di Lucrezia Giulia Nicotera

Il testo del Tractatus Mysteriorum o De mysteriis (databile tra il 364 e il 366) viene recuperato nel 1844 da un codice risalente al XI secolo, custodito nella biblioteca di Arezzo e pubblicato dal Gamurrini nel 1887. Consegue la qualifica di liber officiorum attribuito a Ilario di Poitiers ed è identificato dal Wilmart con il Tractatus Mysteriorum di cui parla Girolamo,
dove per “misteri” si intendono le vicende dell’Antico Testamento che prefigurano la missione salvifica di Gesù Cristo e la fede della sua Chiesa. Il dottore esordisce con una serie di riflessioni su alcuni fatti veterotestamentari ricavati dalla Genesi: la tentazione di Adamo
ed Eva, l’assassinio di Abele da parte di Caino, Lamech, la nascita di Set, l’arca e l’ubriachezza di Noè, la primogenitura di Esaù e la benedizione di Giacobbe; e dall’Esodo: nascita e salvataggio di Mosè, le dodici sorgenti e le settanta palme di Elym, la manna.

Il secondo libro si concentra sul profeta Osea e la sua unione con la prostituta, quindi su alcuni episodi tratti dal Libro di Giosuè. Sul piano esegetico l’opera di Ilario costituisce un esempio d’eccezione visto che, fino a quel tempo, l’Occidente aveva risentito di un certo ritardo per quanto riguarda la diffusione del messaggio evangelico e la riflessione sulle Scritture: prima di assistere ad un’esperienza propriamente esegetica, il mondo latino dovrà punto attendere la seconda metà del IV secolo. Sant’Ilario, eletto vescovo di Poitiers intorno al 353-354, si rende partecipe di una prima fioritura della letteratura cristiana occidentale maturando una certa originalità d’impostazione. Scrive numerosi trattati, tra cui rammentiamo: il De Trinitate, il Contra Arianos vel Auxentium Mediolanensem e il Liber adversus Valentem et Ursacium (scritti polemici rivolti all’eresia ariana); il Contra Constantium Augustum e i Fragmenta Historica (opere storiche); gli Inni e il De Synodis seu de fide orientalium (opere dogmatiche); un Commentario al Vangelo di Matteo (il più antico in lingua latina) ed un Commento ai Salmi (in cui si avvertono le conseguenze del suo incontro con Origene, dovuto all’esilio in Asia); mentre il De mysteriis – a differenza degli Inni – è un libellus destinato ai chierici, al presbiterio, cioè ad un uditorio colto, al fine di guidarlo nella predicazione.

Esso si propone di trattare sistematicamente “di ogni cosa”, di cogliere il significato globale dell’AT attraverso una serie di figure tipiche o tipologie (da typos: “prefigurazione”) cristologiche ed ecclesiologiche, interpretate sulla base dei più tipici criteri alessandrini: simbologie numeriche, etimologie, significati di nomi, caratteristiche di animali e luoghi, procedimento della comparatio (risalire ad un motivo allegorico mediante la correlazione tra un passo scritturistico e un altro che lo richiami esteriormente per qualche particolare). Il fatto che a Sant’Ilario riesca di stabilire un nesso molto stretto tra la lettera e lo spirito dei testi sacri è
sostanziale.

Un’esegesi che si definisce ancor più dettagliatamente allorché il dottore viene a sottolineare come il senso tipico (o imitazione), dunque come la portata profetica delle vicende bibliche, abbia da essere raccordata con la sua storicità (fides): «E affinché noi percepissimo l’abbondanza della misericordia di Dio negli avvenimenti futuri prefigurati dai fatti presenti, tutto è stato raccontato e scritto così accuratamente, che una sola e identica serie di fatti storici si riferisce nello stesso tempo sia alla realtà attuale sia alla speranza futura».

Così l’esegesi ilariana ha trovato un punto di comunione tra i criteri fruttuosi dei letteralisti e quelli degli allegoristi, tra la sapienza esegetica d’Oriente e quella d’Occidente.
In proposito, il vescovo romano esorta i fedeli a «discernere mediante un esame approfondito e un giudizio motivato, quando il racconto dei fatti storici deve essere inteso nel suo senso letterale e quando nel suo senso tipico. E questo per non correre il rischio, attraverso un uso indiscriminato e sprovveduto, di rendere l’uno e l’altro inutili agli ascoltatori, se la
conoscenza dei semplici fatti è falsata con la pretesa infondata di trovarvi delle prefigurazioni, o al contrario se la forza delle prefigurazioni viene ignorata, credendo che si tratti di semplici fatti».

L’ambiziosa pretesa di espletare tutto il senso dell’AT in un libellus è
affatto sminuita dalla brevità di questo. Se il cammino del popolo d’Israele prepara alla Nuova ed Eterna Alleanza, la chiave che ci apre alla comprensione della pedagogia divina sarà custodita nei secoli dalla Verità che reca notizia di sé sotto il segno del Verbo di Cristo, in cui ciascun disegno profetico ha trovato il suo compimento, poiché «in ciascun
personaggio, in ogni epoca, nei singoli fatti, l’insieme delle profezie riflette come in uno specchio l’immagine della sua venuta, della sua predicazione, della sua passione, della sua resurrezione e del nostro essere riuniti nella Chiesa».


Libro primo: Adamo ed Eva prefigurazione di Cristo e della Chiesa


Il nome di Adam, tradotto in greco dall’ebraico come gepyrra e poi in latino come “terra flammea”, significa “terra bruciata”. Tosto l’autore assolve al compito di comprovare una prima traccia che figuri la venuta del Signore: «La Scrittura di solito indica con (la parola) «terra» la carne del corpo umano. Questa (carne), nata dalla Vergine per opera dello Spirito nella persona del Signore, con il cambiamento in forma nuova ed estranea alla sua natura, è stata resa conforme alla gloria dello spirito, secondo le parole dell’Apostolo: Il secondo uomo viene dal cielo ed è l’Adamo celeste, poiché l’Adamo terrestre è figura di colui che deve venire (1 Cor 15,47)». Segue il racconto della creazione della donna.

Dopo che Adamo ebbe imposto nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, senza trovare un aiuto che gli corrispondesse, il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, così da indurlo nel sonno; al suo risveglio, tale è la profezia che troviamo:
«Questa volta è osso dalle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2, 23-24). L’Apostolo Paolo dirà che «questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa». In effetti, quando i giudei vollero metterlo alla prova sul diritto di ripudio, Gesù convenne di ripercorrere queste parole a fronte della sua
incarnazione, in quanto erano state pronunciate da lui stesso più che da Adamo, e da qui: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e i due saranno una carne sola?”» (Mt 19, 4).

La nascita della Chiesa dalla piaga del costato di Cristo – prefigurata nella creazione di Eva -, topos assai ricorrente nella tradizione patristica, viene giustamente rievocata dal vescovo in questi termini: «Ora, poiché il Verbo si è fatto carne (Cf. Gv 1, 14) e la Chiesa è membro di Cristo (Cf. 1 Cor 12, 27), essa che dal fianco di Lui è nata dall’acqua ed è stata vivificata dal sangue
(Cf. Gv 19, 34); e ancora, poiché la carne, nella quale è nato il Verbo, sussistente prima dei secoli in quanto Figlio di Dio, rimane in noi per mezzo del sacramento, egli ci ha insegnato in modo chiarissimo che Adamo ed Eva erano figura di se stesso e della Chiesa, mostrandoci che, dopo il sonno della sua morte, questa (Chiesa) è stata santificata mediante la comunione
con la sua carne. Egli ci dice ancora per mezzo dell’Apostolo: Poiché non fu Adamo che peccò, ma fu la donna che, peccando, si rese colpevole di trasgressione.

Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione che essi perseverino nella fede (Tm 2, 14-15). La Chiesa dunque è composta di pubblicani, di peccatori e di pagani; e poiché solo il suo secondo e celeste Adamo è senza peccato, essa, peccatrice, sarà salvata generando figli che perseverino nella fede».

Caino e Abele prefigurazione di due popoli


La storia di Caino e Abele esibisce il secondo, grande dramma che l’esodo umano fa esplodere: dal disprezzo di Dio si procede in senso collaterale verso il disprezzo del prossimo. L’aspetto complesso della questione, spiega Ilario, sta nel fatto che fino ad allora non era stato rilasciato alcun pronunciamento che potesse a sua volta rendere sgradito il sacrificio di Caino. Tuttavia, posto che «il respinto porta invidia verso colui che è stato gradito, e, contrariamente all’ordine di Dio che lo esortava a calmarsi, colui che è stato approvato viene ucciso dall’altro […], il colpevole è maledetto per tutta la terra, che accoglie il sangue di suo fratello».

Non per caso il nome di Caino significa “riso”, quello di Abele “pianto”. E continua: «Questi fatti del passato non si sono forse compiuti tra i popoli?
L’offerta del più giovane è stata gradita, il popolo giudaico portava invidia verso il popolo cristiano e, inutilmente ammonito dai profeti, brucia dal desiderio di distruggerlo. […] Nel corpo di Cristo, infatti, in cui ci sono gli apostoli e la Chiesa, c’è il sangue di tutti (i giusti), che l’intera loro stirpe con tutta la discendenza ha preso su di sé, secondo quanto essi stessi hanno esclamato: Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli (Mt 27, 25)».