di Massimo Micaletti

Pochi giorni fa, l’AIFA ha rimosso l’obbligo di ricetta per la somministrazione della “pillola dei cinque giorni dopo” alle minorenni[1], rendendo così accessibile anche ad una fascia d’età particolarmente delicata, e senza alcuna consulenza medica, il più efficace preparato attualmente in commercio per la soppressione del concepito.

Questa mossa dell’Agenzia del farmaco, non nuova a simili sortite, pone almeno quattro ordini di problemi. Il primo è che viene ancora una volta banalizzata la procedura abortiva, con la distruzione del concepito che avviene nella totale inconsapevolezza della ragazza, convinta di assumere “solo” un contraccettivo. Però – si potrebbe obiettare – la pillola dei cinque giorni dopo è definito proprio “contraccettivo”, quindi non si tratta di un aborto: e questo è un grave errore, frutto della manipolazione linguistica e concettuale cui è soggetta la medicina tutta da qualche decennio a questa parte. Questo preparato, infatti, non impedisce il concepimento (non è, quindi, un anticoncezionale) bensì l’annidamento, ossia il processo per cui, a concepimento avvenuto, l’essere umano si sposta dalla tuba e si impianta nell’utero della madre: impedito questo, il concepito muore. Questa roba funziona così. Ma perché non si può palare di aborto? Perché da qualche anno per l’OMS la gravidanza inizia con l’annidamento, non col concepimento, con la grottesca conseguenza che, in quei pochi giorni dal concepimento in cui dalla tuba tutti noi – tranne i nati da fecondazione artificiale – abbiamo fatto il viaggio fino all’utero, cullati dal movimento del corpo della mamma, ecco, in quei giorni nostra madre non era incinta, secondo l’OMS. Ora, siccome sempre per l’OMS l’aborto non è la soppressione del concepito ma l’interruzione della gravidanza e la pillola in questione impedisce l’inizio della gravidanza, ecco che non si tratta di aborto ma, a detta di costoro, di contraccezione. Se vi sentite un po’ presi in giro da questi soloni, ecco, non avete torto.

Il secondo punto critico è che l’AIFA è un ente sostanzialmente irresponsabile politicamente ma una decisione come questa – e come quella, assunta poco prima, della somministrazione di embrioni bloccanti la pubertà ai minorenni – non è certo soltanto scientifica ma anche e soprattutto politica perché tocca temi e valori che fondano la nostra civiltà. La tendenza a riportare le problematiche di Bioetica nell’alveo della sola tecnica è un espediente astuto per eludere le questioni etiche e giuridiche (o quantomeno un minimo di dibattito parlamentare) e trova pieno avallo nell’attuale congiuntura, in cui il ruolo della politica è del tutto marginale ed assistiamo al commissariamento del Paese da parte di soggetti certamente qualificati ma altrettanto certamente irresponsabili.

Il terzo profilo, combinato disposto dei primi due, è la sempre maggiore irrilevanza – anzi, la totale irrilevanza – che la difesa del concepito riveste nel dibattito attuale, quantomeno in Italia. E’ anche questa la prova che un’intera classe politica è andata bruciata e perduta, da questo punto di vista, iscritta al Partito Radicale di massa che è la precondizione oggi come oggi per affacciarsi al dibattito pubblico, salve poche e marginali eccezioni. Non c’è stato nessun pronunciamento sulla decisione dell’AIFA da parte di coloro che maggior o minor titolo guardano a una certa area cattolica, area che, fatalmente, non guarderà più a loro e aspetterà… il prossimo treno. Il prossimo treno, però, non viene da sé ma passa attraverso la ricostruzione di una cultura e di una consapevolezza autenticamente cattoliche o quantomeno integralmente pro vita. Insomma, finché alla Pontificia Accademia pro Vita avremo Paglia e i suoi accoliti, per tacere di altre figure, sarà difficile far un passo di risanamento del fronte cattolico. A proposito: avete letto qualcosa della PAV su questa vicenda? No, ma forse è meglio così.

Quarto punto – e ce ne sarebbero molti altri – è la condizione della minore che può avere un preparato che ha un tale impatto sulla sua vita senza la consulenza di un medico. Eppure si tratta di un prodotto che conosce diverse reazioni avverse e controindicazioni anche solo su un piano meramente fisiologico: possibile che quello che possiamo offrire a queste ragazzine è solo la solitudine e l’abbandono in una situazione tanto delicata? Chi potrebbe farle riflettere, chi potrebbe, quantomeno, verificare se ci sono problemi fisici che sconsiglino o vietino l’assunzione della pillola? Nessuno, ancora una volta l’aborto è la solitudine, è la paura, il precipitarsi, è il consiglio dell’amica o della zia che poi se ne tornano nella loro vita e alla ragazza lasciano un “TVB” che affonda presto nel dubbio e nel rimorso, magari di decenni dopo. E le Case farmaceutiche si arricchiscono.

Dinanzi a tali e tante criticità, appare del tutto pretestuoso l’argomento dell’AIFA secondo cui la ratio del suo intervento sarebbe evitare l’aborto clandestino delle ragazzine, fenomeno del quale non esiste alcuna evidenza in Italia atteso che l’accesso all’interruzione di gravidanza è possibile e agevole ovunque. Ebbene, su una cosa di quel che afferma il direttore dell’AIFA si può esser d’accordo: che la decisione sulla somministrazione della pillola dei cinque giorni dopo sia una scelta etica. Ed è la solita etica irresponsabile che tratta il concepimento alla stregua di una malattia o un’emergenza, da risolvere con un farmaco che distrugge la vita. A sentire quest’etica e le sue ragioni e i suoi metodi, sempre uguali da una sessantina d’anni, siamo abituati. Ma non rassegnati.


[1] https://www.ilsole24ore.com/art/aifa-via-libera-pillola-5-giorni-per-minorenni-senza-ricetta-ADEjpzu