di Luca Fumagalli

A livello editoriale, il caso dello scozzese Bruce Marshall è più unico che raro. Se i suoi romanzi sono stati pubblicati in varie lingue e ancora oggi sono letti da un piccolo ma affezionato pubblico – che comprende pure gli italiani, che hanno potuto beneficiare delle pregevoli traduzioni targate Longanesi e poi Jaca Book – sulla sua vita o sulla sua opera è stato scritto pochissimo, e addirittura alcune enciclopedie letterarie non citano nemmeno il suo nome. Il lettore interessato ad approfondirne i risvolti biografici è perciò costretto a ripiegare su una manciata di articoli, così come chi fosse alla ricerca di un contributo critico dovrebbe avventurarsi in lunghe indagini tra gli scaffali di qualche biblioteca universitaria, sperando di scovare al massimo una tesi impolverata.

Nato a Edimburgo nel 1899, Marshall si fece cattolico nel 1917, segnato spiritualmente dall’orrore della Grande guerra. L’anno dopo, a una settimana dall’armistizio, venne gravemente ferito e il medico fu costretto ad amputargli una gamba.  Nel 1929 terminò gli studi e iniziò, per citare le sue stesse parole, a fare il «ragioniere». Dopo una rocambolesca parentesi al tempo del Secondo conflitto mondiale come assistente della resistenza francese per conto dei servizi segreti britannici, grazie al successo di un paio dei suoi romanzi potè infine dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Allora si trasferì definitivamente in Francia, in Costa Azzurra, e lì morì nel 1987.

Le opere di Marshall, ironiche e penetranti, gli hanno valso in Italia l’appellativo di “Guareschi delle Highlands”, tanto è simile la sua visione dell’uomo e della vita a quella del celebre ideatore di Don Camillo e Peppone. In un’elegante danza di scene, come pezzi di un puzzle che si uniscono per svelare un senso sulle prime nascosto, le sue storie si sviluppano secondo linee imprevedibili, scosse di continuo da cortocircuiti che recano traccia di quel divino che abita anche nel cuore dei suoi (più o meno consapevoli) protagonisti. La realtà, secondo lo scrittore scozzese, vince sempre sul sogno, nel senso che a trionfare, pure contro il dolore più profondo, non è una consolazione illusoria, ma la concretissima speranza che deriva da quella promessa di redenzione fatta da Cristo ormai due millenni fa.

Per Marshall la letteratura è dunque un incontro con l’umano senza paura o timori, pronto ad accoglierne miserie e grandezze, con il risultato che nelle sue storie a emergere non è mai una lezione o una predica quanto piuttosto il semplice gusto dell’esistenza, magari condita con un po’ di buon senso. Ecco perché, agli aspiranti romanzieri, dava un curioso consiglio: «Alla larga! Ma se proprio dovete scrivere, prima imparate il latino, immergetevi nelle profondità degli abissi o praticate la pirateria e sarete capaci di scrivere e avrete qualcosa da scrivere». Detto altrimenti: prima la vita, poi i libri.

Candele gialle per Parigi (Yellow Tapers for Paris), pubblicato per la prima volta nel 1943, è stato considerato da svariati critici il romanzo più forte e impegnativo dello scozzese. Di certo qui le atmosfere si fanno rarefatte, desaturate, e a prevalere, più che le tinte pastello, sembrano i graffi e le sferzate di un espressionismo che calca i toni e smorza gli entusiasmi. In un quadro kafkiano dove si susseguono personaggi degni di un dipinto di Dix, Grosz o Ensor, lo squallore grottesco, la meschinità più vile e il fetore di un mondo soffocato da inutili chiacchiere si mischiano senza soluzione di continuità. Tutto è cristallizzato in uno stomachevole immobilismo, ribadito dai capitoletti in cui il governo, di anno in anno, continua a spergiurare che quanto promesso sta per essere finalmente realizzato. La ruvidità della prosa e il cinismo diffuso sono tuttavia mitigati da una pietas cristiana che affiora di quando in quando, in ritagli di trama che ricordano che «la misericordia di Dio è una fune lunga e forte, e non è mai tardi per aggrapparvisi», come scriveva altrove lo stesso Marshall.

Il titolo del libro, un riferimento alle candele di cera vergine che la Chiesa usa nella messe funebri solenni, riflette la permanente condizione di caos che caratterizza la Parigi dal 1934, anno in cui incomincia la storia di Bigou, ex soldato al fronte durante la Grande guerra e ora povero contabile che deve prendersi cura di una moglie gravemente ammalata e di una figlia che ha troppa voglia di crescere. Sfruttato dai datori di lavoro che approfittano del suo buon cuore per arricchirsi – in barba alle misere condizioni a cui costringono i propri dipendenti – e incerto nei confronti di quella Fede nella quale è cresciuto, Bigou trova un po’ di consolazione solamente nel bar sotto casa dove la sua esistenza si incrocia con quella degli altri abitanti del quartiere. Tra l’alcol, il fumo e le immancabili discussioni le giornate passano in un clima di generale decadenza, mentre all’orizzonte si profila sempre più nettamente l’ombra di un’imminente sciagura.

Bigou, al pari dei suoi amici, è un irrisolto: incerto se essere un comunista o un fascista, un credente o un “libero pensatore”, nella sua mente si propone un sacco di cose che poi finiscono inevitabilmente nel nulla, costretto inoltre dalle circostanze sfavorevoli a una vita squallida (sia materialmente che moralmente). A volte gli insulti e le manifestazioni violente bastano a sfogare la frustrazione che alberga nel suo cuore; dopo qualche tempo, però, la fastidiosa sensazione torna a pungolare più forte di prima. A un certo punto parrebbe persino intenzionato a riprendere ad andare regolarmente a Messa, o almeno a dare il via a una rivoluzione, ma ogni una volta la sua volontà si stempera quasi subito nell’indolenza.

Come lui è pure la Parigi brillantemente descritta da Marshall, la capitale di un paese sull’orlo del collasso. Difatti il racconto è anche una tragicomica analisi dell’imbecillità burocratica, del malgoverno esteso a sistema e dell’ottusità di cittadini che non trovano altra soluzione se non guardare al proprio ombelico e scaricare le colpe sul prossimo. A fare da coscienza collettiva è rimasto solo un vecchio reduce delle trincee dalla faccia scorticata, cieco, con una ridicola parrucca, una sorta di riflesso fatto uomo del marciume dilagante. Il suo sacrosanto richiamo alla «disciplina», a non lasciare inevase quelle domande radicali che sono la sostanza dell’esistere – unica possibilità per sfuggire all’apatia e allo «sbadiglio dell’abitudine» – è ovviamente destinato a cadere nel vuoto.

Per fortuna l’immenso buio del romanzo, oltre che da momenti comici particolarmente riusciti, è attraversato pure da bagliori di verità e bellezza che, per quanto spesso sgangherati e paradossali, rivelano una Grazia divina che opera al di là della miseria di quei derelitti spettrali che camminano per le strade cittadine. Al netto di tutto, infatti, l’umanità dei protagonisti non è completamente scomparsa: ad esempio Bigou riscopre in sé un «grande splendore d’oro» dopo essere uscito dal confessionale, così come “la mantenuta gialla”, una donna avvezza a cambiare amanti con troppa disinvoltura, vive un vero e proprio cammino di conversione. Lo stesso si può dire di una toccante scena a ridosso dell’epilogo, quando la nascita di un bambino durante l’invasione nazista si tramuta in un piccolo grande segno di speranza che rimanda a quel Dio fattosi carne.

Se maggio, il mese mariano, ritorna ciclicamente a marcare i punti di svolta della trama, la sensazione diffusa è che la Chiesa sia l’unica possibilità di santificare un universo altrimenti sordido (e ciò nonostante i manifesti limiti dei suoi membri). Perché la vita, come forse imparerà Bigou, è continua occasione. Quando i suoi amici, nel giorno della Prima comunione della figlia, lo scandalizzano dicendo che Dio è un’invenzione degli uomini, trova per lei la risposta della realtà: «Basta che tu guardi le stelle, di notte, per capire». E di fronte allo scetticismo dilagante è ancora una volta lui, timido e vigliacco, a sventolare la grande categoria che dà impulso alla ragione umana: «Però, ci sono delle possibilità…».

Candele gialle per Parigi si chiude quindi sotto il segno della fiduciosa attesa, come un germoglio che spunta in mezzo alle macerie e alla guerra. La letteratura di Marshall, in fondo, non è altro che questo, ovvero la cronaca di un imprevisto, di un miracolo che ridà significato alla confusione e dignità al vile.