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Francisco de Borja y Aragón, bisnipote di Alessandro VI, il duca di Gandia che maturò la decisione di intraprendere la via religiosa al cospetto del cadavere putrescente della imperatrice Isabella, fu il terzo Generale della Compagnia di Gesù. Sebbene, come ricorda il Breviario fosse, per le sue doti, sommamente caro ai principi e ai sommi Pontefici, sempre fu di un umiltà straordinaria: “Aveva sì bassa opinione di sé, da appropriarsi il nome di peccatore … Scopare la casa, mendicare il pane alle porte, servire i malati negli ospedali per disprezzo di sé e del mondo, egli faceva sue delizie”. Morto a Roma il 30 settembre 1572, Urbano VIII lo proclamò beato il 23 novembre 1624 e Clemente X lo ascrisse fra i santi il 20 giugno 1670. Di seguito l’incipit della Vita che ne scrisse Daniello Bartoli sj nel 1681.


Sul primo entrare che fo nelle virtù del Santo Padre Francesco, delle quali ho riserbato a quest’ultimo l’adunarne alquante particolarità, e per così dire gli avanzi rimastimi dal lavoro di questa esposizione della sua vita, stata pure ancor essa una tessitura ad opera sempre continuata e sempre varia di virtù, secondo i varj stati d’essa, diverse e tutte nondimeno simili nell’eccellenza, mi viene in cuore un pensiero, cui le pruove che ho dell’essere non mal fondato, m’assicurano dal poterlo semplicemente proporre quale appunto l’ho concepito nell’animo. I due Franceschi, dico io, Saverio e Borgia, con le cui veramente grandi anime Iddio volle aggrandire in que’ suoi principj la piccola Compagnia di Gesù e al suo fondatore Ignazio, che gli avea generati in Cristo e allevati nella perfezion dello spirito, raddoppiare il godimento del vedersi a un medesimo tempo padre di due cosi gran figliuoli; questi due Franceschi, dico, a me par che avessero in qualche particolar maniera raccomandato dalla divina provvidenza il mondo: quel nuovo dell’Oriente il Saverio, questo vecchio dell’Occidente il Borgia; a fin che ciascun d’essi nel suo diversamente operando, secondo la diversità de’ paesi e de’ lor bisogni, vi facesse trionfar la fede e risplender la luce dell’Evangelio. E quanto si è al Saverio, non m è qui bisogno di ricordarne ciò che non v è oramai chi nol sappia: l’andare che per dieci anni continuò scorrendo fino all’ultimo suo termine verso il Sol nascente, che sono l’Isole del Giappone e pella sua larghezza fino alle Molucche, che giacciono sotto il cerchio dell’Equinoziale, quel gran mondo assegnatogli a coltivare; viaggiando sempre a piè scalzi e lasciando per tutto stampate le orme del suo apostolico ministero e con la santità della vita, con la predicazione dell’Evangelio, con la moltitudine e varietà de’ miracoli, traendo al conoscimento di Dio e alla professione della Fede cristiana e battezzando di sua mano molte centinaja di migliaja d’ogni specie d’infedeli, come ne fanno espressa testimonianza due Sommi Pontefici: onde Novarum Gentium, o come ancora ne parlano, Orientalium Indiarum Apostolus unanimi totius christiani Orbis consensu meruerit appellari. Or vivendo al medesimo tempo questi due gran Franceschi, mentre il Saverio adempiendo le parti del suo apostolato, andava di paese in paese piantando la fede nell’Oriente, il Borgia più la radicava in questo nostro Occidente. Il viaggiar ch’egli fece per più di venti anni per tanti regni e provincie quante ne abbiam contate poté con verità dirsi un continuato predicare, eziandio tacendo, il pregio de’ beni eterni col dispregio de’ temporali e la niuna stima che si vuol fare di questi in comparazione di quegli, che è la sostanza della fede cristiana e il midollo della sapienza dell’Evangelio, efficace in pochissimi al solamente udirne i precetti, ma efficacissima in tutti al vederne l’esempio.