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Oggi, 2 agosto, ricorre il 75° anniversario della morte di Pietro Mascagni. Il celebre compositore aveva un rapporto di amicizia e venerazione verso Pio XII. Un giorno, in udienza privata, confidò a Pacelli il grave stato di salute della propria nipotina, a cui il Papa mandò un rosario e la sua benedizione.

di Massimo Scapin (02-08-2020)

Settantacinque anni fa, alle ore 7.15 del 2 agosto 1945, spirava a Roma, dopo una lunga malattia, il compositore e direttore d’orchestra livornese da molti considerato il caposcuola di quello stile operistico segnato da forte realismo che fu il verismo in musica: Pietro Mascagni (1863 -1945).
Nel 1940, durante il cinquantenario del suo lavoro più famoso, Cavalleria rusticana, così ricordava i preparativi per la prima rappresentazione: «Il mio sbalordimento toccò il massimo grado quando sentii l’interpretazione complessa della mia musica eseguita in modo meraviglioso in tutti i suoi particolari» (M. Morini, Pietro Mascagni, Vol. 2, Sonzogno, 1964, p. 169). Basata sull’omonima novella di Giovanni Verga, l’opera all’inizio del 1890 fu proclamata vincitrice della seconda edizione del concorso per atti unici bandito dalla casa editrice Sonzogno e, dopo il debutto al Teatro Costanzi di Roma il 17 maggio, riscosse dappertutto un clamoroso successo. Dopo Cavalleria seguirono altre opere, tra cui ricordiamo L’amico Fritz (1891), Iris (1898) e Nerone (1935); ma il riconoscimento pubblico del suo talento giunse negli anni con la direzione dei palcoscenici d’Europa e degli Stati Uniti.
Confortato con gli ultimi sacramenti dal parroco di S. Lorenzo in Lucina, morì, dicevamo, nel cuore di Roma, in un appartamento situato al piano nobile del Grand Hotel Plaza, dove viveva abitualmente dal 1927. Dal 28 dicembre 1948 lo attesta pure la lapide dietro al busto bronzeo del compositore, posta sul palazzo di via del Corso: «Pietro Mascagni da questa casa dove a lungo visse e operò il 2-VIII-1945 passò alla immortalità».
Il venerabile Pio XII, tramite mons. Giovanni Battista Montini, allora Sostituto della Segreteria di Stato, aveva già inviato il seguente telegramma: «Sua Santità è paternamente presente al grave lutto di questa famiglia e del mondo dell’arte, ai quali il cuore e il genio dell’illustre Maestro rivelarono tesori di bontà e di bellezza» (M. Morini, ibidem, p. 124).
Poco tempo prima di morire, Mascagni aveva chiesto e ottenuto un’udienza pontificia. Dopo la sua ultima apparizione pubblica – al Teatro dell’Opera dove diresse il suo Amico Fritz – nel 1943, ormai a ottant’anni di età e in sedia a rotelle, questa visita al Santo Padre e due precedenti erano state le rare uscite dal suo appartamento che la salute malferma e le gambe vacillanti gli avevano permesso.
Pio XII lo ricevette con tanto affetto nella Biblioteca privata del Palazzo apostolico, quindi si intrattenne con lui parlando d’arte, di musica e di vari altri argomenti. Qualche settimana dopo il musicista raccontava ad alcuni amici: «Ogni domenica il Papa mi fa dire la messa, qui in questo salone del Plaza, perché sa che io non posso più scendere le scale. Però, confesso che quando potevo scenderle non sempre ho assistito alla Messa. Insomma, il Papa mi ha aiutato in tutti i modi; nel periodo di magra, quando rimediare un po’ di pane e un po’ di carne non era cosa facil mi mandava il pranzo. Un grande Papa, un uomo santo davvero…» (M. Morini, ibidem, p. 123).
Il rapporto di venerazione del grande musico verso il Pastor Angelicus era iniziato il 31 ottobre 1891 nel ridotto del Teatro Costanzi di Roma, tra un atto e l’altro della prima rappresentazione de L’amico Fritz, quando il quindicenne romano, già buon violinista, aveva colpito il ventottenne livornese, già compositore affermato, «perché di buona stoffa e solida cultura musicale». Un secondo incontro tra i due avvenne più tardi in un palchetto ancora del Costanzi, dal quale l’allora seminarista Eugenio Pacelli e la sua famiglia assistevano a una nuova edizione della Cavalleria rusticana (cfr. E. Nassi, Pio XII, Camunia, Milano 1992, p. 25).
Tra molti episodi spicca l’udienza privata concessa da Pio XII al musicista e alla sua consorte, trepidanti per la salute della nipotina, nella primavera del 1942. In un articolo, apparso su L’Avvenire d’Italia del 2 giugno di quello stesso anno, Mascagni ci racconta la scena: «È facile pensare con quanta purezza di fede mi presentai in Vaticano. Sapevo già che Sua Santità era di una bontà divina, coronata da una grande mente e da un grande cuore. Ma non avrei immaginato di essere accolto con tanta deferenza che non ho nessuna veste per meritare. Sembrava proprio che Sua Santità volesse scendere al livello della mia statura per parlarmi liberamente. E infatti, mi parlò con grande semplicità della mia arte, ricordando particolarmente la nascita di Cavalleria rusticana quando Sua Santità era un ragazzo, quasi un bambino; mi diceva di non aver mai dimenticato quei giorni. Mi parlò di arte con autentica competenza. Si ricordò anche del periodo in cui vissi a Pesaro, dirigendo quel Liceo Musicale. Chiese gentilmente a mia moglie notizie della nostra famiglia, dopo di che io resi noto al Pastore dell’Umanità il triste caso della nostra cara nipotina. […] Al momento del congedo ad un tratto si alzò, si diresse verso di me con le braccia levate, pose le mani sopra le mie spalle, avvicinò il suo volto al mio e mi baciò sulle guance. Fui colto da viva commozione e piansi il più dolce pianto della mia vita. Il Sommo Pontefice impartì la benedizione apostolica a mia moglie ed a me, accompagnando il suo gesto col dono di una corona del rosario a mia moglie e di una bellissima medaglia d’argento, con la sua effige, a me. Poi mi consegnò un’altra corona del rosario pregandomi di mandarla alla nostra adorata nipotina, insieme alla sua benedizione».
I doni giungono alla bimba, che subito comincia a migliorare, tanto da far concludere a Mascagni il suo racconto: «Io che ho fede assoluta nella Divinità penso che quella fede debba creare la speranza; e perciò spero. E la speranza è basata sopra la benedizione del Santo Padre alla bimba ammalata e sopra il dono della coroncina benedetta. Il Santo Padre ha fatto il miracolo» (M. Morini, ibidem, p. 179).
Nei faldoni per il processo di beatificazione di Pio XII si trova anche questa testimonianza di Mascagni, insieme alle molte dei fedeli in cerca di «un minuto da soli» con il Papa perché intercedesse a favore di una difficile situazione di vita o di un congiunto malato (E. Nassi, ibidem, p. 294).
E, oltre alla piena guarigione della bimba, il Pastor Angelicus aveva ottenuto pure il ritorno del grande artista alla vita sacramentale, come attestano alcune lettere dello stanco Maestro. Il quale dedica al Defensor Civitatis il suo canto del cigno: l’antico inno, che celebra la gloria spirituale dell’Urbe, O Roma felix, per voce e organo, scritto nel 1943 «per il XXV anniversario della consacrazione episcopale di sua santità Pio XII».

(Fonte: LaNuovaBQ)