La Santa Cecilia giacente realizzata da Stefano Maderno nel 1600.
Commissionata dal cardinale Sfondrati per la confessione della basilica di Santa Cecilia in Trastevere raffigura la Martire nella stessa posizione in cui fu ritrovato il corpo.
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Il 20 ottobre 1599 Roma fu testimone di un grande evento: il rinvenimento dopo più di 800 anni del corpo della santa vergine e martire Cecilia nella sua chiesa di Trastevere. Ecco il racconto del memorabile avvenimento steso dalla penna dell’insegne storico Cesare Baronio, discepolo di san Filippo Neri e cardinale, testimone oculare.

File:Girolamo rainaldi, monumento del cardinale Paolo Emilio Sfondrati, m. 1618, 03 busto.jpg

Il Cardinale Paolo Emilio Sfondrati (Milano, 21 marzo 1560 – Tivoli, 14 febbraio 1618)
Girolamo Rainaldi, Monumento funebre del cardinale Paolo Emilio Sfondrati, 1623, Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, Roma
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L’opportunità e dignità dell’argomento richiede che noi qui descriviamo quel che accadde in quei dì nei quali, dimorando noi nella villa di Frascati presso la Santità di Clemente VIII, eravamo occupati in rivedere questo tomo che si doveva indi a poco stampare.
Mentre il Cardinale Paolo Sfondrati del titolo Presbiterale di S. Cecilia, nipote della santa memoria di Gregorio XIV Pontefice Massimo, dopo aver adornata molto quella chiesa pensava ad arricchire ancor più nobilmente la Confessione della medesima; ricercate con gran diligenza reliquie insigni dei Santi e collocatele in più urne di argento per ivi collocarle, poiché queste non entravano nel vuoto che vi era tra l’altare e la confessione, ebbe necessità di accrescere e dilatare quello spazio troppo alla sua intenzione angusto. Dunque facendosi ciò ecco che si scopre un antico forame scavato che arrivava al corpo di S. Cecilia; per il quale forame, come abbiamo altrove detto, soleva la pietà de fedeli calare fazzoletti che col contatto del sepolcro della S. Martire valessero a sanare le infermità. In questo modo fu trovato quel venerabile sepolcro nel quale era chiuso il sacro Corpo dell’insigne Vergine e Martire Cecilia, del quale certa ed indubitata fede ne faceva l’iscrizione che di fuori eravi stata posta. Ma il savio Cardinale sull’esempio dell’Apostolo Giovanni, il quale sebbene precorse a Pietro e prima di lui fu al sepolcro, nondimeno non volle per il primo entrarvi, così egli, riserbando all’Apostolico Padre d’investigare appieno questo monumento, sigillata che ebbe la cassa perfettamente, corse a Frascati dal Romano Pontefice, acciocché a voce l’informasse del trovato prezioso tesoro. Era il Santissimo Padre Clemente infermo di podagra, la quale cagionavagli grandissimi dolori e benché non ammettesse all’udienza niuno, pure udita la cagione per cui era il Cardinale venuto l’ammise ed ascoltar volle da lui la serie tutta dell’accaduto; ed avendolo con gran piacere udito, di questo il S. Padre si dolse che dalla sua sanità impedito fosse a correr tosto per vedere e venerare l’illustre Martire.
Un tale impedimento si cangiò per me in grandissimo guadagno. Perchè egli onorò me, benché indegno, di tale commissione e volle che andassi ad esplorare ed adorare il venerabil corpo di Cecilia. E cosi senza interporre dimora, meco il predetto Cardinale, tornando colla stessa celerità colla quale era venuto, venendo a Roma il giorno medesimo sul tardi alla Chiesa arrivammo della S. Martire.


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Il cardinale Cesare Baronio C.O. (Sora, 30 ottobre 1538 – Roma, 30 giugno 1607)
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Io vidi la cassa di cipresso posta nel sepolcro di marmo nella quale erano le sacre membra chiuse col coperchio, che triandosi si levava, e questa un poco offesa; sicché molto rimasi maravigliato come dopo 878 anni potesse una cassa di legno, umettandola sempre di sua natura un sepolcro di marmo, posta sotto terra, senza aver mai aria, conservarsi così intera ed illesa, onde da tanta umidità non venisse a disciogliersi e marcire, ma sì forte e soda fosse rimasta che senza suo danno veruno ciascun potesse toccarla e stringerla a sua voglia, massimamente avendo tale coperchio che tirandosi mostrava il venerabil Corpo e ritirandolo lo copriva; quel che più volte in più giorni fu fatto prima che nell’istesso luogo nella confessione di nuovo si chiudesse, volendo moltissimi il sacro Corpo vedere ed adorare.
Avendo noi questo della detta cassa, non senza gran maraviglia, veduto, passammo a visitare il sacro Corpo della Marrire che ivi era collocato. E certamente, giusta il detto di Davide: “Sicut audivimus ita et vidimus in civitate Domini virtutum, in civitate Dei nostri“. Imperocché in quel modo che avevamo letto essere stato trovato e riposto da Pasquale Papa, il venerabil corpo così lo trovammo: cioè ai piedi suoi quei veli bagnati di sangue e fili di seta e di oro (essendo già stato il resto dall’antichità consumato), indizi delle vesti delle quali parla il medesimo Pasquale.
Altri panni poi di seta e sottili, posti sopra il corpo della Martire, ci dimostravano il sito e la statura del corpo. Vedevasi poi – ciò che era degno di ammirazione – situato il corpo non com’è solito degli altri supino, ma come se in letto giacesse l’onestissima Vergine, voltata sopra il fianco destro, ritirate come per modestia un poco le ginocchia: sicché più che similitudine di donna morta, quella aveva di chi placidamente dormisse, composta in modo da inspirare a tutti tal verecondia che quel che è pur di maraviglia, niun per quanto avesse di curiosità osò di discoprire il verginal corpo, ritirato da una inesplicabil riverenza, come se presente la guardasse il celeste sposo, custode vigilante della sposa che dormiva, ammonendo e minacciando “ne suscitetis, neque evigilare faciatis dilectam, donec ipsa velit“.
Vedemmo, certificammo la venerammo. Ed avendo il seguente giorno sopra la stessa Confessione offerto il Divin Sagrifizio a memoria ed onore della Vergine e Martire e degli altri Santi ivi collocati, tornammo al Sommo Pontefice il quale ci aveva mandati ed a lui riferimmo tutto ciò che avevamo veduto e trovato. Sentì egli tutto con gran piacere e cominciò a pensare di riporre solennemente il sacro Corpo nella Confessione non per mezzo di altri, ma per se medesimo e con solennissima pompa, Si stabilisce il giorno: il natale della medesima Santa Vergine Cecilia; frattanto, pensando a preparare un prezioso sepolcro, meditava farlo di oro, ma distoltone perchè sarebbe questo troppo grande allettativo a sacrileghi dissotterratori dei sepolcri, comandò che si lavorasse una gran cassa di argento la qual capisse intera quella di cipresso […] ed in essa vi fu posta di fuori la seguente iscrizione latina:

Corpus s. Cæciliæ Virginis Martyris
Clemente VII Pont. Max. inclusum
Anno MDIC Pontif. VIII

Dentro poi all’arca in una lamina di argento la serie di tutto il fatto così fu descritta dal lodato Card. Sfondrati Titolare in latino:
“Qui riposa il corpo di S. Cecilia Vergine e Martire che ritrovato per averlo essa rivelato da Pasquale I Pontefice Massimo e trasferito in questa Chiesa e riposto sotto di questo altare insieme coi corpi dei ss. Martiri Lucio ed Urbano Papi e Valeriano, Tiburzio e Massimo, di nuovo dopo quasi ottocento anni, essendo Pontefice Massimo Clemente VIII rivide la luce cogli stessi Santi Martiri il dì 20 di Ottobre l’anno dell’incarnazione del Signore 1599. Il qual corpo della Santa Vergine il predetto Papa Clemente avendo dentro una cassa di argento chiusa lantica cassa di legno dove giaceva intatto e in niente mutato, in questo stesso luogo nel quale era stato avanti collocato, avendo celebrata solennemente Messa con gran devozione e lagrime in presenza di tutto il popolo, lo ripose ai 22 di Novembre l’istesso festivo giorno della S. Vergine l’anno 1599; al lato della qual cassa, in un’altra distinta, riposano i corpi dei predetti tre Santi Martiri Valeriano, Tiburzio e Massimo e sotto il corpo della Vergine, similmente in un altra cassa i due i predetti Martiri e Pontefici Lucio ed Urbano, siccome dal Pontefice Pasquale tutti ivi erano collocati. Io Paolo del Titolo di S. Cecilia Prete Cardinale della Santa Romana Chiefa Sfondrati, a cui benché miserabilissimo peccatore fu da Dio Ottimo Massimo fatta grazia di trovare e vedere e venerare i predetti corpi, i quali per la lunghezza del tempo come nelle tenebre giacevano, ho questa memoria qui scritta”.

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Clemente VIII Aldobrandini, papa dal 30 gennaio 1592 al 3 marzo 1605
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Questa era l’Iscrizione posta dentro il sepolcro. Seguitiamo ora la cominciata storia. Frattanto, essendo ritornato guarito il predetto Sommo Pontefice, dalla Villa di Frascati portatosi coi Cardinali alla Chiesa di S. Cecilia per vedere e visitare quei sacri pegni, e lui presente tirato il coperchio della cassa di cipresso, vide il corpo, venerabile anche per gli Angioli, della Santa, coperto dei veli medesimi dei quali, come abbiamo detto, era stato coperto da Pasquale. Lo vide, lo venerò e a lui fece quell’offerta, che sapeva esser più dell’oro e delle gemme accetta, delle preghiere e delle lacrime sue, indizj dell’oblazione del cuore ed in onore della S. Martire offrì l’incruento Sacrifizio, riserbando ad adempire con più solenne rito altri uffizj di religione nel vicino giorno che era il natalizio di Cecilia. E questi furono i doni allora offerti, degni di tanto Pontefice.
E commendata fu in lui sommamente la modestia perchè, sollecitato, non volle, tolti i veli, vedere il sacro Corpo nudo comecchè disseccato ed in cui asperso era in luogo del rossore, custode della verginal verecondia, il sangue, sapendo bastare per esserne certificato l’averlo veduto per mezzo dei veli soprappostivi e riconosciuti illesi, i segnacoli divinamente conservati impressi nel sepolcro e nel diploma descritti. Venerò poi ancora i suoi Santissimi Predecessori Urbano e Lucio e parimente i Santi Martiri Valeriano, Tiburzio e Massimo, collocati nella Confessione medesima, mostratigli con ritirarne per poco tempo il coperchio.
Venuto poi il desiderato giorno natale della stessa Santa Cecilia il Pontefice medesimo col Sacro Senato dei Cardinali fu di nuovo alla Chiesa medesima e con pompa grande celebrò con folenne rito il Santo Sacrifizio della Messa. E questo effendo finito, col ministero dei Diaconi aiutato, portò alla Confessione quell’arca di argento già prima benedetta e dentro di essa dicendo le consuete orazioni collocò l altra di cipresso, la qual conteneva il corpo della Santa Vergine e Martire Cecilia; e l’una e l’altra cassa ripose e chiuse dentro il monumento di pietra.