di Luca Fumagalli

«Che mostro! Quanto mi manca!»

(Nancy Mitford)

Waugh nel giardino della sua dimora di Piers Court

Evelyn Waugh è probabilmente lo scrittore britannico più paradossale del Novecento. Difatti, anche se firmò alcuni dei brani più divertenti che siano mai stati scritti in lingua inglese, nell’ultimo ventennio della sua vita soffrì di una depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora, a un certo punto della carriera, quando i libri iniziarono a vendere bene e il suo portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero sembrare un allibratore. Gli amici sapevano che i suoi limiti caratteriali erano comunque compensati dalle molte qualità, così come i lettori che amarono i suoi capolavori furono in grado di scorgere al di là della satira corrosiva il cuore pulsante di un uomo fondamentalmente malinconico ed empatico.  

Arthur Evelyn St John Waugh era nato il 28 ottobre 1903, figlio dello scrittore ed editore Arthur Waugh e di Catherine Raban. Suo fratello Alec – in seguito anch’egli romanziere di una certa fama – aveva già cinque anni e i genitori, che desideravano tanto una bambina, presero quindi la stravagante decisione di chiamare il secondogenito Evelyn. Dal nonno Alexander, un medico molto amato dalla comunità ma temutissimo in famiglia per i suoi frequenti e improvvisi attacchi d’ira – tra le mura domestiche era soprannominato “il bruto” – il piccolo derivò una certa inclinazione alla posa che mantenne per il resto dei suoi giorni: ad esempio, durante il Secondo conflitto mondiale, mentre si trovava in un centro d’addestramento per paracadutisti, Waugh impressionò i commilitoni più giovani vantandosi di essere un veterano non solo della Grande guerra ma addirittura di quella boera e di quella zulu!

Harold Acton ed Evelyn Waugh per le vie di Londra

Quando fu il momento di andare a scuola, il padre, che aveva un evidente predilezione per Alec, iscrisse Evelyn al Lancing College, un istituto di second’ordine, che il ragazzo frequentò controvoglia. Lì almeno diede prova per la prima volta del suo talento per la scrittura, per quanto all’epoca fosse ancora il disegno ad attrarlo maggiormente. Se per qualche tempo aveva accarezzato anche l’idea di diventare un vicario, inebriato dall’educazione anglicana ricevuta in famiglia, poco alla volta i dubbi presero il sopravvento fino a fargli perdere completamente la Fede.

Grazie alla vittoria di una borsa di studio, nel 1922 Waugh poté iscriversi al Hertford College di Oxford. Sin da subito eccelse più che altro nell’arte di indebitarsi: i gusti raffinati in fatto di vestiti e libri contribuirono a prosciugare rapidamente le sue già scarse finanze. Per far quadrare in qualche modo i conti prese a scrivere, dietro compenso, per varie riviste universitarie, disegnando pure copertine, illustrazioni ed ex libris. All’epoca l’atteggiamento iconoclastico e un po’ dandy di Waugh e dei suoi amici – il più importante dei quali era Harold Acton, figlio di un collezionista d’arte anglo-fiorentino – si concretizzò nella fondazione dell’ Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste il cui nome derivava dal motto dell’associazione stessa, ovvero “L’acqua è il meglio”. Partecipò pure alla realizzazione di un bizzarro film amatoriale, The Scarlet Woman, in cui veniva raccontato in toni farseschi un complotto contro la corona ordito da un preside di facoltà cattolico. Naturalmente non mancavano nemmeno gli scherzi e gli sfottò, e il bersaglio prediletto del giovane Evelyn era il suo tutor, C. R. M. F. Cruttwell, verso cui nutriva una viscerale antipatia. A questi anni risalgono anche i suoi due amori omosessuali, quello per Richard Pares – che però durò poco, data la scarsa inclinazione di quest’ultimo all’alcol – e quello ben più longevo per Alastair Graham.

Dopo la laurea, attenuta nel 1924 con una valutazione mediocre, credendo ancora che la propria vocazione fosse l’arte, Waugh fece di tutto, ma inutilmente, per convincere il padre a permettergli di studiare a Parigi. Cominciò così a fare l’insegnante, spostandosi irrequieto da una scuola all’altra e collezionando solo una serie di esperienze frustranti sia dal punto di vista professionale che da quello economico.

Waugh con il suo immancabile sigaro cubano

Qualcosa iniziò a mutare nella sua vita quando, dopo la lettura di un saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco prima di Declino e caduta (Decline and Fall), il suo romanzo d’esordio.

In quello stesso anno, cogliendo di sorpresa parenti e amici, Waugh si sposò con Evelyn Gardner, soprannominata “She-Evelyn” per non confonderla col marito. I due si erano conosciuti qualche mese prima e, a quanto pare, lei accettò la sua proposta di fidanzamento nonostante questa si fosse limitata a un non proprio esaltante «Vediamo come va». Poco tempo dopo, durante una noiosa attesa alla fermata di un autobus, i due decisero improvvisamente che era venuto il tempo delle nozze e il 27 giugno, in fretta e furia, divennero marito e moglie. La loro liason, però, durò davvero poco, e già nel giro di un anno la Gardner si era trovata un amante. Di conseguenza Il divorzio fu l’unica soluzione possibile (Waugh riuscì a ottenere dal Vaticano l’annullamento del matrimonio solo nel 1936).

Nel frattempo la necessità di entrate più regolari lo aveva spinto verso i lidi del giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentale del perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato nel leggendario A. D. Paters un agente pronto a procacciargli le migliori offerte. Nel 1930 vide la luce Etichette (Lebels), il primo di svariati libri di viaggio – tra cui Remote People (1931), Ninety-two Days (1934), In Abissinia, (Waugh in Abyssinia, 1936), e Quando viaggiare era un piacere (When the Going Was Good, 1946) – e il suo secondo romanzo, Corpi vili (Vile Bodies), accolto con entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente definiti e comprendevano, oltre a uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un gusto per una satira dal sapore leggermente farsesco. Secondo Graham Greene gli scritti di Waugh avevano la limpidezza del Mediterraneo prima che fosse inquinato dal turismo. A facilitargli la scalata verso il successo contribuì poi il fatto che egli era un ottimo promotore di se stesso, capace come pochi di coniugare umorismo e intelligenza.

Foto di gruppo durante la cerimonia d’inaugurazione della Campion Hall di Oxford (1936). Sulla sinistra, in seconda fila, è riconoscibile Waugh; davanti a lui il gesuita Martin D’Arcy. Sull’estrema destra, invece, vi è mons. Ronald Knox.

Prima di partire per Addis Abeba per seguire l’incoronazione di Haile Selassie, lo scrittore decise di convertirsi al cattolicesimo, istruito dal gesuita Martin D’Arcy. Tutti pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, vi furono anche altri motivi: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più ultramontano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la Controriforma» parrebbero confermarlo. Quando accadeva che i sodali lo rimproverassero per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che, in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Non avete idea di come sarei ancora più cattivo se non fossi cattolico».

Tra le amicizie nate in quest’epoca, oltre a quella con la scrittrice Nancy Mitford e a quella col critico letterario Cyril Connolly, una delle più importanti e longeve fu quella con le sorelle Lygton, la cui bellissima abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due dei romanzi più famosi di Waugh, Una manciata di polvere (An Handful of Dust) e Ritorno a Brideshead (Brideshead Reviseted), pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Poco tempo dopo lo scrittore conobbe pure Lady Diana Cooper, una bellezza edoardiana reinventatasi come attrice, con la quale scambiò centinaia di lettere e cartoline. Ernest Oldmeadow, direttore del «Tablet», fu invece dei suoi più accaniti oppositori: sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh tra cui Misfatto negro (Black Mischief), del 1932. Questi rispose senza mezzi termini, e quando nel 1935 venne affidata la direzione del periodico a Douglas Woodruff ne divenne, quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall, il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro ottenne inoltre il prestigioso Hawthornden Prize.

I romanzi di Waugh

Il 17 aprile 1937 Waugh convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia convertitasi di recente alla Chiesa di Roma, che gli avrebbe dato ben sei figli (il commento dello scrittore a proposito della procreazione suona decisamente sarcastico: «Il piacere è momentaneo, la postura ridicola, il costo dannatamente alto»). Grazie ai soldi messi a disposizione dalla generosa nonna di Laura e ai proventi del suo ultimo romanzo, L’inviato speciale (Scoop, 1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del XVIII secolo, vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.

Sul versante della politica in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di credito nei confronti di Mussolini e Franco; Waugh, da parte sua, non ne fu affatto meravigliato e continuò a criticare W. H. Auden e quegli intellettuali che abusavano del termine “fascista”, dando l’impressione di bollare con quell’epiteto chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del 1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta confessione del suo conservatorismo: «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in particolare per tenere insieme una nazione». Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò che le donne che fumavano meritavano di essere arrestate, alla stesso tempo dimostrò sempre un totale disinteresse nei confronti dell’Impero britannico, che considerava un volgare prodotto del protestantesimo.  

Evelyn Waugh e Laura Herbert nel giorno del loro matrimonio

Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte contro Hitler e Stalin (intanto, per far fronte ai costi di mantenimento della casa, Piers Court venne data in affitto a una scuola gestita da alcune suore domenicane). Waugh si fece crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere ordini dall’alto). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (Put Out More Flags, 1942) – nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei soldati titini. Finì in un litigio, anche perché lo scaltro Evelyn intuì quasi subito che i partigiani, tra una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i cattolici. Denunciò la cosa al «Times» con un paio di lettere, ma le proteste non ebbero alcun seguito.

Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato negli anni successivi con Il caro estinto (The Loved One, 1948), Elena (Helena, 1950) e la trilogia La spada dell’onore (Sword of Honour, 1965) – garantì a Waugh una discreta ricchezza (per quanto non mancassero inconvenienti come le tasse elevate e le fastidiose lettere degli ammiratori che si prendevano, a suo dire, un po’ troppa confidenza). Tuttavia la fortuna durò poco: lo stile di vita costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le pazze spese rimasero da allora solo un lontano ricordo. Nel 1956 i coniugi Waugh furono persino costretti a vendere Piers Court, i cui costi di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora, Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella ma meno signorile.

Waugh con Teresa, la figlia maggiore

I viaggi in America accrebbero in Waugh lo spirito del “papista” militante e non era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò l’assenza della religione nei romanzi di Orwell e non nascose mai il suo disappunto nei confronti della Fede «eretica» dell’amico Graham Greene. A maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.

A partire dagli anni Cinquanta Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, «un misto di tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro». Aveva molto tempo libero, e se nei primi tempi a Piers Court si dedicava volentieri al giardinaggio e alle lunghe passeggiate, nel dopoguerra, a causa degli acciacchi e dei reumatismi, ridusse di molto l’esercizio fisico. Accusava poi una crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico. Per combattere la noia, due o tre volte alla settimana si recava anche al cinema di Dursley, guardando con noncuranza qualsiasi pellicola fosse in programmazione (affermava di essere l’uomo ad aver visto più film brutti al mondo). Su consiglio di Padre Philip Caraman si affidò quindi alle cure dello psicologo cattolico Eric Strauss che concluse che le allucinazioni di cui Evelyn soffriva fossero causate dal cloralio e dal bromuro – mischiati all’alcol – che assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci ma lo scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert Pinfold (The Ordeal of Gilbert Pinfold), del 1960: se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò una parentesi di sollievo.

Waugh con moglie e figli (1951)

Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata Messa tridentina. Tentò di raccogliere le forze conservatrici inglesi per dare il via a una campagna di opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era intenzionata a seguire il nuovo corso, non gli restò che gettare la spugna: «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come atto di dovere e di obbedienza».

Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che la cultura cattolica britannica perse all’improvviso il suo miglior alfiere, un uomo contraddittorio, con cui non era facile trattare, ma uno scrittore di grande talento e, soprattutto, uno degli ultimi intellettuali in terra d’Inghilterra a dare ancora qualche valore alla parola Tradizione.