Bonfiglio (al secolo Leonardo) Mura nacque a Cuglieri il 6 agosto 1810. Nel 1824 decise di entrare fra i Servi di Maria: compiuto il noviziato a Sassari, nel 1827, a Firenze, vestì il nero abito. Nel 1830 fu trasferito a Genova e due anni dopo a Torino dove, nel 1833, ricevette il sacerdozio. Si addottorò in Filosofia a Roma ed in Teologia a Sassari. Esercitò il governo di molti conventi italiani, fino a diventare Priore Generale dell’Ordine nel 1859. Occupò varie cattedra da Roma a Perugia, dimostrandosi ottimo filosofo, indagatore dei mali della modernità e rappresentante della rinascita del Tomismo. Apprezzato già da Gregorio XVI, che tentò invano di assegnargli l’Arcivescovado Arborense; Pio IX, che amava definirlo il “Muro della Chiesa”, lo volle fra i suoi principali collaboratori nominandolo membro di varie Congregazioni. Partecipò alla compilazione del Sillabo e si spese fortemente per la definizione dogmatica dell’Infallibilità del Papa. Ultimo Rettore della Sapienza prima della occupazione di Roma, il 20 settembre scampò per miracolo ad alcuni studenti che lo cercavano a morte, rifugiandosi nell’Isola Tiberina. Tornato in Sardegna partecipò alla costituzione della Facoltà Teologiche di Cagliari e Sassari. Leone XIII, che stimava il frate sardo dai tempi della fondazione a Perugia dell’Accademia di San Tommaso, nel 1879 lo elesse Arcivescovo d’Oristano. Il Mura questa volta accettò la nomina e governò quella Chiesa con gran profitto del gregge fino alla morte che lo colse nella natia Cuglieri il 18 luglio 1882.
Nell’imminenza del nefasto anniversario ventisettembrino, offriamo ai Lettori il seguente testo, tratto da uno dei suoi scritti: Sulla quistione romana. Scritti di Bonfiglio Mura (Roma, 1862).


Testo raccolto da Giuliano Zoroddu


Nella quistione romana da noi esaminata nei precedenti articoli nel senso del diritto e del fatto, v’ha un lato al quale il Pontefice prende vivo interesse, che la domina tutta, e senza il quale cesserebbe di avere l’importanza europea e mondiale che ha veramente. È questa la quistione cattolica. Non è un trono che alletti, od illuda il Pontefice. Noi lo vedemmo coi nostri occhi salirvi piangendo, e siam certi che, ove non si trattasse d’altro che della sua persona, ne scenderebbe i gradini cantando il Te Deum.
Il diritto però della Chiesa, l’indipendenza della medesima e del suo capo, il bene e la salute delle anime, ecco la gran quistione che merita per eccellenza il nome di quistione romana. No, il Pontefice ed il mondo cattolico non sarebbero sì tenaci propugnatori del dominio temporale come tale, se il medesimo non servisse all’indipendenza del potere spirituale. La providenza ed i secoli hanno creato questa indipendenza a bene della Chiesa universale, e guai all’Eliodoro che oserà stender la mano a questo sacro deposito, o all’Antioco che proponga d’involarlo! Si ride dell’antico cesarismo pagano, e si tace dei principi eterodossi che in mezzo all’Europa civile esercitano i due poteri: ma quando si parla del potere del Papa allora tutto si crede lecito dalla vile calunnia e dalla menzogna, fino alla violenza brutale e sacrilega, fino al parricidio morale. Il Papa è, e dev’essere, perché è, e dev’essere la Chiesa cattolica per ordinamento divino. Ciò posto, esso non può essere che suddito, o sovrano: suddito nessun lo vuole, dunque bisogna che sia sovrano. Il conciliare la sua indipendenza senza la sovranità è un assurdo che non vale ad abbattere l’esempio dei primi secoli, nei quali non era ancor pienamente sviluppato l’organamento divino ed eminentemente unitario della Chiesa cattolica, né questa aveva da combattere, come al presente, l’esigenze della potestà laica, né abbisognava perciò di ricorrere sì spesso al centro dell’unità, ed agli oracoli del suo capo. L’esistenza dei patriarchi e dei primati, la frequenza dei Concili, la concessione di privilegi, ritirati dietro l’abuso fatto ne o il pericolo sperimentato, l’ortodossia delle leggi civili, e la religione dei principi risparmiavano al Capo della Chiesa un numero stragrande d’affari e di cure che presentemente chiedono tutta la sua attenzione, che si estende dal vecchio al nuovo mondo.
Tutti convengono col mondo cattolico che per soddisfare a tante, sì varie e delicate cure, esso debba essere indipendente. La diplomazia volteriana e rivoluzionaria si propose di conciliare la sua indipendenza senza la sovranità, ma mentre la medesima studiò a nascondere con oracoli sibillini l’impotenza di sciogliere l’arduo problema, il Piemonte studiò a troncarlo colla sua spada. Colle vittorie sue e non sue, colle sue usurpazioni andò di pari passo la sua guerra più spietata alla Chiesa, alla Religione, che giurò nel suo Statuto. Dopo Nerone e Diocleziano, dopo Enrico VIII, Lutero e Calvino, dopo il terrorismo della gran rivoluzione francese, la storia segnerà il governo del Piemonte tra i più fieri persecutori della Chiesa. Chi ci legge fuor d’Italia crederà che scriviam delle favole, mentre ci mancano i colori per toccar di volo il vero. Il Piemonte non fu pago di carcerare, di processare ed esiliare Cardinali, Vescovi c Sacerdoti; di distruggere l’immunità ecclesiastica; di portare in mostra, legati come malfattori, i ministri del santuario; di spogliarli di tutto; di loro attribuire delitti e congiure che non poté provare; di sorvegliarli nell’amministrazione dei sagramenti, nella predicazione della divina parola, nelle lettere che scrivono o ricevono, negli scritti che conservano, e fin nelle parole che dicono, e nelle persone colle quali parlano; di usurpare, o lasciar vacanti i benefici ecclesiastici e le stesse mense vescovili; di volere Papa, Vescovi e Clero servi ai suoi capricci; di estendere alla Chiesa l’onnipotenza dello stato moderno; di restaurare l’antico cesarismo; di patrocinare ebrei e valdesi, di stabilire in paesi cattolici la scandalosa pubblicità dei riti, e dei templi protestanti; di permettere parodie sacrileghe nei teatri; di perseguitare gli onesti, e di tollerare l’immoralità nei costumi, la licenza negli scritti, l’empietà nei giornali, l’impunità della calunnia, e l’arbitrio più sfrenato in tutto che oltraggia la Chiesa, il suo Capo augusto, i suoi ministri, i suoi veri, i riti, la morale; no, di tutto ciò non fu pago il Piemonte. Esso vide nella Chiesa, nel Papa, nei Vescovi, nel Clero gente poco arrendevole al suo libito, ai suoi divisamenti ed alle opere, e giurò di vendicarsi riducendo tutti in servitù, in miseria ed in angustie indegne d’un governo civile, e sconosciute all’Italia dopo i primi tre secoli. La Chiesa abbisogna d’indipendenza nei suoi membri, e singolarmente nel Capo, ed il Piemonte ne usurpò lo Stato; il Pontefice abbisogna d’una sede, ed il Piemonte vuol Roma per se, e la tiene assediata quasi sua preda; la Chiesa ed il Pontefice abbisognan di mezzi per soddisfare alle esigenze della vita umana, allo splendore del culto, agli uffici della gerarchia ecclesiastica, all’educazione dei giovani leviti, a sollievo dei bisognosi, ai rapporti colle nazioni e coi popoli cattolici, ed ai doveri tutti del pastorale e civil ministero, ed il Piemonte spogliò di tutti questi mezzi l’una e l’altro, e sperò di vincere il clero, ed in in ispecie la coscienza dell’invitto Pontefice con gli orrori della miseria e della fame; la Chiesa ed il Pontefice abbisognan di sana dottrina, ed il Piemonte o secolarizzò l’insegnamento, o ne intralciò la libertà per escluderne il clero; il Pontefice abbisogna d’uomini dotti che lo servano nelle svariate incombenze dell’apostolato universale, e nei dicasteri ecclesiastici destinati a coadiuvarlo in siffatte incombenze, ed il Piemonte vessò il clero, lo impoverì, creò mille inciampi alla libertà della sua vocazione, e con leggi draconiane annientò nei chiostri gli asili della virtù, le culle del sacro sapere, il sussidio più potente dello zelo del Pontefice, e dell’episcopato cattolico; l’uno e l’altro clero devon vivere col decoro, e colla convenienza rispondente al sacro ministero che esercitano, ed il Piemonte gli ha spogliati entrambi, ne ha gittato gran parte per le piazze e per le vie, e nega a questa il tozzo di pane che le promise per salvare le apparenze e per renderne più dipendente ed abborrita la condizione; la Chiesa abbisogna di pace, ed il Piemonte le fa guerra; di libertà, ed il Piemonte la incatena in ogni dove; di ordine, ed il Piemonte fomenta la discordia ed onora i disordinati; di morale, ed il Piemonte favorisce chi la contamina; di pietà, ed il Piemonte sparge la corruzione; di virtù, ed il Piemonte propaga, o lascia impunito il vizio; di Religione, ed il Piemonte tollera l’errore, crea professori protestanti, stipendia maestri di menzogna e lascia insultare alla Fede d’Italia; d’unità, ed il Piemonte la scinde a tutt’uomo, ed onora i traditori che s’inchinano all’unità politica; di rispetto, ed il Piemonte la disprezza ogni giorno; di famiglia cristiana, ed il Piemonte la vuole bastarda; di cristiana educazione, ed il Piemonte le ha sostituito nelle sue scuole magistrali l’idolo della patria, la scuola del soldato e l’amore della materia; il Piemonte a dir breve, in nome del Dio-Stato e della forza brutale cresce di nuovi volumi la storia dei persecutori della Chiesa, e per vendicarsi del Papa e del clero, vuol Roma per farne una Roma pagana, o protestante, non per lasciarla Roma cattolica che non piegherà mai il ginocchio ai Neroni di Spinello, ed ai discepoli d’Enrico VIII e di Robespierre. È questa, o lettori, la vera quistione romana, la quistione cattolica, la quistione in che il Piemonte, o a dir meglio, il suo governo protetto dalla rivoluzione, dalla frammassoneria e da tutti gli scredenti d’Italia e d’Europa intima al Papato, e per esso alla Chiesa Cattolica d’arrendersi, o di perire; di preferire il Dio di Garibaldi, il vangelo della rivoluzione, al Dio di Pio IX, al vangelo di Cristo, alle verità del dogma e della morale cattolica, o dl subire le conseguenze della sua fermezza ritornando alle catacombe, ai patiboli, ed ai roghi. Si spogli questa quistione del colore politico e territoriale, del diluvio di paroloni, di sofismi, d’ingiurie, d’insolenze e di calunnie in che l’avvilupparono gli scrittori, ed i giornalisti prezzolati della rivoluzione e del Piemonte, e si vedrà che la medesima è una nuova edizione ed un plagio delle rivoluzioni, e delle persecuzioni precedenti contro la Chiesa Cattolica. La tirannia politica e sociale, che il Piemonte detesta in astratto, è da lui abbracciata ed esercitata con tutto il rigore a danno del diritto cattolico, della Fede, della coscienza, della libertà e della logica cattolica.
l ministri, i generali, i magistrati, i giornali, gli amici del Piemonte, dopo aver dichiarato solennemente che cospirano da dodici anni, che son tutti rivoluzionari, non arrossiscono di scrivere che Roma Papale cospira contro di loro. L’iniquità mentisce chiaramente a se stessa per trovar pretesti a nuove ingiurie, a nuove violenze, a nuovi miracoli della forza contro il diritto, della rivoluzione contro la Chiesa. È tempo ormai di finirla colle calunnie cui non credono quegli stessi che hanno interesse ad inventarle, e che disonorano un popolo civile. No, a Roma non si cospira contro chiunque, se cospirazione non si vuol chiamare la riverenza al diritto legittimo, ai veri della morale e del diritto cattolico, ai principii eterni del giusto e dell’onesto. Roma non professa i principii del Piemonte, non riconosce i diritti usurpati dal Piemonte, non approva le violenze del Piemonte, non loda, ma condanna la tirannia, e la persecuzione del Piemonte contro la Chiesa, contro i suoi ministri, le persone e le cose: ma Roma ha detto queste cose in faccia all’Europa, non nelle tenebre e nel segreto dei cospiratori. Doveva forse Roma rendersi complice, e laudatrice dell’assassinio della Chiesa, della sua spogliazione, della persecuzione che soffre, della miseria, delle catene e delle umiliazioni che le vennero imposte colla forza, e dei tranelli che insidiano alla sua vita, ed alle sue dottrine?
Stando le cose in questi termini, la quistione romana perde le dimensioni di quistione volgare, o d’interessi puramente materiali per appartenere alla serie delle quistioni religiose più importanti, benché velata da speciose, e ben calcolate apparenze d’un materialismo politico che si risolve per ora nel panteismo italiano, per farsi strada in appresso al panteismo europeo che è l’anima di tutto il baccano rivoluzionario dell’éra moderna. Dessa è un duello terribile, un duello di vita o di morte tra la Chiesa, ed i suoi eterni nemici. Mentre gli scredenti di tutta l’Europa applaudiscono con frenesia ad un governo cattolico, che per ambizione politica si gloria del parricidio della madre, la Chiesa; Roma Papale esistente ancor per miracolo, che non si spiega senza la mano di Dio, sa tutto ciò, e non essendo in suo potere il ricevere lezione dai suoi discepoli, legge dai suoi sudditi, o l’obbedire all’uomo più che a Dio, si prepara a combattere le battaglie del Signore, e gridando da un lato ai principi d’Europa il divino et nunc reges intelligite, piange dall’altro, e prega perché Dio salvi l’Italia e l’Europa minacciate nella fede, nel diritto, e nell’ordine privato e pubblico, e ricordando al medesimo le sue promesse divine spera, e spera in esso solo, e spera di vincere come vinse in passato, perché Dio non menti giammai, né mentirà in eterno.

Per un’analisi approfondita delle vicende e delle idee della Rivoluzione Italiana rimandiamo al pregevole saggio di Giorgio Enrico Cavallo stampato dalle nostre Edizioni