La vittoria alla Montagna Bianca fu ascritta al nome di Maria.
Particolare della chiesa romana di Santa Maria della Vittoria che conserva l’immagine della Vergine che il Venerabile Domenico di Gesù e Maria teneva con sé durante la battaglia.
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Scriveva Chesterton: “Non ci sono mai state guerre necessarie se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre giuste se non le guerre di religione. Non ci sono mai state guerre umane se non le guerre di religione”. Questa frase di Chesterton, che certamente desterà qualche disappunto in chi ha qualche fastidio nel rilevare come la Santa Chiesa abbia nel corso della storia invitato ad impugnare la spada contro eretici ed infedeli, ben si presta ad introdurre la narrazione (che traiamo dall’opera del Pastor) della vittoria della Montagna Bianca, uno dei trionfi delle armi cattoliche sui protestanti durante la Guerra dei Trent’anni.


Giovanni Domenico Cerrini, Trionfo della Vergine sulle eresie e cacciata dei protestanti all’inferno,1675
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Nell’autunno 1620 la rovina si approssimava ai ribelli [protestanti] da tre parti. Mentre l’esercito ispano-fiammingo sotto lo Spinola entrava nel Palatinato e l’Elettore di Sassonia nella Lusazia, l’esercito riunito imperiale leghista moveva contro la Boemia. L’8 novembre si venne ad ovest di Praga alla battaglia decisiva della Montagna Bianca. Sulla decisione del consiglio di guerra di attaccare le posizioni fortificate dei Boemi, esercitò una influenza sostanziale l’intervento di Domenico di Gesù e Maria, venerato come un santo, il quale, presentando una immagine di Maria mutilata dai Calvinisti, levò la sua voce, con parole infiammate, secondo i sentimenti di Massimiliano e del Tilly per un attacco immediato, e promise la protezione di tutti i Santi, dei quali si celebrava l’Ottava. Nello spazio di un’ora la rotta completa dei ribelli boemi fu decisa, in seguito a che Federico V si dette a rapidissima fuga. Subito dopo la battaglia, prima ancora che le porte di Praga venissero aperte, i pochi cattolici della città si affrettarono a recarsi al campo per congratularsi col duca di Baviera, e col Buquoy e per eccitarli tanto all’occupazione di Praga, quanto al ristabilimento dell’antica religione. «Molti erano in tale gioia, che passarono tutta la notte seguente, vegliando in preghiera». All’ingresso dell’esercito nella città, i cattolici contesero quasi fra loro su chi doveva salutare per primo il duca di Baviera. Mentre poco prima la fede cattolica era stata considerata solo come religione della classe infima del popolo, dell’appartenenza alla quale un nobile dovesse vergognarsi, ora anche molti Calvinisti e Luterani andavano attorno col breviario o col rosario, o cercavano protezione in un monastero cattolico per sé e per la propria roba. I predicanti si nascondevano, non osavano più professare pubblicamente la loro confessione, e cercavano colla ossequiosità verso il governo di far dimenticare la parte avuta nell’insurrezione. Il parroco Dicasto, della «Teinkirche» e amministratore del «concistoro inferiore», che aveva incoronato il «re d’inverno» (Winterkonig) ora dichiarava questo un nemico della patria, augurava all’imperatore la vittoria e lo ripeteva in ogni predica.
Non solo in Praga ma anche altrove, la vittoria della Montagna Bianca fu considerata a pieno diritto come una vittoria dell’antica religione e una disfatta del protestantesimo. Si trattò, infatti, non meno della conservazione della corona boema a Ferdinando, che dell’avvenire della Chiesa cattolica nei paesi degli Absburgo e nell’impero.
Quanto si fosse convinti da parte cattolica dell’importanza decisiva della guerra boema, era apparso dalle pubbliche preghiere che al principio della campagna erano state ordinate da per tutto in Germania, e dallo zelo con cui il popolo vi partecipò.
Ad Augusta tutte le chiese vennero frequentate così intensamente e la devozione dei fedeli fu così grande, da suscistar meraviglia nei protestanti. Nell’Ordine dei Gesuiti si dissero ogni settimana parecchie migliaia di messe e di preghiere per l’esito felice della guerra. Se la caduta della «monarchia calvinistica» in Boemia venne festeggiata in questa guisa in tutto il mondo cattolico, a Roma il giubilo fu particolarmente grande. Massimiliano, che più di tutti aveva contribuito al successo, annunciò la vittoria a Paolo V mediante un corriere speciale, che giunse alla Città Eterna il 1° dicembre 1620. «Io stesso venni e vidi, ma bensì, Dio vinse», è detto nella lettera del nobile duca.
Paolo V, che già aveva pellegrinato a piedi, il 24 gennaio 1620, alla testa di una processione di supplica, da S. Maria sopra Minerva alla chiesa nazionale tedesca, aveva seguito con tensione d’animo l’avanzata del duca bavarese. Egli comprese pienamente, che la disfatta dei ribelli boemi significava un «indebolimento smisurato della potenza protestante in Germania». Immediatamente dopo la conferma della notizia da parte del corriere di Massimiliano, Paolo si recò alla sua chiesa prediletta di S. Maria Maggiore, e rimase colà una buona ora innanzi all’immagine miracolosa della Cappella Paolina, «ringraziando per vittoria così segnalata e per tante buone conseguenze per la religione cattolica».
La pubblica festa di ringraziamento fu indetta per il 3 dicembre. Nonostante il tempo cattivo, il papa prese parte di nuovo personalmente alla processione dalla Minerva all’Anima. Là venne cantato il salmo di gioia «Exaudiat te Dominus» e fatte preghiere di ringraziamento; la messa di ringraziamento fu celebrata da Paolo V all’altar maggiore. Erano presenti tutti i cardinali, anche quelli che negli altri casi rimanevano assenti per vecchiaia od infermità, tutti i prelati e impiegati di corte, il governatore della città, gl’ inviati dell’imperatore, della Francia, di Venezia e di Savoia. La solennità venne chiusa con la concessione di una indulgenza plenaria. La sera vennero sparate salve di gioia da Castel S. Angelo, mentre inviati e cardinali illuminavano le loro abitazioni.
Hanno la data del 3 dicembre anche le lettere papali di congratulazione a Massimiliano e all’imperatore, nelle quali si insiste sulla importanza della vittoria per la diffusione della fede cattolica.
«A quel modo, vien ivi detto, che la defezione boema è stata dapprima la fonte di tanti torbidi in Germania, così ormai la sottomissione dei Boemi ricondurrà all’obbedienza gli altri ribelli». In una nuova lettera all’imperatore, del 19 dicembre 1620, il pontefice diceva ch’egli non poteva esprimere con parole la sua gioia.


(Ludovico von Pastor, Storia dei papi dalla fine del medioevo. Volume XII. Storia dei Papi nel periodo della Restaurazione Cattolica e della Guerra dei Treni’anni. Leone XI e Paolo V. Versione italiana di Mons. Prof. Pio Cenci, Roma, 1930, pp. 596-599).
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu.


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Caravaggio, Ritratto di Paolo V, 1605-1606, Palazzo Borghese, Roma
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Leggi anche la biografia del Cardinale Ferdinando d’Asburgo (1609-1641), glorioso e vittorio comandante degli Spagnoli contro gli Svedesi e i Sassoni durante la Guerra dei Trent’Anni; e la narrazione fatta dal Pastor a riguardo della reazione di Urbano VIII a seguito della battaglia di Lützen del 16 novembre 1632 durante la quale morì uno dei caporioni del protestantesimo come Gustavo Adolfo di Svezia.
Il lettore troverà una sintetica ed esaustiva trattazione dei rapporti fra la Chiesa Cattolica e le altre sette e false religioni nel libro Sed Gladium delle Edizioni Radio Spada.