Dal Rev. Don Leonardo Ricotta (Palermo) riceviamo un’opera monumentale e importante, un’efficace e accessibile divulgazione della dottrina cattolica così come elaborata dal Dottore per eccellenza, San Tommaso d’Aquino. Un’opera che rende il tomismo alla portata di tutti, per la quale ringraziamo l’alacre e generoso Autore! [RS]

66. Dio è conoscibile?
Che Dio sia in se stesso conoscibile si può dimostrare in due modi.
Primo. Ogni essere è conoscibile nella misura in cui è in atto. Per esempio, una madre non può conoscere suo figlio mentre questi è nel suo grembo ma lo potrà conoscere quando questo figlio raggiungerà la piena attualità del suo essere uomo. Ora, Dio, che è atto puro senza mescolanza di alcuna potenza, di per sè è il sommamente conoscibile. Ma ciò che è in se stesso sommamente co-noscibile può non essere conoscibile per la sproporzione tra l’oggetto da conoscere e l’intelletto conoscente perché ogni cosa viene conosciuta secondo il modo dell’intelletto che conosce. Come, per esempio, il sole, che è visibile al massimo grado ma non può essere visto dal pipistrello per l’eccesso della sua luce.
Secondo. Dio è l’essere mentre tutte le creature hanno l’essere, con un diverso grado di dignità; e così abbiamo l’essere della pietra, quello della pianta, l’essere dell’animale, quello dell’uomo e infine l’essere dell’angelo; tutti questi esseri hanno una diversa dignità e un grado di nobiltà maggiore o minore. Ora, essere e conoscibilità sono legati tra di loro per cui un ente, quanto più è elevato nella dignità dell’essere, tanto maggiormente è conoscibile. Vediamo infatti che un uomo è più conoscibile di una pietra e un animale è più conoscibile di una pianta. Pertanto Dio, che è l’Essere nel più alto grado, è il sommamente conoscibile ma, anche da questo aspetto, non può essere da noi conosciuto, nella vita terrena, per l’eccesso del suo splendore e della sua chiarezza.

67. Dio è il primo oggetto conosciuto dalla mente umana?
La mente dell’uomo nasce come una “tabula rasa” e quindi l’intelligenza umana, nello stato della vita presente, non può conoscere Dio come primo oggetto, ma Dio rimane sempre la prima causa della nostra capacità conoscitiva.

68. La conoscenza di Dio è la massima perfezione dell’uomo?
L’atto della conoscenza, essendo un’azione immanente, perfeziona non l’oggetto conosciuto (che rimane sempre lo stesso) ma il soggetto conoscente. La conoscenza di Dio, perciò, è la massima perfezione dell’uomo che vi si applica perché Dio è il massimo e l’ottimo tra tutti gli oggetti conoscibili.

69. In questa vita possiamo conoscere Dio con la ragione naturale?
La nostra conoscenza naturale trae origine dai sensi e quindi si estende fin dove può essere condotta, come per mano, dalle cose sensibili. In altre parole, noi conosciamo quello che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo e via dicendo. E’ evidente che, mediante le cose sensibili, il nostro intelletto non può giungere fino al punto di vedere l’essenza divina.
Tuttavia, a motivo della relazione di Dio con le creature, noi, per mezzo di esse e di tutte le cose, possiamo essere condotti a conoscere che Dio è ma non chi è. Può sussistere, quindi, una conoscenza di Dio attraverso il lume della ragione e tale conoscenza non è prerogativa dei buoni ma può competere anche agli uomini cattivi. Infatti, anche uomini che non sono puri, con il lume della ragione possono conoscere molte verità.

70. I sensi sono un impedimento alla conoscenza di Dio?
I nostri sensi non sono puri recettori, non sono cioè porte d’ingresso di un materiale bruto. Essi sono, invece, attivati dallo spirito e attivatori dello spirito e sono carichi di intenzione. Attraverso di essi, lo spirito si protende verso le cose materiali; veri e propri sensori, che uniscono la carne allo spirito e lo spirito alla carne.
Fatta questa premessa, che i sensi debbano essere considerati come un impedimento alla nostra conoscenza di Dio dipende da tre punti di vista.
Primo. Dal punto di vista della natura, i sensi non sono un impedimento perché appartengono alla nostra natura così come è stata creata da Dio il quale pose l’uomo sulla terra per cui non è naturale che l’uomo, nel tempo della vita terrena, conosca Dio attraverso la visione per essenza, come non è naturale che un bambino nasca con la barba.
Secondo. Dal punto di vista del disordine causato dal peccato originale, i sensi, cioè tutta la parte sensitiva dell’uomo non è più naturalmente sottomessa alla ragione e quindi inclina l’uomo al pec-cato. E quindi i sensi sono un ostacolo perchè lo sono diventati e devono essere dominati e ricon-dotti all’obbedienza dallo sforzo della virtù.
Terzo. Nella resurrezione della carne, infine, i sensi degli uomini beati saranno glorificati e resi partecipi della visione divina.

71. L’intelletto umano è proporzionato a conoscere Dio?
Esistono due generi di proporzione.
Primo. Il rapporto determinato di una quantità rispetto ad un’altra: così il doppio, il triplo e via dicendo.
Secondo. Il rapporto di una cosa con un’altra. E in questo senso, vi può essere una proporzione della creatura rispetto a Dio in quanto essa sta a Lui come l’effetto sta alla causa e come la potenza sta all’atto. Da questo punto di vista, l’intelletto dell’uomo è proporzionato a conoscere Dio pur nella sproporzione infinita tra Dio e la creatura.

72. Come sarà conosciuta l’essenza divina?
Nella vita terrena l’operazione visiva della conoscenza esige la distanza tra il soggetto che vede e l’oggetto visto e non può esserci unione a motivo della materialità. Nella patria beata, invece, la visione sarà di tipo unitivo perché l’essenza divina, essendo atto puro, potrà essere la forma attraverso cui l’intelletto umano compie l’atto conoscitivo. E questa sarà appunto la visione beatifica. Il nostro intelletto sarà reso deiforme e toccherà il vertice più alto della sua vitalità assimilandosi alla stessa divina essenza infinita. Con questo atto si consegue il fine ultimo oltre il quale non resta più nulla da desiderare.

73. L’essenza divina sarà vista per mezzo di qualche immagine?
Nell’atto conoscitivo c’è un rapporto tra il soggetto conoscente e la cosa conosciuta ma la cosa conosciuta attraverso la visione non è l’essenza della cosa ma solo la sua immagine; così, per esem-pio, nel nostro occhio che vede un oggetto non c’è l’oggetto ma la sua immagine e così nell’intelletto che ha compiuto l’atto conoscitivo non c’è l’oggetto visto ma il concetto di esso. E quindi la facoltà conoscitiva diventa tutt’uno, in un ordine superiore e immateriale, con l’oggetto conosciuto che viene elevato alla immaterialità propria della facoltà conoscitiva. Quando l’oggetto visivo è Dio, è impossibile che la sua essenza possa essere conosciuta attraverso qualche immagine presente nella mente perché Dio non può essere conosciuto attraverso qualcosa di inferiore ma Dio, che è la sua stessa essenza, può essere conosciuto solo attraverso se stesso. Nessuna forma creata, nessuna immagine, nessun concetto può rappresentarlo perché tutto, rispetto a Lui, è inferiore e inadeguato. Bisogna dunque concludere che Dio può essere conosciuto solo attraverso una visione di tipo unitivo, come dicevamo, nella quale la sua divina essenza sarà ciò che noi vedremo e ciò per cui vedremo.

74. Dio può essere visto con gli occhi del corpo?
Dio è purissimo spirito e quindi non può essere visto con gli occhi del corpo ma, dopo la resurrezione della carne, sarà conosciuto anche dagli occhi glorificati dei beati.

75. Dio può essere conosciuto con le sole forze umane?
Natura divina e conoscibilità divina sono sproporzionati a ogni natura creata e ad ogni capacità creata di conoscere; perciò nessun intelletto creato, finchè si poggia soltanto sulle risorse della natura, potrà avere la perfetta conoscenza di Dio. Ma compete all’intelletto umano la capacità di poter essere elevato alla conoscenza divina attraverso una disposizione soprannaturale.

76. Come si chiama tale disposizione?
Tale disposizione si chiama “lumen gloriae” (luce della gloria).

77. Che cos’è il lumen gloriae?
Tutto ciò che viene elevato a qualche cosa che supera la sua natura ha bisogno di esservi disposto con una disposizione superiore a questa natura. Ora, quando un intelletto creato vede Dio per essenza, la stessa essenza di Dio diventa la forma intelligibile dell’intelletto. Quindi bisogna che si aggiunga una disposizione soprannaturale perché possa elevarsi a tanta sublimità. Siccome, dunque, la potenza naturale dell’intelletto creato è insufficiente a vedere l’essenza di Dio, è necessario che gli venga accresciuta tale capacità di intendere. Questo accrescimento viene chiamato lumen gloriae, come sta scritto nel salmo: “nella tua luce noi vedremo la luce…”.

78. Il lumen gloriae è, dunque, necessario?
Si, il lumen gloriae è necessario per vedere l’essenza divina non nel senso che, per questo lume, diventi chiara l’essenza divina la quale è chiara di per se; ma nel senso che l’intelletto diventa ca-pace di intenderla.

79. A che cosa possiamo paragonare il lumen gloriae?
Il lumen gloriae può essere paragonato agli occhiali che permettono la visione al di là della capacità naturale. C’è, però, una differenza: gli occhiali sono soltanto il mezzo della visione. Invece, il lumen gloriae, oltre che mezzo, è anche l’oggetto della visione. Esso è la stessa divina essenza che sarà ciò per cui vedremo e ciò che vedremo.

80. Tutti coloro che vedono Dio, lo vedranno allo stesso modo?
Tra coloro che vedranno l’essenza divina, uno la vedrà più perfettamente o meno perfettamente di un altro. Vedrà di più chi ha avuto un grado maggiore di carità perché, dove si trova maggiore carità, si trova maggiore desiderio e il desiderio rende colui che desidera più capace di ricevere l’oggetto desiderato. E perciò colui che ebbe maggiore carità vedrà più perfettamente Dio e sarà più felice. I grandi mistici hanno descritto questa diversità della visione di Dio come un dilatarsi dell’anima nell’immensità divina. Tale diversità, dunque, non dipenderà dall’oggetto, che è la visione dell’essenza divina a tutti offerta, ma dalla diversa capacità di ognuno.

81. Vedere, conoscere e possedere sono la stessa cosa?
In questa vita terrena vedere, conoscere e possedere sono cose diverse per cui una può sussistere senza le altre. Nelle cose soprannaturali, invece, sono la stessa identica cosa per cui vedere Dio significherà conoscerlo e possederlo.

82. Coloro che vedono l’essenza divina la comprendono totalmente?
Comprendere una cosa vuol dire conoscerla alla perfezione. La comprensione significa che un oggetto conoscitivamente viene visto in modo tale che nulla sfugga a colui che vede; o quando i suoi limiti vengono abbracciati dallo sguardo e allora si abbracciano questi limiti in modo da arrivare all’estremo limite della conoscibilità. Ora, è evidente: nessun intelletto creato, anche quello più elevato tra gli angeli, può comprendere Dio. Infatti, un intelletto creato può conoscere più o meno la divina essenza a seconda della maggiore o minore infusione del lumen gloriae. Conseguentemente, non potendo essere infinito, nella creatura, il lumen gloriae infuso, è impossibile che una intelligenza creata conosca Dio infinitamente.
Dio verrà visto tutto, ma non totalmente. Chi vede Dio nella sua essenza vede in Lui che esiste infinitamente e che è infinitamente conoscibile ma questo modo infinito non gli compete in modo che lo conosca infinitamente.
Pur consapevoli di questo limite, i beati hanno tuttavia una grande felicità. Essi vedono Dio e, vedendolo, lo tengono presente avendo sempre la possibilità di vederlo; e lo godono quale ultimo fine che appaga il loro desiderio.

83. Chi vede Dio conosce tutte le cose?
No, chi vede Dio non conosce tutte le cose. Neppure gli angeli conoscono tutte le cose e ignorano quelle future e anche i pensieri del cuore, essendo questa una prerogativa esclusiva di Dio. L’intelletto creato, vedendo la divina essenza, non vede in essa tutto quello che Dio fa o che può fare perché ciò equivarrebbe a conoscere tutta la sua potenza. È vero, però, che, delle cose che Dio fa o può fare, ogni intelletto ne vede tante di più quanto più perfettamente vede Dio e vede, comunque, tutte quelle cose che competono alla sua perfezione. D’altra parte, conoscere tutti i soggetti singolari non è necessario alla perfezione e alla felicità.

84. La conoscenza di Dio sarà per momenti successivi?
Le cose che si vedono nella divina essenza si vedono non successivamente, cioè una dopo l’altra, ma simultaneamente perché le vicende del tempo non esistono nell’eternità la quale è tutta simul-tanea senza successione. Le cose vedute nella luce di Dio sono, per così dire, come sempre uscenti da Lui in tutti i loro minimi particolari, sia le cose passate, sia le presenti, sia le future.