a cura di Domenico Papalia

Francisco Franco. Generalisimo de los Ejercitos. Caudillo de España. Figura da alcuni giudicata controversa, da altri rimpianta, dai più in fondo disconosciuta perchè da dimenticare. Come le sue spoglie.

Molto di quello che oggi si fa e si dice su Franco è, infatti, frutto avvelenato della distorsione politica e ideologica, della ingratitudine di certa gerarchia cattolica e, in definitiva, del tradimento dell’opera di Franco da parte della Corona (da lui stesso restaurata) che, dopo pochi anni dalla morte del Generalissimo, riaprì le porte al socialismo e al liberalismo. Sì, Franco è oggi vittima di una ingiusta damnatio memoriae, la stessa che vorrebbe colpire la storia e la tradizione. Una damnatio memoriae progressista, si direbbe, che ha in odio tutto ciò che rimanda alla Verità, per sostituirvi la barbarie della regressione coperta dal finto progresso.

Consegna collare dell’ Ordine Supremo del Cristo a Franco da parte di Pio XII, per mano del
Card. Pla y Daniel, 1953

Perchè tutto questo?

Perchè il Generalisimo fu anzitutto e soprattutto un uomo di fede profonda. A questa fede, alla fede romana, dedicò tutta la sua vita, tanto privata, quanto pubblica, in nome della Regalità sociale di Cristo. In questa fede Franco morì quarantacinque anni fa, alle prime luci dell’alba. Si potrebbe dire, al di là di un atto di giustizia nei confronti della memoria del Caudillo e al di là di un mero sentimento di nostalgia o di simpatia, che Franco ci ha insegnato a morire da cattolici, dopo lunga malattia e con la piena consapevolezza di quel grande passo che ogni uomo dovrà fare, allorchè la sua anima comparirà davanti al supremo Tribunale di Dio. “Iudex ergo cum sedèbit,Quidquid latet apparèbit,Nil inùltum remanèbit.” Recita così la sesta terzina del Dies irae, la famosa (e anch’essa cassata da altra damnatio memoriae, quella conciliare) sequenza della Missa pro Defunctis. Queste parole, che la Chiesa ha sempre posto – specilmente in questo mese di novembre – all’attenzione dei suoi figli, rimbombano nell’animo dell’uomo e lo spingono con forza a meditare sul vero senso della vita, su cosa è la morte, sui Novissimi. Di questo oggi – in una “chiesa conciliare” troppo indaffarata a dare solo conforto materiale – non si vuole parlare più e i risultati di queste omissioni sono sotto gli occhi di tutti.

Capilla ardiente” della salma di Franco nel Palacio de Oriente, Madrid 21-22 novembre 1975

Possiamo però dire che Franco, degno figlio della Chiesa, in tutta la sua vita e specialmente nella sua ultima agonia avesse bene in mente gli accenti del Dies irae e con essi tutta la fede della Chiesa. Ricordiamoci di questo e, metidando sui Novissimi, soffermiamoci sulle ultime parole di Franco contenute nel suo “testamento ideale”,letto la mattina del 20 novembre 1975 dal Presidente del Governo Carlos Arias Navarro che diede in televisione l’annuncio ufficiale della morte del Caudillo:

Al llegar para mí la hora de rendir la vida ante el Altísimo y comparecer ante Su inapelable Juicio, pido a Dios que me acoja benigno a Su presencia, pues quise vivir y morir como católico. En el nombre de Cristo me honro y ha sido mi voluntad constante ser hijo fiel de la Iglesia, en cuyo seno voy a morir. Pido perdón a todos, como de todo corazón perdono a cuantos se declararon mis enemigos, sin que yo los tuviera como tales.

Francisco Franco. Madrid, 20 de noviembre de 1975


Il dolore di Carmen Polo, moglie di Franco

(Arrivata per me l’ora di rendere la vita dinanzi all’Altissimo e comparire davanti al Suo giudizio inappellabile, chiedo a Dio che mi accolga benigno alla Sua presenza, poiché ho voluto vivere e morire da cattolico. Nel nome di Cristo mi onoro ed è stata mia costante volontà essere figlio fedele della Chiesa, nel cui seno morirò. Chiedo perdono a tutti, come con tutto il cuore perdono quanti si dichiararono miei nemici, senza che io li ritenessi tali.)

Requiem aeternam dona ei, Domine, et lux perpetua luceat ei. Requiescat in pace. Amen.

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