metafisica, è diventato oltremodo problematico dal momento in cui il soggettivismo razionalista contemporaneo di matrice cartesiana ha sostituito alla metafisica dell’essere la metafisica del pensiero, con l’assunto della priorità del “cogito” sull'”essere”. Per contraccolpo, l’obiettivismo di matrice positivista ha notevolmente contributo a un indebito riduzionismo della nozione di essere, riducendolo al dato naturale, quasi che il dato sensibile e sperimentabile fosse sufficiente per se a definire la nozione di essere, anziché essere semplicemente​ sintomo o segno dell’ esistenza.

Indubbiamente, la fenomenologia husserliana si inserisce, come riconosce Carlo Arata, nella galassia della reazione al positivismo che ha segnato il primo Novecento. A giudizio di E. Husserl, il positivista ha pienamente diritto di affermare che il compito della filosofia consiste nella descrizione dell’esperienza, ma la sua prospettiva risulta riduttiva nella misura in cui egli pensa di ridurre l’esperienza autentica a dati naturali. A giudizio del filosofo moravo nulla autorizza ad affermare che il dato naturale sia originario e in secondo luogo la sfera dell’esperienza offre ben altro che dati naturali sensibili, in essa si configurano altresì forme, valori, eideie.

È risaputo che è stata Edith Stein, studiosa di origine ebraica, convertitasi al cattolicesimo a proporre una conciliazione tra tomismo e fenomenologia nel primo Novecento, già nella sua opera del 1927, ” Contributi per una fondazione filosofica”, poi successivamente nell’opera del 1934, ” Essere finito ed essere eterno”(3); di fatto, la Stein ha ravvisato la possibilità di inverare e al tempo stesso rendere imperitura la “philosophia perennis” nella concezione di Husserl. Ella riteneva possibile tale conciliazione a partire dall’ osservazione che tanto San Tommaso d’Aquino quanto Husserl hanno rifiutato lo spiritualismo astratto e astruso, di fatto il sinolo tra anima e corpo affermato dall’ Aquinate ricalcherebbe la ferma decisione husserliana di non separare mai lo spirito dalla materia.

Di fatto, possiamo asserire il configurarsi nella prospettiva fenomenologica di Husserl una sorta di ” tomismo sotterraneo” e inconsapevole? Può caratterizzarsi la fenomenologia husserliana come una sorta di introduzione almeno negativa al neotomismo?

Il recupero del concetto di intenzionalità alla base della spiegazione gnoseologica, per cui gli atti intenzionali sono correlati ma distinti dai dati noematici, il rifiuto della confusione psicologistica tra noesis e noema, ordine logico e ordine naturale, non sono forse aspetti che richiamano a un incontro tra San Tommaso e Husserl?

Le eideie originarie, irriducibili a una sommatoria di dati sensibili individuali (ad esempio l’ eideia di triangolo, a differenza di quanto sostengono empiristi e positivisti, è irriducibile a una serie di figure triangolari disegnate sul quaderno e non ricostruibile a partire da esse) non rimandano forse agli intellegibili che si offrono alla visione intellettuale di cui parla San Tommaso?

A giudizio di Arata, non è lecito esagerare la convergenza tra l’ impostazione tomista e quella fenomenologica, sino a ravvisare la possibilità di un inveramento del tomismo nella fenomenologia stessa, qui egli dissente sia dal filosofo della scienza Franco Voltaggio (4), sia dal già citato giudizio della Stein.

La nozione tomista di ” actus essendi” rimanda senza altro a implicazioni teologiche a fondamento dell’ontologia, estranee all’impostazione puramente immanentista husserliana; premesso questo, nel suo “discorso sull’ evidenza” contenuto in “Persona ed evidenza nella prospettiva classica”( Edizione Marzorati) Carlo Arata dimostra con condivisibili argomenti la sostanziale estraneità della nozione di evidenza husserliana, di natura eidetica ( basata cioè sulla prensione del fondamento di senso o eidos) rispetto alla concezione tomista.

Le analogie cominciano ad attenuarsi, dopo che sì è preso atto del fatto che tanto San Tommaso d’Aquino quanto Husserl spiegano la conoscenza sul terreno dell’ intenzionalità (noesis e noema sono distinti e tra coscienza e oggetto sussiste ” identità intenzionale” e in nessun caso fisico- psicologica).

Per l’ ontologia​ tomista il prius dell’ esperienza non è già la contrapposizione tra il polo del soggetto a quello dell’ oggetto (un’ impostazione fuorviante che permea tanta filosofia contemporanea) bensì ” aliquid est”.

In questa ottica, la speculazione ha pienamente diritto di interrogarsi su “che cosa esiste”, a partire dal principio che ” aliquid est”; nondimeno l’ epoche fenomenologica che si interroga su ” che cosa è evidente” ( ovvero ciò che ” regge” all’epochè) è un’ inutile cerimonia, che eredita in qualche modo il dubbio scettico cartesiano.

Per San Tommaso d’Aquino nulla preesiste a priori all’atto di conoscenza, ad eccezione dell’intelletto, della facoltà conoscitiva stessa; di conseguenza la conoscenza non può prescindere dalla esperienza sensibile, da quella sfera empirico naturalistica, cui Husserl, alla ricerca dell’ eidos, nega indebitamente oggettività e rilevanza.

Qui traspare subito la differenza tra il ” vedere” husserliano” e il ” vedere” della Metafisica classica. Indebitamente Husserl giudica fenomenologicamente irrilevante tutto ciò che rimanda al piano dell’ esperienza comune: essa costituisce per la Metafisica classica tomista il terreno originario della conoscenza, per quanto successivamente sia resa intellegibile attraverso la visione intellettuale dell’ universale.

Invece Husserl, troppo assillato dalla fondazione trascedentale e dall’impazienza di rendere intellegibile il noema tramite la riduzione fenomenologica, mette tout court l’ambito naturale tra parentesi e la sua indagine esclusivamente si concentra sull’ eidos, fondamento di senso (5).

Premesso che il conoscente sia intellettivamente sano e che i suoi organi di senso siano privi di menomazioni, non vi è motivo fondato alcuno di considerare ingannevole e inautentica la sfera della conoscenza naturale, è arbitraria la pretesa husserliana di sospenderla, per l’ impazienza di attingere l’ eidos. in termini di metafisica tomista classica, l'”actus essendi” è legame trascedentale di essenza ed esistenza, dal momento che l'”essenza come potenza richiede pur sempre un atto che è ad un tempo di esistenzializzazione e individuazione, il cui risultato è l’ ente individuo così come di volta in volta si pone (6).

L’ “actus essendi” dice dunque riferimento sia all’essenza che all’esistenza, perché attualizzando la possibilità dell’essenza, l’essere conferisce ad essa intellegibilita’. Invece, nella prospettiva husserliana l’actus essendi subisce, ad avviso di Carlo Arata, un’indebita essenzializzazione, che del resto non è che una tara ereditata dal cartesianesimo.

Infatti, per il filosofo moravo, è nella eideia che l’atto di essere trova tutta la sua pregnanza, alla sua definizione non può concorrere l’esistenza naturale, accidentalita’ irrilevante sul piano fenomenologico

Carlo Arata crede infine di poter ravvisare nell’intuizione eidetica husserliana quasi un “vedere divino”, non già umano; è vero che Husserl ha sempre rifiutato di concepire la propria intuizione eidetica come uno strumento alogico e mistico di accesso al reale. L’intuizione eidetica assurge a trascendentalità’ e dunque a perfetta razionalità; ma la pretesa husserliana è pur sempre quella di garantire alla conoscenza la prensione dell’ essere nella sua completa intellegibilita’; nondimeno, soltanto un intelletto divino potrebbe afferrare l’ intellegibile puro, ciò che ovviamente è precluso all’intelletto umano finito; esso può attingere a tal guisa solo a un sapere costantemente mediato dall’esperienza sensibile e per giunta, a differenza del ” nous” divino, non può pretendere alla prensione immediata dell’ essenza (“la cavallinita’”), ma accontentarsi della visione intellettuale dell’universale logico (concetto universale di “cavallo”).

Husserl conclude quasi a una divinizzazione dell’ intelletto umano (consapevolmente o meno), perché l’ intuizione-visione dell’ eidos compete esclusivamente al Creatore.

Approssimandomi alla conclusione del mio rapporto, posso risolutamente affermare che l’ intenzionalità, obliata ( idealismo filosofico e psicologismo) o intesa in modo riduttivo (obiettivismo e positivismo naturalista) in tanti indirizzi di pensiero contemporaneo è il vero terreno di incontro tra Husserl e la Metafisica classica tomista, dal momento che “solo il vedere è l’originario e il conclusivo, in forma immediata ( nel caso della conoscenza di Dio), mediata ( nel caso della parziale e sempre perfettibile conoscenza umana)”.

Non si può non ammirare e condividere il proposito husserliano, segnatamente nella sua “Crisi delle scienze europee”, di rivendicare l’ autonomia della sfera dei fini valori rispetto alla loro riduzione al piano tecnico-strumentale operata dallo scientismo contemporaneo.

Nondimeno, l’obiettivo della fenomenologia di ridonare alle scienze positive il legame con la razionalità classica (obliato dal momento che lo scientismo contemporaneo si è involuto in astrazioni e parcelizzazioni, perdendo di vista il terreno del concreto” mondo della vita”, da cui le scienze attingono le proprie intuizioni originarie) è destinato allo scacco in un contesto immanentista quale quello della fenomenologia.

Ma è soprattutto dalla precedente sezione del mio lavoro che si possono trarre riflessioni decisive ; l’obiettivo della fenomenologia quanto della metafisica classica tomista è il presupposto dell’ intellegibilita’ del reale. È nondimeno aporetica la pretesa husserliana di giudicare fenomenologicamente privo di valenza tutto ciò che non è riducibile all’intellegibile puro, ovvero la sfera dell’ esperienza naturale comune; invece la nozione di conoscenza imperfetta e mediata, che di necessità  deve incontrare il terreno dell’ esperienza sensibile, delineata dalla Metafisica classica tomista rende perfettamente l idea della finitudine dell’ intelletto umano, cifra della miseria e al tempo stesso della grandezza dell’ uomo di fronte al Creatore: ad esso è dato di accedere a una parziale intellegibilità del reale, che arriva a presenza tramite la visione intellettuale dell’universale logico, ma deve pur rinunciare a una visione eidetica che offra l’intellegibilita’ totale del creato… questo è un “vedere divino”, precluso alle potenzialità intellettive umane, oppure compete ai poeti, non certo alla speculazione filosofica.

Note all’articolo

(1) infatti Severino accoglie il principio di non contraddizione nella sua versione parmenidea (l’essere è necessariamente ed è impossibile che non sia) compromettendo aspetti come l’ analogia entis e l alterità ( che Aristotele invece afferma pienamente nella sua riforma del p.n.c stesso), negando il divenire e concependo l’ universo come una massa Eterna e Immobile

(2 )cfr. Carlo Arata, Persona ed Evidenza nella prospettiva classica ( Ricerche filosofiche), Marzorati, Milano, p 10

(3) E’ più che dubbia la conoscenza della Summa teologica da parte della Stein,

(4) Franco Voltaggio assimilò le eideie di Husserl alle forme sostanziali tomiste anziché alle ousie platoniche, dal momento che esse non sono concepite da Husserl separate in un ambito iperuranico, ma incarnate nell’esperienza naturale. Parlo’ esplicitamente di “tomismo inconsapevole” della visione ontologica di Husserl

(5) cfr. Carlo Arata op cit., pp.142-144

(6) cfr. Carlo Arata, op.cit, p.147