29 AGOSTO
DECOLLAZIONE DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Guido Reni, Salomè con la testa del Battista, 1630-1635, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma
[foto da deartesacra]

Il racconto evangelico.
«In quel tempo: Erode aveva fatto arrestare e incatenare Giovanni in prigione ad istigazione di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello, che egli teneva seco. Perché Giovanni diceva ad Erode: Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello. Ed Erodiade tendeva insidie e bramava di farlo morire; ma non ci riusciva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e lo teneva in gran conto, e molte cose faceva dopo averlo consultato, e volentieri lo ascoltava. Ma venuto il giorno opportuno. Erode, nel suo dì natalizio, imbandì un convito ai grandi della corte, ai capitani e ai primi della Galilea. Ed essendo la figlia della stessa Erodiade, entrata a ballare e piaciuta ad Erode e ai convitati, il re disse alla fanciulla: Chiedimi quel che vuoi; io te lo darò. E le giurò: Quel che mi chiederai te lo darò, anche la metà del mio regno. Ed essa, uscita, domandò a sua madre: Che chiederò mai? E quella rispose: La testa di Giovanni Battista. E rientrata subito frettolosamente dal re, gli fece la domanda, dicendo: Voglio che sul momento tu mi dia in un bacile la testa di Giovanni Battista. E il re ne fu contristato; ma per il giuramento e per i convitati non volle contrariarla; e mandò subito il carnefice coll’ordine di portare la testa di lui in un bacile. Quello, decapitatolo nella prigione, ne portò la testa in un bacile, e la diede alla fanciulla, e la fanciulla la dette a sua madre. I discepoli di Giovanni, risaputo il fatto, andarono a prendere il suo corpo e lo posero nel sepolcro» (Mc. 6, 17-29).

L’insegnamento dei Santi Padri.
Così finì il più grande dei nati di donna, (Mt. 11, 11) senza testimoni, nella prigione di un tiranno di second’ordine, vittima della più vile delle passioni, prezzo di una danzatrice. Piuttosto che tacere davanti al delitto, sia pure senza speranza di correggere il colpevole, piuttosto che rinunciare alla sua libertà, anche se già in catene, la Voce del Verbo preferisce morire. Bella libertà della parola, dice san Giovanni Crisostomo, quando è veramente libertà del Verbo di Dio, quando per essa vibra quaggiù l’eco dei colli eterni! Essa è allora lo scoglio della tirannia, la salvaguardia del mondo, dei diritti di Dio e dell’onore del popolo, degli interessi temporali e di quelli eterni. La morte non prevale contro di essa: al misero assassino del Battista, a tutti coloro che vorranno imitarlo, fino alla fine del mondo, mille bocche diranno, ad una voce, dappertutto: Non ti è permesso possedere la moglie di tuo fratello!
«Grande e ammirabile mistero! – esclama sant’Agostino – Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv. 3, 30), diceva Giovanni, la Voce nella quale si personificano tutte le voci, che lo precedettero, annunziando con lui la parola del Padre incarnata nel suo Cristo. Ogni parola, in quanto significa qualche cosa, resta immutabile e una alla mente di chi la comprende, anche se sono molteplici i suoni, che le dànno corpo esternamente, le voci che la propagano, le lingue nelle quali può essere tradotta. Per chi conosce la parola sono inutili e formule e voci. Voce furono i Profeti, voce gli Apostoli; voce nei Salmi, voce nel Vangelo.
Ma viene la parola, il Verbo che era a principio, che era con Dio, il Verbo che era Dio: (ibid. 1, 1) quando lo vedremo come è (I Gv. 3, 2) sentiremo ancora leggere il Vangelo? Ascolteremo ancora i Profeti? leggeremo ancora le lettere degli Apostoli? La voce si indebolisce dove grandeggia il Verbo … Il Verbo in sé non cresce o diminuisce. Ma cresce in noi quando noi cresciamo in esso. Chi si avvicina a Cristo, progredisce nella contemplazione della Sapienza, trova poca utilità nelle parole; è necessario che tendano a venir meno. Così diminuisce il ministero della voce, man mano che l’anima progredisce verso il Verbo, così è necessario che Cristo cresca e Giovanni diminuisca. La Decollazione di Giovanni e l’Esaltazione di Cristo in croce vogliono indicare questo, cosa del resto già indicata dalle date di nascita di Cristo e di Giovanni. Partendo dalla nascita di Giovanni i giorni decrescono, partendo da quella di Cristo, vanno crescendo» (S. Agostino, Discorso 288).

L’insegnamento della festa.
Qui c’è un’utile lezione per coloro, che sono guida di anime nel sentiero della perfezione. Essi devono prima rispettosamente osservare l’azione della grazia in ciascuna delle anime affidate, per secondare lo Spirito Santo e non imporsi a lui e, a misura che progrediscono, devono evitare di ostacolare il Verbo con l’abbondanza delle proprie parole. Allora, felici di aver condotta la Sposa allo Sposo, imparino a dire con san Giovanni: Bisogna che egli cresca e che io diminuisca.
È ancora questa la lezione che ci dà la liturgia dei giorni ai quali andiamo incontro. Essa pare limitare i suoi insegnamenti, con la diminuzione del numero delle feste e con la mancanza prolungata di grandi solennità, che ricompariranno solo a novembre. L’insegnamento della Liturgia ha appunto lo scopo di adattare l’anima al magistero dello Sposo, in modo più sicuro e più completo di qualsiasi altro insegnamento. La Chiesa, come Giovanni, vorrebbe sempre lasciar parlare Dio solo, se fosse possibile, ma almeno desidera, al termine del suo cammino, affievolire la sua voce, per dare ai figli l’occasione di dimostrare che essi sanno ormai ascoltare dentro se stessi Colui che, per lei e per loro, è l’unico amore. Tocca agli interpreti del suo pensiero comprenderla bene.
Il racconto evangelico mette anche in rilievo l’eccezionale vocazione di Giovanni. «Insegna al cristiano che deve confessare la verità e saper morire per essa, anche quando la sua parola non sarebbe ascoltata e la sua morte, per quanto riguarda gli uomini, senza scopo, perché Dio può anche far apparente spreco dei suoi beni; tutto è suo e con i suoi Profeti e i suoi Santi può affermare la sua assoluta sovranità. La verità non ha bisogno che della nostra testimonianza» (Dom Delatte, Il Vangelo, i, 381).
La festa della Decollazione di san Giovanni Battista, come abbiamo esposto, può essere considerata come uno dei pilastri dell’anno liturgico e per i Greci è festa di precetto. Il ricordo che ne fa il martirologio geronimiano, il posto che occupa nei Sacramentari gelasiano e gregoriano provano che nella Chiesa latina è molto antica.
La morte gloriosa del Precursore avvenne in prossimità della Pasqua e, per onorarlo con più agio, per la festa è stato scelto questo giorno, che ricorda il rinvenimento del suo capo glorioso a Emesa.

Le reliquie.
I Discepoli di Giovanni, per evitare al corpo le profanazioni che Erodiade non aveva risparmiate alla testa gloriosa, da Macheronte, oltre il Giordano, dove il maestro aveva subito il martirio, l’avevano portato a Sebaste, l’antica Samaria, fuori delle frontiere di Antipa. La disgraziata Erodiade non fu soddisfatta, nel suo desiderio di vendetta, finché non ebbe forata, con una spilla per capelli, la lingua, che non aveva avuto paura di rinfacciarle la sua vergogna, ma ai tempi di Giuliano l’apostata, i pagani completarono l’opera invadendo la tomba di Sebaste per bruciare e disperdere i resti del santo. Ma il sepolcro vuoto restava tuttavia il terrore dei demoni, come costatò più tardi, con religiosa emozione, santa Paola. Salvate in gran parte, le reliquie preziose si sparsero per l’Oriente e all’epoca delle Crociate, furono portate in Occidente dove costituiscono la gloria di numerose chiese.


(Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1956, pp. 1034-1037)
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu