di Luca Fumagalli

Potrebbe sembrare ingeneroso definire lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle un magnifico fallito, eppure Sherlock Holmes fu, in fondo, l’unica cosa che gli riuscì davvero bene in una vita di costanti delusioni e di occasioni mancate. Sul fronte della medicina i suoi successi, più che scarsi, furono praticamente nulli, mentre sul versante della letteratura – attività intrapresa inizialmente per colmare i vuoti temporali tra un raro paziente e l’altro – lui che sognava di diventare un autore classico, forse l’ultimo dei grandi vittoriani, si dovette invece accontentare di venir ricordato per i racconti che hanno come protagonista l’infallibile investigatore londinese. Doyle finì così per fondare, insieme all’americano Edgar Allan Poe, il genere “giallo”, destinato ad avere un’enorme fortuna e altri grandi maestri quali Agatha Christie e Georges Simenon.

Sherlock Holmes è ormai un’icona, continuamente riproposto al cinema, alla televisione, al teatro e in una miriade di testi apocrifi scritti dai suoi più entusiasti ammiratori. Con il fido dottor Watson è protagonista di tre romanzi e quarantaquattro racconti ambientati tra il 1881 e il 1914, alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale. Pipa in bocca e cappello da caccia calcato in testa, Holmes è finito per assurgere a simbolo del razionalismo positivista, incarnazione del processo deduttivo, abile con il ragionamento e lo sguardo allenato a risolvere anche i casi più complicati, soprattutto quando la polizia brancola nel buio. Eroe positivo, nemico del crimine, che svela i delitti, che assicura alla giustizia i malfattori, non è tuttavia un personaggio perfetto – note sono le sue crisi depressive e il saltuario ricorso alle droghe – assumendo su di sé le fragilità e le debolezze della sua epoca.

Tra i milioni di lettori e ammiratori di Sherlock Holmes, oltre a mons. Ronald Knox, vi fu pure G. K. Chesterton. Per qualcuno un suo celebre personaggio, Padre Brown, è una sorta di antitesi del protagonista dei racconti di Doyle. A contrapporre i due grandi investigatori, peraltro entrambi rigorosamente dilettanti, fu inizialmente Antonio Gramsci che provava simpatia per il sacerdote chestertoniano mentre liquidava un po’ troppo sbrigativamente Holmes come un eroe borghese, al servizio dei poteri forti britannici (non cogliendone, invece, la profonda, affascinante irregolarità). In verità, più che la contrapposizione, Chesterton cercò con Doyle – un ex cattolico diventato scettico, massone e spiritista – il dialogo, mostrando come la ragione funzioni meglio se rischiarata dalla grazia divina.

Indagine su Sherlock Holmes (Ares, 2020), l’ultimo libro di Paolo Gulisano – medico e scrittore, autore di tre romanzi e di oltre trenta saggi – mette il lettore sulle tracce del più famoso investigatore della storia delle letteratura con attenzione e con dovizia di particolari. Il libro è una ricca messe di informazioni e aneddoti, tra l’altro scorrevolissimo, che in fondo si pone l’ambizioso obiettivo di dimostrare come il romanzo poliziesco non sia solo un genere minore, buono giusto per intrattenere, ma che abbia addirittura a che fare con il senso più profondo della condizione umana. Del resto che cos’è la vita se non il più affascinante dei misteri?

Il libro: Paolo Gulisano, Indagine su Sherlock Holmes, Ares, Milano, 2020, pp. 232, Euro 14.

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