Volentieri offriamo ai lettori un estratto dal libro del Card. G. Hergenröther (1824-1890) Storia universale della Chiesa – La Chiesa nascente. Persecuzione e trionfo, sulla disciplina della penitenza nel II secolo. L’Autore, lumeggia senza timori, ma con gran rigore, i primi secoli di vita cristiana. E, gran bontà dei cavalieri antiqui, in un’epoca in cui ancora lo strampalato archeologismo non minacciava la serenità della Chiesa, il Nostro si poteva trattenere a discorrere di temi oggi presi in ostaggio dalle bande neomoderniste. Se un deforme e pseudotradizionale ritorno alle orgini è diventato il cavallo di battaglia dei progressisti, il magistero della Chiesa non lascia spazio a dubbi. Pio XII nella Mediator Dei arrivò a parlare, principalmente in tema liturgico, dell’eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall’illegittimo concilio di Pistoia. Il discorso, del resto, si portebbe traferire ad altri ambiti, in cui l’azione dei nemici del Cattolicesimo si è fatta molto chiara: selezionare a piacimento questo o quell’aspetto della vita della Chiesa antica, ignorando ciò che non fa comodo e puntualmente decontestualizzando, come se il Cristianesimo delle origini non fosse ancora in uno stato iniziale, privo di quegli sviluppi organici che l’hanno reso grande e magnificente.

Buona lettura:

>>>Storia universale della Chiesa – La Chiesa nascente. Persecuzione e trionfo<<<


La disciplina ecclesiastica della penitenza nel secondo secolo

Con un solenne voto, fatto innanzi di ricevere il battesimo, il novello convertito si obbligava ad osservare fedelmente le prescrizioni tutte della legge cristiana. Ma non tutti i cristiani restavano fedeli alla promessa. Vi aveva naturalmente anche degli infermi, i quali ricadevano nei loro antichi peccati. Tali membri indegni venivano discacciati dalla comunanza della Chiesa, per via della condanna o scomunica usata già nella Sinagoga; e ciò fino a tanto che non avessero con giusta soddisfazione espiate le loro colpe. A pro di questi cristiani ricaduti in peccato era ordinata l’istituzione della disciplina penitenziale.

 Cristo aveva partecipato agli Apostoli potestà giudiziaria di ritenere o di rimettere i peccati (Io. XX, 22, 23), di legare e di sciogliere (Matth. XVIII, 18). Ma Pietro in particolare, come padre in certo senso della famiglia cristiana, ebbe con più alta eccellenza il potere delle somme chiavi (Matth. XVI, 19), la facoltà di aprire e di chiudere. S. Giacomo (V, 16) esortava alla confessione delle colpe; e i primitivi cristiani innanzi agli Apostoli si confessavano dei loro peccati (Act. XIX, 18). A correzione dei peccatori ostinati aveva già Cristo medesimo pronunziato la separazione dai fedeli (Matth. XVIII, 15-18). E S. Paolo infatti la fulminò sia contro gli eretici (II Thess. III, 6, 14; I Tim. I, 20) e sia contro i peccatori più svergognati, come l’incestuoso di Corinto, che egli (I Cor. V, 1 seqq.) abbandonò a Satana (secondo quello di Giobbe, I e II), perché travagliato nel corpo avesse l’anima salva, e poi nuovamente lo riconciliò (II Cor. II, 9-11)[i].

Secondo le ammonizioni di Cristo e l’esempio degli Apostoli, anche la Chiesa regolò la disciplina della penitenza[ii]. Quei fedeli che si fossero resi colpevoli di un grave peccato, quali sin dall’entrare del III secolo erano stimati soprattutto l’idolatria (ritorno al paganesimo), l’omicidio, l’adulterio e altri gravi peccati di senso, erano per giudizio del vescovo esclusi dalla Chiesa, né più potevano intervenire alle adunanze. Potevano tuttavia, mediante la emendazione e la penitenza, ottenere di essere riammessi. I peccati pubblici e gravi degli individui tornavano ad offesa grande di Dio e della Chiesa, la quale ne riportava e dentro mal esempio e fuori mal nome. Non potevano dunque essi venire espiati altrimenti che per il «battesimo faticoso cioè la penitenza», che è come una seconda tavola dopo il naufragio e può sola ricondurre alla riconciliazione e alla pace.

 Le opere di penitenza erano mortificazioni corporali (digiuni, veglie), preghiere e l’implorare le orazioni dei fedeli: onde si aveva quasi una ripetizione del tempo di prova premesso al battesimo, ma più rigida e congiunta a gravi sacrifici. Dopo che il peccatore scomunicato aveva fatto per qualche tempo la penitenza, poteva, con farne richiesta, essere riammesso nella Chiesa dal vescovo, che gli dava la solenne assoluzione mediante l’imposizione delle mani[iii]. Ma ciò non poteva farsi che una volta. Se il peccatore tornava a ricadere in un peccato capitale, era per sempre escluso dalla comunità dei fedeli: né poteva più ottenere il perdono se non da Dio, con una sincera penitenza e una verace emendazione.

 La disciplina penitenziale presuppone di necessità la confessione dei peccati capitali. I Padri mettono in guardia i fedeli contro la confessione malsicura e manchevole; certo non essere meglio rimanersi chiusi e dannarsi, che aprirsi e ottenere l’assoluzione. Ricordano che questa si concede appunto per l’autorità di Dio, il quale vuole comunicarla agli uomini per il mezzo di altri uomini[iv].

 I peccati pubblici, quelli cioè che per loro natura o anche per accidente recavano scandalo pubblico, richiedevano una confessione pubblica, e tale si poteva imporre dal vescovo a quel peccatore, che volesse rimanere membro della Chiese. Le opere di penitenza aggiunte miravano a ristorare l’ordine perturbato nella comunità cristiana (vindicative), ma insieme a preservare da altre nuove cadute (pene medicinali).

 Da principio non vi era legge universale nella Chiesa che regolasse le opere di penitenza; e come i casi correvano fra loro diversi, così si lasciava ad ogni vescovo il determinarle in individuo. Ma, generalmente, nel II secolo si procedeva con molta severità verso i cristiani fattisi rei di peccati capitali. In alcune chiese sembra anzi che venissero esclusi per sempre dalla comunità cristiana anche quelli che avessero commesso per una sola volta uno di tali peccati. Solo di mano in mano si andò ponendo regola a una disciplina penitenziale; sebbene molto ancora restasse libero alla discrezione del vescovo. Di legge ordinaria le opere satisfattorie dovevano precedere all’assoluzione delle colpe; e una di esse era ben sovente l’accusa di sé stesso che il peccatore faceva innanzi al vescovo, al clero e al popolo. Con l’esempio di queste gravi e continuate penitenze volevasi atterrire salutarmente non solo i peccatori stessi, ma gli altri eziandio, colmarli di odio contro il peccato e porgere insieme ai penitenti occasione di compire, al possibile, sulla terra la intera soddisfazione delle colpe. Da questa disciplina penitenziale ecclesiastica è a distinguere la penitenza e le conseguenti opere di satisfazione per i peccati che non fossero capitali. Per questi non vi era la esclusione dalla comunione ecclesiastica, né la confessione e l’assoluzione data dal vescovo. Con la preghiera, la limosina, il volontario digiuno, la confessione delle colpe fatta a Dio o al sacerdote e altre opere di espiazione si sforzavano i cristiani di ottenere la remissione da Dio.


[i] Intorno alla scomunica, v. Kober, der Kirchenbann, (Tubingen 1857) p. 1-14. Per la scomuniea (excommunicatio) si trovano le forme: tradere Satanae (I Cor. V, 5; I Tim. I. 20); necare gladio spirituali (Cypr. Ep. 4 ad Pomp. c. 4, p. 477 ed. Hartel) (Gal. I. 8 seq.), Maranatha (I Cor. XVI, 22 Dominus venit, voce da S. Girolamo [ep. 23 ad Marcell.] interpretata come parola siriaca, e da S. Giov. Grisost. [Hom. 44 in I Cor.] ritenuta falsamente per ebraica)[…].

[ii] Fonti: Clem. Rom., Ep. I ad Cor.; Hermas, Pastor, in molti passi. Dionys. Corinth. ap. Euseb., Hist. eccl. IV, 23. Iren., Adv. haer. IV, 40. Tertull., De poenitentia. Cf. Funk,. Art. «Bussdisciplin», nel Kirchenlexikon di Wetzer und Welte II (2 ed.) 1561 sqq.

[iii] Nella Chiesa antica l’imposizione delle mani aveva molteplici significati. Brevemente S. Agostino (De bapt. III, 16): «Quid est manus impositio aliud quam oratio super hominem?» Da ciò, come era molteplice la preghiera della Chiesa per le singole persone, così molteplice l’imposizione delle mani […].

[iv] Orig., De orat. c. 23. Tertulliano nella sua opera De poenitentia professa ancora principii al tutto cattolici. Al capo 6 egli dice: Omnibus ergo delictis, seu carne, seu spiritu, seu facto seu voluntate commissis, qui poenam per iudicium destinavit, idem et veniam per poenitentiam spopondit dicens ad populum: Poenitere et salvum faciam te. La exomologesis innanzi a un diacono, della quale fa parola S. Cipriano (Ep. 12, ed. Ballerini: Ep. 18, ed. Hartel), stava in questo che il diacono in assenza del prete, e massimamente se pregato da Confessori, poteva levare la censura a chi fosse in pericolo di morte; sicchè l’infermo, il quale avesse dato bastevoli prove di pentimento e fatto una sincera confessione, potesse di nuovo ricevere la comunione. A questo si riferisce il can. 32 del Conc. Elib.


Immagine in evidenza: Dennis Jarvis, Catacombe di Domitilla, https://www.flickr.com/photos/archer10/5183332068/