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Una nuova recensione di Piergiorgio Seveso

Abbiamo voluto dare nuovamente alle stampe questo libro di monsignor Antonio Pujia (1850-1918), fratello sacerdote del forse più noto arcivescovo Carmelo Pujia, per lungo tempo ordinario di Reggio Calabria, per una serie di ragioni che probabilmente sorprenderanno il nostro lettore.
Anzitutto abbiamo voluto mostrare a tutti quale fosse l’altissimo livello di preparazione dottrinale, teologico-storica e retorico-stilistica di una figura certamente importante ma comunque davvero minore all’interno nel mondo ecclesiastico italiano, a cavallo tra i pontificati di Leone XIII e San Pio X.

Monsignor Puija è indubitabilmente uno scrittore “di provincia” ma il lettore potrà constatare il livello di preparazione esegetica nel suo saggio sul Salterio davidico contenuto nella sezione “Preludi” del volume stesso: conoscenza delle lingue sacre, acribia di analisi, ricchezza argomentativa, nessuna condiscendenza verso il protomodernismo esegetico, sono le caratteristiche del saggio introduttivo di quest’opera.
Nella sua parte più lirica e celebrativa, chiamata appunto “Accordi”, monsignor Pujia mostra le sue doti di fine scrittore encomiastico, anzitutto con una prosa cristologica ricca di analogie e ardite immagini barocche, e poi con una serie di scritti d’occasione che ne fanno laudatore inesausto delle due grandi “bianchezze” della Chiesa: la Madonna e il Papa (sia esso Papa Pecci verso cui mostra un affetto tenerissimo, sia esso Papa Sarto).
Malgrado provenisse da una famiglia naturalmente inserita nel contesto sociale della nuova Italia sabauda (il suo fratello più giovane, Francesco, fu senatore del Regno e il fratello Carmelo arcivescovo incline al “patriottismo” ), Monsignor Pujia non cessa di denunziare la severa prigionia del Papa, durante l’allora irrisolta “Questione romana”.
L’immagine che viene tracciata di Leone XIII è miserevole e monumentale al contempo: un venerato vegliardo in catene che domina il secolo che muore e quello che sta nascendo, incurante della guerra inesorabile che gli muove satana attraverso i governi, le ideologie rivoluzionarie e la generale corruzione delle menti e dei cuori.
Questa fiducia incrollabile nel “Non praevalebunt”, questa attesa fedele e inscalfibile dell’Alba di tutto di bensoniana memoria, questa intensissima pietà mariana lo rende uno scrittore sacro di primissimo livello, un vignaiolo (questa volta davvero umile e fedele) nella vigna del Signore.
Infine la sua prosa accorata ma al contempo pensosa sui disegni divini per il terremoto di Reggio e Messina nel 1908 lo avvicina ancora di più a noi e ai tempi calamitosi e mortiferi che stiamo vivendo.
Se raffrontiamo la prosa del nostro autore con lo starnazzare sociologistico e la pietà melensa e informe di molte “cattedre episcopali” di oggi risulta assolutamente chiara la necessità di riportare alla luce questi tesori dimenticati della clericale milizia di tempi meno infelici di quelli di oggi.

Non possiamo quindi che ringraziare Lorenzo Roselli, suggeritore e promotore di questa ristampa, nonché prefatore, per il suo contributo alla realizzazione della stessa.

A voi, cari amici, non mi resta che augurare: buona lettura!

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