di Giuliano Zoroddu

“Iddio nun vô cch’er Papa pijji mojje / pe nnun mette a sto monno antri papetti”. Inizia così un simpatico sonetto di Giuseppe Giacocchino Belli e con questi due versi ho voluto dar principio a questa breve scheda sul Cardinale Ippolito d’Este Iuniore perché in un certo qual modo s’attaglia alla sua vicenda umana.
Nacque il Nostro a Ferrara il 25 agosto del 1509. Suo padre era Alfonso I duce di Ferrara, Reggio e Modena; sua madre Lucrezia Borgia, figlia di papa Alessandro VI. Al fonte battesimale gli fu posto il nome dello zio Cardinale.
Destinato alla carriera ecclesiastica, già a dieci anni otteneva l’Arcivescovado di Milano, succedendo a suo zio Ippolito I.
La prima educazione gli fu impartita a Ferrara, quindi si spostò a Padova. A poco a poco assorbì dall’ambiente di corte (quella paterna come quelle di Francia) le doti e le conoscenze utili per ben governare e saper districarsi nei meandri della politica, unitamente ad un notevole interesse per l’arte e la scienza, un amore per il bello che lo consacrarono come uno dei più importanti mecenati del Cinquecento.
Nel 1539, aveva vent’anni, su richiesta di Francesco I re di Francia, Paolo III lo annoverava fra i Cardinali di Santa Romana Chiesa assegnandoli la Diaconia di Santa Maria in Aquiro. Lo stesso anno otteneva anche l’arcivescovado di Lione, cui si aggiunse nel corso degli anni l’amministrazione delle diocesi di Triguier, di Autun, di Novara, delle arcidiocesi di Auch, di Narbona e di Arles, oltre a numerose abbazie francesi.
Strettissimo infatti fu fin dalla fanciullezza il legame di Ippolito con la corte di Francia, presso la quale maturò ben presto un notevole prestigio ed una considerevole importanza sia sotto Francesco I sia sotto il figlio e successore di questi, Enrico II.
Del re di Francia fu tra i candidati al soglio pontificio durante vari conclavi: in quello del 1549-50 donde uscì eletto Giulio III; nei due del 1555 che videro l’elezione prima di Marcello II e poi di Paolo IV; e ancora in quello del 1559 in cui fu scelto Pio IV. L’opposizione del partito spagnolo e di quello della riforma gli sbarrarono sempre la strada.
Ma, al netto dell’appoggio regio e a dispetto delle costanti sconfitte, l’elezione alla Sede di Pietro fu il grande sogno di Ippolito: brigò tutta una vita per procacciarsi voti e in modo abbastanza plateale, tanto che nel 1558 Paolo IV che durante il conclave l’aveva chiamato “Simon Mago”, lo bandì da Roma e dagli Stati della Chiesa, levandogli il governatorato di Tivoli che aveva avuto da Giulio III.
Ciò non comportò tuttavia una mutazione d’intenti nel porporato ferrarese.
Grande importanza assunse sotto il pontificato di Pio IV quando bisognava a tutti i costi evitare che in Francia sia radunasse un concilio nazionale indipendente da quello ecumenico che si stava celebrando a Trento. La sua lunga esperienza e il gran prestigio presso la corte francese fecero cadere la scelta di sui di lui, che, nominato Legato a latere, partì da Roma il 2 luglio 1561 con seicento cavalieri. Con lui era il secondo Generale della Compagnia di Gesù, Giacomo Lainez che durante i colloqui di Poissy tenutisi nel settembre per volontà della regina Caterina de Medici, confutò le eresie degli Ugonotti. In quella stessa circostanza il gesuita invitò la regina a sciogliere quell’inutile consesso in quanto “conviene lasciare ai preti il diritto d’occuparsi del negozi della Religione: conviene precipuamente lasciare al Sommo Pontefice ed al Concilio Generale decidere le cose delle Fede, causae majores, che a loro unicamente competono”. La legazione tuttavia non ottenne l’esito sperato. Se la politica ondivaga della corte e i ritardi del Cardinale nel processo contro il cardinale Odet de Coligny pregiudicavano il successo, la morte di Antonio di Borbone Re di Navarra (tornato al cattolicesimo per merito dell’Este) e l’assassinio del duca di Guisa, capo del partito cattolico, lo seppellirono.
Tornato a Roma si occupò dei suoi benefici e fu attivo nella commissioni per la guerra al Turco che insidiava pericolosamente l’Italia.
La morte di Pio IV fece rinascere in lui la speranza della tiara: l’opposizione degli Spagnoli e l’appoggio che il Borromeo diede all’Alessandrino frustrarono ancora una volta il desiderio del Cardinale. Durante il pontificato di san Pio V si tenne del resto in disparte, occupandosi unicamente della fabbrica della sua villa di Tivoli, il magnifico palazzo che ispirò al Tassò il castello incantato della maga Armida.
Tornò alla ribalta alla morte di questi durante il conclave del 1572 che elesse Gregorio XIII. La vecchiaia non aveva punto scalfito la volontà tetragona di sedersi sul trono di san Pietro, ma questa volta non poté contare neppure sull’appoggio francese.
Era l’ultima volta che il nipote del papa Borgia tentava di assicurarsi un posto tra i suoi successori. La morte lo colse a Roma il 1° dicembre del 1572. Il corpo, dopo esser stato esposto a Santa Caterina de’ Funari, fu traslato a Tivoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Il Moroni così lo descrive nel suo Dizionario: “Liberalissimo co’ poveri, generoso assai cogli uomini di merito, cultore delle scienze, candido ne’ costumi, grande nelle sue idee e celebre assai pei suoi talenti. A tutto ciò univa poi anche una splendidezza nel tratto, un ospitalità singolare e molta prudenza nel maneggio degli affari”.

Figure già trattate sul sito (sono escluse le innumerevoli figure trattate sulla pagina Facebook)
Alfonso Petrucci, un cardinale congiurato alla corte di Leone X
Odet de Coligny de Châtillon, il cardinale ugonotto
Carlo Carafa, il terribile nipote di Paolo IV
Ippolito d’Este, Cardinal di Ferrara
Niccolò Coscia