di Luca Fumagalli

«All’origine di ogni bellezza c’è la Bellezza etica»

(Lord Alfred Douglas, La buona poesia)

Lord Alfred Douglas (1914)

Il nome di Lord Alfred Douglas è indissolubilmente legato a quello di Oscar Wilde: ne fu l’amante più famoso e, secondo una tradizione consolidata, la principale causa della sua rovina. Sin dalla scomparsa dello scrittore irlandese, avvenuta a Parigi nel 1900, la storia ha infatti assegnato a “Bosie” – come Douglas veniva soprannominato dai familiari e dagli amici – il ruolo del traditore infido e insincero, dello sciocco egoista che voltò le spalle all’amico consegnandolo ai carnefici. Sia chiaro, anch’egli ebbe le sue responsabilità, ma nel complesso il giudizio su di lui appare ingeneroso.

Allo stesso modo in pochi si sono dati la pena di indagare il “secondo tempo” della sua vita, quello più ricco e interessante, iniziato proprio con la scomparsa di Wilde. È un peccato anche perché il Lord era un rimatore per nulla mediocre – «Il migliore dei giovani poeti d’Inghilterra», parole del suo maestro – e la critica accolse sempre con favore le raccolte che pubblicò fino alla fine dei suoi giorni. Non solo, con l’inizio del nuovo secolo smise di frequentare ragazzi e marchettari, e da quel momento considerò l’omosessualità una parentesi conclusa.

Douglas, che era nato il 22 ottobre 1870, apparteneva a una famiglia aristocratica di antiche radici scozzesi. Dopo la morte del padre e la fine della burrascosa relazione con Wilde, al pari di molti altri figli cadetti pensò di sistemarsi una volta per tutte sposando una milionaria americana. Il suo progetto, però, non fu mai portato a termine dato che la sua strada si incrociò quasi subito con quella di Olive Custance, una ventiseienne di bell’aspetto, tra le firme dello «Yellow Book». Fu amore a prima vista anche se per convolare a nozze, nel 1902, la coppia dovette sfidare i pregiudizi del colonnello Custance e organizzare una cerimonia clandestina. Nove mesi dopo nacque Raymond Wilfrid Sholto, quello che il padre definì «il suo capolavoro» (purtroppo Raymond si rivelò malato di una grave forma di schizofrenia e terminò i suoi giorni, nel 1964, in una casa di cura). 

Oscar Wilde e Lord Alfred Douglas a Napoli, nel 1897, di nuovo insieme dopo la scarcerazione del primo

Nel marzo del 1907 Douglas divenne proprietario e direttore dell’ «Academy», intenzionato a trasformare il settimanale, che si occupava principalmente di libri e arte, in un prodotto di prim’ordine. L’unico errore che commise fu quello di nominare suo vice l’ottuso e arrogante Thomas William Hodgson Crosland, un uomo destinato a esercitare su di lui una pessima influenza. Come mai i due, caratterialmente così diversi, fossero diventati amici, rimane un mistero, certo è che l’arrivo di Crosland sulla scena portò l’ «Academy» ad aprirsi alla cronaca e alla politica. Poco alla volta Douglas virò verso posizioni sempre più conservatrici, inneggiando alla censura – come nel caso di una polemica che lo vide contrapposto a G. B. Shaw – e avvicinandosi alla religione. Iniziò anche ad assumere un atteggiamento ostile nei confronti degli omosessuali, accusandoli di essere la feccia della nazione; non è dunque un caso se proprio a questo periodo risalgono i primi dissapori con l’amico Robbie Ross, l’esecutore letterario di Wilde, pederasta e socialista, che pure aveva scritto sporadicamente per l’ «Academy». Le posizioni del settimanale erano talmente decise che qualcuno arrivò addirittura ad accusarlo di essere «passato in mani “papiste”». Seguirono aspre polemiche che portarono Douglas, nel 1910, a vendere le quote e a ritirarsi dalla direzione.

Nella sua autobiografia Bosie scrisse che fu la lettura dell’enciclica Pascendi di San Pio X a convincerlo per la prima volta di come solo la Chiesa di Roma potesse vantare una qualche pretesa di autorità apostolica. In ogni caso per la sua conversione si dovette attendere fino al maggio del 1911, dopo che la separazione con Olive – a cui, tuttavia, non seguì mai il divorzio – aveva scatenato un aspro contenzioso con lei e il suocero per la custodia del figlio. Il tribunale deliberò che Raymond dovesse passare la maggior parte del tempo con la madre e il nonno, e che il padre lo avrebbe potuto vedere solo ogni tanto, durante il fine settimana. A Bosie, che fece di tutto, anche negli anni seguenti, per riavere il figlio con sé, non restò che cercare consolazione tra le braccia di un’amante, l’americana Doris Edwards, bella e gentile.

Oberato dai debiti, nel 1913 fu infine costretto a dichiarare bancarotta. Il fallimento economico andò a sommarsi a quello personale dell’anno precedente, quando aveva scoperto con suo grande disappunto che la lettera nota con il nome di De Profundis – al contrario di quanto aveva sempre sostenuto Ross – era originariamente indirizzata a lui. La lunga missiva, scritta da Wilde durante gli anni del carcere e piena di fiele nei suoi confronti, lo spinse a intentare causa all’ormai ex amico e al suo compare Arthur Ransome (autore di una biografia dello scrittore irlandese in cui venivano citati ampi stralci del documento); purtroppo andò incontro a una sonora sconfitta. Crosland approfittò della disperazione in cui versava Douglas per invitarlo alla vendetta, proponendo di preparare per lui un libro, ovviamente dietro pagamento, in cui Wilde e la sua cricca sarebbero stati messi alla berlina. Così, dopo non pochi contrattempi, nel 1914 vide la luce Oscar Wilde and Myself. In copertina capeggiava il nome di Douglas, ma lo stile roboante ed enfatico era quello di Crosland (che non aveva mai amato Wilde). Prima della morte di Ross, nel 1918, vi fu un secondo processo dove Bosie, almeno per una volta, riuscì a spuntarla. In seguito, però, si pentì della condotta tenuta in quegli anni: «Ero allora un recente convertito al cattolicesimo e come molti convertiti credevo di essere più cattolico dei cattolici; a causa dell’orgoglio spirituale persi il senso della carità».

La poetessa Olive Custance, moglie di Douglas

Nel frattempo si era riappacificato con Olive. Anche se lasciò la Edwards, i due non tornarono mai più a vivere sotto lo stesso tetto. Si incontravano occasionalmente, si scrivevano e negli ultimi anni di vita divennero persino vicini di casa, ma l’amore di un tempo era irrimediabilmente sfumato.

Dopo essersi inutilmente offerto come volontario per andare a combattere nelle trincee francesi, Douglas riprese la sua crociata contro il malcostume diffuso agitando a destra e a manca lo spauracchio di Wilde. Ad esempio, fu soprattutto grazie alla sua testimonianza in tribunale se la danzatrice Maud Allan perse una causa di diffamazione intentata contro un periodico che l’aveva accusata di intrattenere relazioni scabrose con altre donne.

Nel 1921 la lettura del suo necrologio sulle colonne dell’«Evening Standard» convinse Bosie a sporgere querela: difatti, non solo il giornale era colpevole di aver diffuso la falsa notizia della sua morte, ma i toni dell’articolo erano pure offensivi e denigratori. In aula Douglas si presentò con due ecclesiastici e un medico che testimoniarono come la sua condotta di vita fosse assolutamente esemplare, lontana da quel quadretto bohémien dipinto dal giornalista. La vittoria fu però di breve durata, andando a coincidere con il fallimento del settimanale «Plain English», il suo ultimo progetto editoriale. Nelle intenzioni di Douglas il periodico avrebbe dovuto coniugare il cattolicesimo con il più puro spirito tory, prendendosela sia con i liberali che con i nazionalisti irlandesi. Un altro bersaglio privilegiato erano gli ebrei: Bosie aveva letto i Protocolli dei Savi Anziani di Sion – un’operetta antisemita – e ne era rimasto particolarmente colpito (solo più avanti arrivò a mettere in dubbio l’attendibilità dello scritto).

Frutto indiretto di queste nuove suggestioni fu la pubblicazione, nel 1923, di un pamphlet in cui accusava Winston Churchill di aver partecipato a una fantomatica congiura ai danni di Lord Kitchener, Segretario di Stato per la Guerra, ucciso nell’estate del 1916 durante una missione diplomatica in Russia. Seimila copie del libretto erano già state vendute quando Douglas venne arrestato e, dopo un rapido processo, condannato a sei mesi di prigione.

Lord Alfred Douglas in compagnia del francescano padre Wulstand (1938)

La mancanza di riscaldamento e le dure condizioni del soggiorno indebolirono considerevolmente la sua salute. Avvezzo alle raffinatezze culinarie della upper-class, non si abituò mai al cibo del carcere, perdendo quasi nove chili di peso in poche settimane. Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere: in quel periodo di forzata immobilità compose la sua opera di maggior pregio, un poema di diciassette canti, in esametri latini, intitolato “In Excelsis” (il riferimento, per antitesi, è ovviamente al De Profundis di Wilde). Prima di essere scarcerato, secondo il regolamento, gli venne requisito il quaderno con i versi, ma Douglas, che gli aveva imparati a memoria ripetendoli più e più volte durante le lunghe notti insonni, non impiegò nulla a riscriverli in vista della pubblicazione, che avvenne nel 1924.

“In Excelsis” rappresenta l’agonia e il pentimento di un autore che, in catene, riscoprì valori di vita prima del tutto ignorati. Nel poema emerge chiaramente il dominio incontrastato di una dilagante religiosità, di un cristianesimo che è la vera fonte ispiratrice del testo. Se dal punto di vista contenutistico si nota un netto stacco rispetto ai quadretti un po’ troppo leziosi di certa produzione precedente, stilisticamente il verso continua a presentarsi levigato, curato, cesellato con sapienza esemplare. D’altronde, sebbene troppo spesso Douglas venga sbrigativamente annoverato tra i decadenti, i suoi lavori appaiono più prossimi a un post-simbolismo “manieristico”, che ama coniugare forbitezze classicistiche a riflessioni moderne. Con l’avanzare dell’età, poi, non risparmiò critiche né «all’eresia dell’Arte per l’Arte, che esalta lo stile a spese della sincerità», né «all’eresia informale» delle avanguardie, accusata di sostenere «che ogni genere di regole e schemi sia nemico giurato dello scrivere poetico».  

Dopo l’esperienza al penitenziario di Wormwood Scrubs Bosie non fu più lo stesso: ruppe definitivamente con Crosland, smussò le proverbiali spigolosità caratteriali e maturò un giudizio più equilibrato sul proprio passato, in particolare su Wilde. In The Autobiography of Lord Alfred Douglas, del 1929, corresse le storture presenti in Oscar Wilde and Myself, ammettendo per la prima volta che l’amicizia con il suo mentore aveva avuto un lato sessuale. Ribadì inoltre l’alto valore delle sue opere e dopo la pubblicazione di un ultimo volume sulla questione, Oscar Wilde: A Summing-Up (1940), arrivò a perdonare anche Ross: «Di recente ho fatto celebrare due Messe per la sua anima dai francescani di Oxford». Acconsentì pure a far ripubblicare quelle poesie “greche” che per molti anni aveva negato agli editori – perché, a suo dire, «portavano a interpretazioni malvagie» – ma che ora giudicava innocue. 

Douglas in una foto del 1940

L’ultima parte della sua esistenza fu tutto sommato serena. Dopo essersi trasferito nel 1935 ad Hove, un paesino vicino a Brighton, si prese cura per qualche tempo di sua nipote Violet, rimasta orfana. In aggiunta si riappacificò con G. B. Shaw – che lo definì «il miglior compositore di sonetti dopo Shakespeare» – e divenne amico di Marie Stopes. La donna era un’ammiratrice dei suoi versi e sotto pseudonimo gli aveva inviato una serie di lettere affettuose, offrendogli pure un generoso aiuto economico; quando infine rivelò la sua identità, Douglas non poté che risponderle garbatamente: «È davvero straordinario anche perché (come lei di certo saprà) in passato l’ho criticata piuttosto aspramente. Ovviamente, in quanto cattolico, non condivido le sue opinioni a proposito del controllo delle nascite. Ma ora che mi ha scritto molte parole gentili e che ha mostrato un così grande interesse per la mia poesia e per la mia condizione, mi sento in colpa per aver provato nei suoi confronti sentimenti tanto ostili».

Lord Alfred Douglas morì il 20 marzo 1945, un anno dopo Olive, e il suo corpo fu sepolto nel cimitero della chiesa francescana di Crawley, accanto a quello della madre. Nel 1981 venne istituito presso l’università di Oxford un premio poetico a suo nome.