[DA LEGGERE] Sant’Ippolito e i Philosophumena: la confutazione delle eresie dell’epoca

Sintesi della 607° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo causa epidemia di coronavirus. preparata nella festa di Sant’Ignazio di Loyola e postata nella festa di San Pietro in Vincoli. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

All’approssimarsi della commemorazione ecclesiastica di Ippolito Romano (170-235 d.c) mi pregio di dedicare questa conferenza a colui che è stato esimio Padre della Chiesa (pur in una posizione critica in alcuni aspetti verso la Sede apostolica), esegeta, teologo morale, indefesso e implacabile confutatore di tutte le eresie che hanno funestato la Chiesa romana nei primi secoli del cristianesimo. Ippolito è venerato tanto dalla Chiesa cattolica che da “quella” ortodossa.

Aggiungo che Ippolito è patrono della cittadina calabrese di Gioia Tauro, ove la sua fama è quella di protettore dei cavalli e che la sua celebrazione liturgica avviene il 13 agosto, dal momento che secondo le fonti di allora il 13 agosto 236 venne sepolto nella località di Campo Verano. Si addormentò nel nome del Signore non senza essersi riconciliato con papa Ponziano che da prigioniero aveva abdicato ed aver invitato i suoi adepti a rientrare nella piena comunione con la Roma papale. Peraltro tanto Ippolito quanto Ponziano, dopo essere stati esiliati da Massimino il Trace, furono martirizzati entrambi in Sardegna nel 236 d.c.

Con enorme fatica ancora oggi è possibile ricostruire le origini di Ippolito di Roma, con ogni probabilità egli proveniva dal Medio Oriente e apparteneva a una galassia di dotti teologi e letterati nella lingua greca, essi già da tempo ricoprivano un ruolo preponderante all’interno della Chiesa Romana; tutte le sue opere in effetti sono state scritte in greco e proprio nell’epoca di Ippolito Romano a Roma stava per estinguersi progressivamente l’uso della lingua greca, vieppiù sostituito dal latino nell’opera teologica, esegetica e letteraria.

Agli albori del del III secolo, egli poteva già considerarsi il più grande dottore della di Roma; ricoprendo di fatto quel ruolo di teologo morale che allora Tertulliano aveva a Cartagine e Origene ad Alessandria.

Tra le sue opere più autorevoli annoveriamo il “Trattato su Cristo e l’ Anticristo”, il ” Commentario su Daniele”, la “Somma contro tutte le eresie” e i “Philosophumena” su cui mi diffonderò in questo studio. Egli fu non solo teologo ma altresì ministro, nondimeno è lecito concludere che le sue preoccupazioni furono preferenzialmente di natura speculativa e apologetica, anziché di pratico impegno nella società.

Fu integralmente teologo, non solo i “Philosophumena ( che costituiscono di fatto la “Summa” sistematica che decostruisce di fondamento tutte le eresie) ma anche tutte le altre sue opere vertevano sulla confutazione della sovversione ereticale. Mai ritenne opportuno addivenire a compromesso alcuno con gli eretici, da lui considerati nemici della Fede.

Secondo le testimonianze di Eusebio di Cesarea, San Girolamo, papa Damaso I e Prudenzio, Ippolito Romano provenne dall’Asia Minore e fu discepolo di Sant’Ireneo di Lione che esercitò notevole influenza sulla sua concezione teologica; il suo approdo a Roma coincise con il pontificato di Zefirino (199_217 d.c). Non vi è peraltro accordo tra gli studiosi per quanto riguarda il suo effettivo ruolo ricoperto all’interno della Chiesa Romana e mentre il Dollinger e l’Harnack propendono a pensare che egli abbia ricoperto la funzione di vescovo, Puech sostiene che fu semplice presbitero e mai assurse al vescovato.

Alla ricostruzione cronologica delle sue opere diedero notevole contributo Eusebio di Cesarea e San Girolamo. Il primo attestò che fosse vescovo di una diocesi che pur non riuscì a identificare con precisione e nella sua Historia Ecclesiae (VI, XX,22) diede un elenco di una serie di suoi scritti. Il secondo integrò con ulteriori opere l’elenco fornito da Eusebio e inoltre nel suo De viris illustribus (cap I, XI) narrò della presenza di Origene in occasione di una sua famosa omelia. Ulteriori apporti alla conoscenza dell’opera di Ippolito Romano offrì il prezioso reperimento nel 1551 della statua del Santo, oggi conservata presso il Museo Laterano.

L’ attività letteraria di Ippolito Romano è stata prodigiosa e infaticabile, almeno quanto quella di Origene. Per quanto riguarda le opere lui attribuite, oggi ci affidiamo alla ricostruzione sistematica operata da Padre Leclercq, in un articolo contenuto nel suo “Dictionaire de archeologie chretienne et de liturgie”; si tratta di una lista di ben quarantatre opere, la maggior parte delle quali (trentatré) recano il titolo in greco, quattro in latino e sei in francese. Peraltro di alcune opere non ci è stato tramandato che il titolo, altre ci sono pervenute in maniera frammentaria e un considerevole numero di questi frammenti è in lingua copta, armena, araba, siriaca.

Soltanto il “Trattato su Cristo e l’ Anticristo” ci è pervenuto in modo completo e questo potrebbe sembrare un paradosso dal momento che con ogni probabilità è l’opera più antica scritta da Ippolito Romano.

In maniera quasi completa ci sono state tramandate le seguenti opere: il “Commentario su Daniele”, il “Trattato contro Natale”, la “Tradizione apostolica”, i “Philosophumena” e la “Cronaca”. Il vescovo ha trattato nella sua opera una vasta gamma di soggetti, escatologico, esegetico, filosofico, liturgico ed eresiologico.

Si distinse come esegeta del Nuovo Testamento e di quello Antico e purtroppo proprio le opere esegetiche pervenuteci presentano carattere di frammentarietà, ad eccezione del “Commentario su Daniele” che sì è conservato quasi del tutto integro.

Durante il pontificato di San Zefirino (198_218 d.c) due questioni teologiche erano assolutamente preminenti, quella relativa alla natura della Divinità di Gesù Cristo e quella relativa alla conciliazione tra l’unità divina e la formulazione trinitaria.

Tre dottrine teologiche avevano fornito soluzioni divergenti: l’adozionismo, il modalismo e la Teologia del Logos. La prima soluzione era segnatamente eretica, sostenendo che Gesù non avesse natura divina ma fosse semplicemente un figlio adottivo di Dio; il modalismo riconosceva la Divinità di Cristo, ma di fatto negava distinzione reale tra le Persone della Trinità. La Divinità è per definizione Una e Indivisibile e le Persone sono modalità inerenti alla sostanza Divina unitaria. Infine, la Teologia del Logos, dottrina sostenuta da Ippolito Romano, sosteneva che la Divinità incarnatasi in Cristo fosse il Verbo e il Figlio di Dio. Egli sosteneva la Teologia del Logos ( Padre, Figlio, Spirito Santo, tre Persone di Natura Divina realmente distinte) contro l’adozionismo sostenuto da Teodoto e contro il modalismo professato da Noeto, Epigone, Sabellio, Cleomene, e fatto proprio, a detta di Ippolito, nei dibattiti teologici dai Papi Zefirino e Callisto. La controversia fu talmente aspra da determinare un grave scisma in seno alla Chiesa Romana; contrapponendo la “scuola di Papa Callisto” ( cui invero apparteneva la maggioranza dei fedeli) e la “Chiesa” di Ippolito Romano. I Papi Zefirino e Callisto accusavano allora Ippolito di minare la semplicità della professione di fede battesimale, un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Persino accusavano Ippolito di affermare il ditismo, ovvero l’ esistenza di due Divinità.

A giudizio di Ippolito invece, San Callisto sarebbe stato assertore del modalismo in maniera ancora più risoluta rispetto a Sabellio, tutto questo va anche considerato esempio di una forte esasperazione polemica degli animi in quegli anni.

Con la disamina dei Philosophumena ( in greco argomenti filosofici), opera che reca in latino il titolo “Elenchus” introduco l’ultima sezione del mio lavoro. Oggi l’opera è attribuita unanimemente a Ippolito Romano, mentre originariamente si pensava fosse stata scritta da Origene; è un’opera talmente sistematica ( di cui sono andati perduti il II e il III libro) da contenere la confutazione di ben trentatré eresie gnostiche che hanno inficiato la Teologia protocristiana e numerose credenze pagane.

Originariamente il titolo Philosophumena fu attribuito al solo primo libro che circolava separatamente dal contesto dell’opera; è una sintesi della filosofia greca antica ed è significativo che Ippolito Romano abbia introdotto l’opera con questa sinossi, dal momento che alla filosofia greca gli eretici, empi e renitenti, nonché tronfi di arroganza per la presunta originalità delle proprie dottrine, in realtà si sono abbeverati.

Ippolito classifica nella galassia del naturalismo Talete, Pitagora, Empedocle, Eraclito, Anassimandro, Anassagora, Anassimene, Archelao, Parmenide, Leucippo, Democrito, Ecfanto e Ippone.

Socrate e Platone appartengono alla scuola dei “moralisti”, Aristotele ha fondato la “scienza dialettica”, e gli stoici Zenone e Crisippo appartengono anche essi all’orizzonte della dialettica. Epicuro avrebbe fondato un sistema peculiare, l’atomismo, irriducibile agli altri. Sempre nel I libro Ippolito menziona la setta dei Brahmani, originari dell’India e dei Druidi che furono ferventi discepoli di Pitagora. La tesi del Nostro Autore secondo cui le eresie del protocristianesimo discendono dalla filosofia greca è comprovabile con buoni argomenti; ad esempio la sostanza originaria di Eraclito, in cui tutti i contrari si identificano, ha prodotto la tendenza a un protopanteismo, dall’orfismo pitagorico, platonico e neoplatonico, basato sulle idee dell’anima ” prigioniera del corpo” e del dualismo spirito- materia, è derivato lo gnosticismo manicheo, dalla divinizzazione pitagorica del numero sono derivate astruse concezioni occulte o magico-esoteriche.

Il libro IV destituisce di fondamento le fumisterie di maghi, astrologi, divinatori vari ; abbeverandosi a sette orientali come I Caldei e i Metacoscopisti, Eufrate il Peratico e Acembe di Caristo hanno edificato dottrine altrettanto eretiche. Anche gli astronomi e fisici dell’Antica Grecia , con tutto il loro lavoro di teorie, sperimentazioni e misurazioni, si sarebbero dati una vana pena, il ” genio” dell’astronomo Tolomeo sarebbe inutile in quanto basato sull’affidarsi alla sola ragione naturale, non illuminato dalla Rivelazione cristiana. Qui sarebbe d’ uopo muovere un appunto critico pur non malevolo nei confronti di Ippolito; egli confonde ingenuamente l’astronomia con l’astrologia, catalogando sia gli astrologi (considerati legittimamente “ciarlatani”) che gli astronomi nell’ambito di un’opera sterile, superstiziosa, non foriera di buoni frutti. In realtà, da parte sua si è dimostrato ingeneroso verso Tolomeo e l’opera di questo scienziato e astronomo va certamente considerata meritoria, contenendo le fondamenta a partire da cui si è sviluppata la scienza moderna.

Il libro IV si conclude con la documentazione del nesso tra le eresie gnostiche di Valentino e di Simone Mago con alcune idee di Pitagora, in tal modo egli si riallaccia al primo libro quasi interamente dedicato alle dottrine filosofiche degli Antichi Greci.

Il V libro è dedicato alla confutazione delle dottrine eretiche Ofite, in questa galassia Ippolito fa rientrare i Nasseni, i Peratae, i Sethians, infine le credenze di Giustino.

I Nasseni non erano che ciarlatani gnostici, iniziati a Misteri riservati a una ristretta élite e il punto di partenza della loro speculazione furono idee desunte da alcuni “saggi” greci.

I Perati si affidarono stoltamente agli astri per predire eventi futuri, anziché documentarsi sulla Sacra Scrittura.

I Sethians non mostrarono originalità alcuna, nonostante l’ impostazione megalomane delle loro dottrine, in realtà il loro sistema non è che un coacervo di teorie desunte da ” saggi” dell’Antica Grecia.

Giustino ha empiamente contraddetto l’ insegnamento delle Sacre Scritture, le quali raccomandano di non prestare in nessun caso orecchio alle dicerie dei Gentili ( Matteo, X,5). Egli ha sempre cercato di accattivare il proprio uditorio e di formare la cerchia dei propri “adepti” narrando i miti degli storici greci, segnatamente quelli di Erodoto.

Nel libro VI il nostro autore procede alla confutazione di ulteriori eresie e stravaganze; particolarmente livoroso il suo strale nei confronti di Simone, un ciarlatano proveniente dalla Samaria, molto versatile nel campo della magia; con orgoglio demenziale e stolto anelava all’autodivinizzazione, tentando un’impresa simile a quella di Apseto di Libia che aveva fatto credere al proprio popolo di essere effettivamente diventato un Dio, tanto è vero che il popolo offriva lui sacrifici e persino gli uccelli erano stati da lui addestrati a pronunciare ” Apseto è un Dio”. Nondimeno si sa, il diavolo fabbrica le pentole e non già i coperchi, sicché l’ imbroglio di questo ciarlatano è stato svelato da un greco. Dopo che questi ebbe convinto il popolo libico che Amseto era un imbroglione, esso lo catturò e lo arse vivo. Con le sue dottrine Simone sì è creato un circolo di proseliti che a lui ispirandosi hanno formulato sistemi altrettanto blasfemi.

L’ esoterismo iniziatico di Valentino si è abbeverato a quelle stesse dottrine occulte che Pitagora insegnava ai propri adepti a mezzo di simboli.

Marco, discepolo di Valentino, fu altrettanto versatile nell’arte della magia e, sia tramite l’invocazione di demoni che il ricorso a giochi di prestigio, trasse in inganno innumerevoli uomini. Era convinto di aver insita una notevole potenza autodivinizzatrice e di provenire da luoghi occulti riservati soltanto agli iniziati più elevati, preclusi alla grande maggioranza della gente.

Nel VII libro vengono confutate le eresie di Basilide, di Satornile e di Marcione.

Basilide ha edificato la sua dottrina eretica su alcuni sofismi aristotelici, e peggio, ha introdotto nella Sacra Scrittura il naturalismo pagano aristotelico.

Satornile provenne dalla città siriaca di Antiochia e fu discepolo di Menandro, di cui divulgò le dottrine. Un Dio misterioso avrebbe creato gli angeli, gli arcangeli, le virtù e le potenze; inde gli angeli, che per Satornile sono in numero di sette, avrebbero creato il mondo e l’ umanità, alla stregua di potenze emanatrici intermediarie tra Dio e il mondo.

Sempre Satornile concepì il Padre come un essere a tutti ignoto, indeterminato, senza corpo né forma, la sua natura di uomo in Cristo gli competerebbe solo apparentemente ( Satornile quindi professava apertamente il docetismo).

Marcione professò dottrine ancora più stravaganti e improbabili sotto il profilo stesso del lume della ragione naturale, oltre che blasfeme rispetto l’insegnamento della Sacra Scrittura. Di temperamento e costumi infimi dal punto di vista morale, ebbe l’ impudenza di fondare una scuola in cui regnarono demenza e cinismo. Lontanissimo dall’insegnamento di Nostro Signore Gesù, si abbeverò all’insegnamento del filosofo presocratico Empedocle, concludendo a una dottrina teosofica manichea tout court. Vi sono due cause ( Empedocle docet) di tutto il reale; l’ Amicizia e la Discordia, da cui discendono rispettivamente il mondo buono e quello malvagio

Nel libro VIII il nostro autore polemizza segnatamente contro il sistema filosofico dei docetisti, nonché contro l’empia eresia di Taziano .

I docetisti danno prova di non curarsi in alcun modo dell’insegnamento del Signore Gesù, si atteggiano quasi che si trovassero sulla retta via dell’ortodossia e con spirito di superiorità disprezzano il proprio prossimo, rimproverando ad esso la pagliuzza nell’occhio senza nondimeno darsi cura per eliminare la loro trave ( Matteo VII,3-4 e Luca VI,41-42). Si atteggiano a spiriti elitari, esclusivamente depositari della verità, non accessibile al volgo.

Il nocciolo della dottrina docetica è che la natura divina di Cristo appartenga all’ordine dell’apparenza anziché della datità oggettiva.

Il Figlio Unigenito, una volta disceso dal Cielo, avrebbe progressivamente assunto la forma di ciascuno degli eoni intermediari tra Dio e il mondo, nondimeno una volta disceso nel mondo non avrebbe incontrato gloria, né il popolo avrebbe realmente creduto che egli fosse il Figlio di Dio.

Taziano, che era stato discepolo di Giustino, anziché conservare fedeltà agli insegnamenti del suo maestro, edificò una dottrina teosofica peculiare, in cui figurano eoni intermediari tra Dio e il mondo ( in questo Taziano è debitore delle dottrine di Valentino e dei suoi seguaci). Inoltre, analogamente a Marcione, Taziano considerò immorale il matrimonio e affermò per Adamo l’impossibilità di attingere alla Salvezza Eterna, dal momento che egli era stato la cagione primitiva del Peccato Originale.

Dopo aver confutato tutti i sistemi eretici, Ippolito nel suo IX libro si dedica a una virulenta requisitoria contro le impostazioni eretiche che, a suo dire, erano sopravvissute sino alla sua epoca, in quanto in questo consiste la battaglia più importante; di qui l’ attacco a Callisto I, che pure era assurto al trono pontificio con l’ assenso della gran maggioranza del popolo. Imbevuto di una duplice eresia, quella di Cleomene, discepolo di Noeto e quella di Teodoto, Callisto avrebbe contribuito alla rottura dell’unità della Chiesa apostolica romana nonché a ingenerare confusione nelle menti di tutti i fedeli. Secondo Ippolito, l’ adesione all’eresia del modalismo professato da Sabellio e l’ influenza su di lui esercitata dalla deviazione eterodossa dell’adozionismo professato da Teodoto, sarebbero stati fattori determinanti per evincere che egli occupasse indegnamente la Sede di Pietro. Non e’ mia intenzione in questa conferenza approfondire la genesi storica di queste accuse, dal momento che la Chiesa ha sempre ritenuto quei pontefici come legittimi. Certamente il forte zelo e la passione polemica hanno avuto in Ippolito una grande influenza, accecandone la serenità di giudizio.

Infine, nel X ed ultimo libro, Ippolito intende operare una sorta di riassunto di quanto sostenuto nei precedenti nove libri.

Lo sforzo notevole, pur se gravato da attacchi indebiti alla Sede apostolica, operato dal vescovo Ippolito di ricostruzione e classificazione delle dottrine filosofiche dell’Antica Grecia, nonché delle dottrine eretiche gnostiche, iniziatiche, di natura magico -occultista, naturalista e spiritica, in nessun caso deve considerarsi un “pezzo d’ antiquariato”. Leggendo i Philosophumena, abbiamo fatto tesoro dell’imperituro insegnamento che la prima espressione della Carità è l’amore per la verità, inaccessibile a coloro che si affidano al lume della ragione naturale e non chiedono il soccorso della Grazia Soprannaturale.

A giudizio di Ippolito, la saggezza sterminata degli antichi greci, la perizia degli astronomi ( Tolomeo) e dei fisici ( Archimede), la creatività poetica ( Omero ed Esiodo) non sono che ” vanità delle vanità”, dal momento che il ” talento” dei pagani non è stato corroborato e illuminato dalla Rivelazione cristiana. Ma la Rivelazione cristiana è pubblica, accessibile ai poveri di spirito, non va sussurrata nell’orecchio, va predicata sui tetti! Coloro che pretendessero, come i docetisti, di appartenere a una ristretta cerchia di privilegiati depositari del Mistero rivelano tutta la loro megalomania.

Ma l’opera di Ippolito, pur appartenendo al protocristianesimo, può senz’altro tornare di attualità; basta considerare il fatto che la gnosi è un sistema tentacolare rovinoso che, lungi dall’arrestarsi nell’antichità, si è riprodotto nell’era moderna e contemporanea. Lo sforzo di autodivinizzazione di Schuon o di Evola non molto differisce da quello degli antichi Simone e Apseto di Libia. Inoltre, proprio per la sua instancabile confutazione dell’impostazione iniziatica, come di quella magico-esoterica e spiritica, l’ opera di Ippolito fornisce un fondamentale insegnamento a quanti oggi intendano sperimentare percorsi personali di iniziazione, illudendosi in tal modo di fuoriuscire dal nichilismo che permea il mondo contemporaneo.

Nondimeno, i Philosophumena rivelano segnatamente un limite, quello di un giudizio troppo monolitico sulla cultura filosofica dell’Antica Grecia; Ippolito spesso non ha saputo discernere il confine tra astronomia e astrologia, tra la scienza fisica di Archimede o l’astronomia di Tolomeo, entrambe fondate sulla proficua osservazione sperimentale e l’illazione superstiziosa. Considerando la dottrina platonica soltanto “sub specie” dello gnosticismo e dell’orfismo, non ha potuto enucleare quel nocciolo positivo di metafisica dell’essere che, elaborato da Sant’Agostino, San Bonaventura, Ulivi, ha potuto conciliarsi con il cristianesimo.

Considerando la filosofia di Aristotele solo nell’orizzonte del naturalismo pagano immanentista, non ha potuto cogliere le potenzialità di sviluppo in direzione dell’aristotelismo tomista che ha inverato il concetto di Motore Immobile, Pensiero di se medesimo, altro dall’universo nel concetto cristiano di Dio Creatore Provvidenza e Persona.

D’altronde non poteva accadere diversamente, essendo la speculazione di Ippolito quasi interamente concentrata sulla confutazione delle eresie che hanno inficiato una parte della prototeologia cristiana e sul loro nesso con le filosofie dell’Antica Grecia.

2 Commenti a "[DA LEGGERE] Sant’Ippolito e i Philosophumena: la confutazione delle eresie dell’epoca"

  1. #bbruno   2 Agosto 2020 at 10:15 pm

    Il modalismo di Sabellio “fatto proprio da papa Zefirino e papa Callisto nei loro dibattiti teologici”? Non sembra proprio. E se fosse vera sarebbe cosa di non poco conto: due papi sul principio del III secolo, che fanno propria l’eresia dei ‘modalisti’ , negatrice della Trinità divina…

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  2. #guelfonero   4 Agosto 2020 at 1:24 pm

    L’autore dice questo: Non e’ mia intenzione in questa conferenza approfondire la genesi storica di queste accuse, dal momento che la Chiesa ha sempre ritenuto quei pontefici come legittimi. Certamente il forte zelo e la passione polemica hanno avuto in Ippolito una grande influenza, accecandone la serenità di giudizio.

    Rispondi

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