Giovanni Berchmans (12 marzo 1599 – 13 agosto 1621), Fiammingo, scolastico della Compagnia di Gesù, fu tra le fiaccole di santità nella Roma del Seicento. Fu beatificato da papa Pio IX il 9 maggio 1865 e canonizzato da papa Leone XIII il 15 gennaio 1888. Il corpo del Santo riposa nella chiesa di sant’Ignazio a Roma, dove morì, mentre il suo cuore è venerato nella chiesa dei padri gesuiti a Lovanio. Visse solo 22 anni, raggiungendo però le vette più eccelse della santità, come si può leggere nel brano seguente tratto dalla Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Berchmans, fiammingo, religioso della Compagnia di Gesù, scritta dal p. Virgilio Cepari della medesima Compagnia (Brescia, 1847).

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Si diceva che egli era un ritratto del beato Luigi e che nel veder lui pareva loro di vedere un altro beato Luigi; e nel giorno nel quale si fece la traslazione del corpo di questo beato dalla cappella della Madonna ove stava alla cappella nuova ad onore di lui dedicata, che fu alli 15 di giugno del 1620, mentre tutti i padri e fratelli andavano per la chiesa processionalmente e il nostro Giovanni era uno di quei che portavano i candelieri, il padre Giacomo Croce assistente d’Italia in vederlo disse al padre Teodoro Buseo assistente di Germania queste parole: questi mi pare un altro beato Luigi. E dalle cose sin qui dette e da quelle che si diranno si può conoscere quanto meritamente facesse questo giudizio.
Andò il felice giovane sempre crescendo di virtù in virtù di perfezione in perfezione, così disponendo Dio che disegnato aveva di presto chiamarlo a sé; e dove nell anno precedente 1620 aveva atteso principalmente alla virtù della santa umiltà e cognizione di se stesso, nell’ultimo anno della vita sua, che fu il 1621, nel frontespizio di un quinternetto nel quale disegnava di notare le sue cose spirituali di quell’anno, scrisse queste parole: Dixi, nunc coepi; e la virtù alla quale attese quest’anno e sopra la qual fece sempre l’esame particolare fu la carità ed allegrezza spirituale e tutte le carte sono piene di queste parole: Charitas, Charitas, est vivere in dies et horas che queste due cose congiunge insieme; mercé alla carità ed amore di Dio che gli aveva infiammato il cuore in guisa che non pensava più al vivere ma viveva a ore e a giornate tutto rassegnato nel divino beneplacito, ma con amorosa brama aspirando al possesso dell’infinito bene.
Andò in questo tempo con un padre grave del collegio a visitare la chiesa di santa Maria Maggiore; nel ritorno entrati a discorrere della sicurezza grande con la quale bene spesso muoiono i religiosi, apportando quel padre esempi di molte persone da lui vedute morire con gran franchezza nel collegio romano, soggiunse al fine queste parole: Io prego Dio, o fratel Giovanni, che moriatur anima mea morte justorum; alle quali parole Giovanni, voltatosegli subito con riverenza sì, ma con una certa serietà, gli disse: Padre mio, bisogna che noi diciamo: Vivat anima mea vita justorum acciò possiamo dir poi moriatur anima mea morte justorum: cioè bisogna che noi diciamo prima Viva l’anima mia la vita dei giusti se vogliamo poi poter dire Muoia l’anima mia della morte de’ giusti. Quel padre sentendosi dire queste parole da un giovinetto modesto e che era solito portargli molta riverenza e rispetto si mosse a compunzione ed insieme a venerazione della bontà del saggio giovinetto, il quale per mezzo d’una buona vita procurava e sperava arrivare ad una buona morte.
Un mese prima che si ammalasse, ragionando con un padre in ricreazione, gli mostrò lo staccamento che aveva da questo mondo e dalla presente vita con dirgli che se fosse piaciuto a Dio di chiamarlo all’altra vita non avrebbe sentito fastidio veruno in andarsene. Più oltre arrivò pochi di dappoi, parlando con un maestro del collegio, il quale amava assai Giovanni e volentieri trattava seco per l’utile spirituale che cavava da’ suoi ragionamenti e santi esempi. A questo disse come si sentiva acceso di desiderio di morire per unirsi perfettamente con Dio e, domandandogli il maestro confidentemente se si trovava tanto bene al’ ordine che non temesse il passo della morte, Giovanni rispose: se mi fosse concesso cesso il farmi le condizioni da me stesso io volentieri eleggerei di far prima alcuni giorni di esercizi spirituali, ma quando bene non gli potessi fare, per ogni modo morirei volentieri. Stava in questi ultimi giorni come un uomo astratto che ha il pensiero altrove, col corpo in terra e colla mente in cielo; e come Dio aveva già stabilito di tirarlo a sé così l’andava soavemente disponendo per mezzo di affetti amorosi ed accesi disideri, onde spesso si trovava nella bocca e nel cuore quelle parole dell’Apostolo e della Sposa: Cupio dissolvi et amore langueo, ma non ardiva domandarlo assolutamente perché non sapeva se fosse volontà di Dio e maggior gloria di sua divina Maestà.
Si compiacque la divina bontà d esaudire queste sue sante voglie ed insieme dargli indizio di ciò che presto gli dovea avvenire. Imperocché nell’ultimo giorno di luglio, festa di s. Ignazio nostro padre e fondatore, facendosi nel collegio romano la solita distribuzione dei santi del mese d’agosto toccò a Giovanni nel santo quella sentenza del Salvatore che riferisce s. Marco: Videte, vigilate et orate: nescitis enim quando tempus sit. Vedete state vigilando e fate orazione, perché non sapete quando sia il tempo nel quale Dio ha risoluto di chiamarvi. Intese subito l’avviso l’avventurato figliuolo e lo pigliò per sicuro contrassegno datogli dal cielo che il Signore lo volesse presto chiamare a sé e andò con allegrezza a dirlo al suo maestro di filosofia e poi lo disse ad altre persone. In breve si verificò tutto poiché fra cinque di si ammalò e dopo otto di di malattia morì, come si dirà nella seguente narrazione.
Quello che deve qui porre in considerazione si è che Giovanni era giovinetto di 22 anni e cinque appena era stato nella Compagnia. Si ordiva ancora la tela della vita di lui quando fu recisa e troncata, poiché non era giunto a gran pezza all’età della consistenza. Aveva tirato solo i primi lineamenti della vita religiosa, aveva abbozzato una statua della vita comune e della comune osservanza. Se il principio della tela sembrava bello a maraviglia, quale saria stata la tela tutta s’egli avesse potuto finire d’ordirla di tramarla di tesserla di curarla? Se i primi lineamenti sì vagamente spiccavano qual saria riuscita la figura se avesse avuto tempo di vestirla di perfetti colori? Se rapiva gli occhi la prima bozza che averia fatto la statua se avesse potuto ridurla a perfezione? E nondimeno in sì breve tempo ci ha lasciato tal lavoro che ognuno di noi confesserà di trovarvi che imparare ed imitare e ne renderà lode a Dio.

(V. CEPRARI, Vita del venerabile servo di Dio Giovanni Berchmans, fiammingo, religioso della Compagnia di Gesù, Brescia, 1847, pp. 139-143. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)