(Testo di anonimo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso)

Levávi óculos meos in montes, unde véniet auxílium mihi.
Auxílium meum a Dómino,
qui fecit cælum et terram.” (Ps. 120, 1-2)

Assúmpsit Jesus Petrum, et Jacóbum, et Joánnem fratrem ejus, et duxit illos in montem excélsum seórsum: et transfigurátus est ante eos. Et resplénduit fácies ejus sicut sol: vestiménta autem ejus facta sunt alba sicut nix. Et ecce, apparuérunt illis Moyses et Elías cum eo loquéntes. Respóndens autem Petrus, dixit ad Jesum: Dómine, bonum est nos hic esse: si vis, faciámus hic tria tabernácula, tibi unum, Móysi unum et Elíæ unum. Adhuc eo loquénte, ecce, nubes lúcida obumbrávit eos. Et ecce vox de nube, dicens: Hic est Fílius meus diléctus, in quo mihi bene complácui: ipsum audíte.Et audiéntes discípuli, cecidérunt in fáciem suam, et timuérunt valde. Et accéssit Jesus, et tétigit eos, dixítque eú Surgite, et nolíte timére. Levántes autem óculos suos, néminem vidérunt nisi solum Jesum. (Matth. 17, 1-8)

Ma chi avrebbe potuto dormire con quella purissima aria… A quell’altezza, nel centro di quel grandiosissimo fra i più grandiosi teatri alpini, in quell’atmosfera tutta pura e trasparente, sotto quel cielo del più cupo zaffiro, illuminato da un filo di luna e, fin dove l’occhio giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel silenzio...Ci sentivamo dinanzi ad una per noi nuova, imponentissima rivelazione dell’onnipotenza e maestà di Dio.” (Achille Ratti, Scritti Alpinistici)

L’elemento montagna è costantemente presente nella nostra Santa Religione, come dimostrano il Salmo 2 (levando i suoi occhi verso le montagne, l’uomo sa che può contare sul Signore), il S. Vangelo della Trasfigurazione e altri episodi del Vecchio e Nuovo Testamento (da Mosè sul Sinai al Discorso della Montagna). Essi, come l’intera Religione di Nostro Signore, convergono tutti sulla sommità del Golgota, lì dove l’ Uomo-Dio dà la prova suprema del suo Amore, offrendo in Sacrifico tutto se stesso in soddisfazione al Padre, per riscattarci… “Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, et fecísti nos Deo nostro regnum” (Ap.5, 9-10). Il medesimo Eterno Sacrificio continua poi a perpetuarsi, per il ministero del sacerdote, sul mistico Calvario dell’altare, la cui etimologia ci rimanda direttamente a ciò che è elevato… “In montem sanctum tuum et in tabernacula tua… et introibo ad altare Dei”… riecheggiano in ciascuno di noi le preghiere ai piedi dell’altare dal Salmo 42. Si comprende, allora, come l’elemento montagna per un cristiano non sia da intendere in senso meramente naturalistico o peggio ancora panteistico, come “esperienza” di una divinità indefinita e aridamente immanente. La montagna spinge e deve spingere a guardare meglio a Colui che regna dalla Croce, a “cercare le cose di lassù” e a contemplare con slancio trascendente l’immensa maestà del Creatore, Redentore, Signore e Giudice della natura, la cui scena “raptim transit” (motto episcopale di Achille Ratti).

Del resto, per rimandare all’ importanza capitale del S. Sacrificio, alla gloria della Risurrezione che è prefigurata dalla Trasfigurazione, sono state innalzate su molte vette Croci, immagini del Redentore o di Nostra Signora della neve e questo ricorda ad ogni cristiano che ascende alle cime il dovere di unire i propri sacrifici quotidiani, di cui la faticosa salita in montagna è figura, al Sacrificio di Nostro Signore, così da pervenire un giorno al monte divino del Paradiso, di cui, ancora, la vetta può essere immagine . Ecco che molti Santi ( mi piace ricordare soprattutto S. Pietro Celestino che cinse di eremi la Majella e il Morrone) e in generale molti cristiani vollero trovare rifugio e vigore per l’anima proprio negli ambienti di montagna o salendo lì dove l’aria è più sottile. L’alpinismo (e l’escursionismo) cristiano allora, a buona ragione, non solo “può considerarsi un ramo dell’ascetica e l’ascensione un pellegrinaggio: la salita al Monte del Signore”(Ettore Carroccio, La preghiera dell’alpinistaRivista dei giovani, luglio 1936), ma era ed è anche un alpinismo che parla di disciplina e di sacrificio della volontà individuale per il bene del gruppo. Un alpinismo che parla soprattutto di doveri. Un alpinismo all’insegna del motto “sint rupes virtutis iter”, come sosteneva don Gino Borghezio (1889 – 1938), teologo, archeologo e fondatore della rivista “Giovane Montagna”, organo della omonima organizzazione di alpinismo cattolico, come vedremo in seguito.

E don Achille Ratti, futuro Pio XI, queste cose le sapeva bene. Infatti, un aspetto importante della vita dell’uomo e del sacerdote Ratti fu senz’altro la passione per la montagna e la pratica dell’alpinismo, certamente come svago, ma assolutamente non come attività fine a se stessa. Le sue imprese da giovane sacerdote occupano poi, a pieno titolo , un posto non secondario nella storia dell’alpinismo italiano. Si tratta, a ben vedere, di un aspetto poco noto ai più, come del resto poco nota è oggi l’intera figura e il magistero di Pio XI. La narrazione della nuova ecclesiologia è, infatti, tutta intenta a proporre altri e diversi paradigmi. Quindi, se proprio si deve immaginare un Papa alpinista o anche solo montanaro, la mente del cattolico medio va subito a Wojtyla sull’Adamello, magari in compagnia di Pertini.

Perchè si è insistito tanto e con gran concorso mediatico sulle gite in montagna di Wojtyla e non si conoscono le imprese di un alpinista vero come il futuro Pio XI?

Senza avere la presunzione di dare giudizi “in foro interno”, si potrebbe pensare, con il senno di poi, ad un tentativo progressivo di demitizzazione e umanizzazione del Papato, oggi sempre più evidente ma in atto da circa sessant’anni. Bisogna tenere ben presente il fatto che Pio XI, pur provando una grande nostalgia dei monti – come traspare da molte sue dichiarazioni e dalla promozione della devozione a S. Bernardo di Mentone – da Papa, ma ancor prima da Vescovo, non osò più portarsi in montagna. Mentre qualcuno al suo posto, più in là, non disdegnò spensierate discese con gli sci. Si potrebbe obiettare che non ci sia alcun male nel fatto che un Papa, da Papa, sia andato in montagna, anche per sciare. Di per sè, in maniera isolata e privata forse potrebbe essere così, ma nel complesso di un’azione sistematica e mediatica di sentimentale demitizzazione e desacralizzazione del Papato – iniziata dal Concilio e avanzata drammaticamente nel post-concilio – un male può esserlo eccome! Del resto, a sentire certa stampa, sembrerebbe che Wojtyla stesso abbia detto a Pertini, sull’Adamello, queste parole: “Qualcuno griderà allo scandalo per questa nostra giornata, in quanto mai in passato si è verificato nulla di simile nei rapporti fra Stato e Chiesa. Ma non c’è scandalo quando si fa qualcosa in nome di valori autenticamente umani” (la Repubblica, La gita di Pertini e Wojtyla, 17 luglio 1984). Oggi si inizia a comprendere quali siano questi “valori” e a cosa abbiano portato…

Per dirla tutta poi, il modo di vivere la montagna di Wojtyla, checchè se ne dica, era piuttosto diverso da quello che anima veracemente il richiamato alpinismo cattolico “virtutis iter.” Vediamo in che modo:

Queste montagne suscitano nel cuore il senso dell’infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso ciò che è sublime.” Sembra di leggere Kant, ma è una dichiarazione di Giovanni Paolo II in montagna, che non manca di far scivolare l’infinito verso l’indefinito. Da essa trapela tutto quel senso di panteismo, naturalismo e antropocentrismo che aleggia, oltretutto, nella lettera e nello spirito del Vaticano II, compiutosi veramente – nelle sue drammatiche conseguenze – sotto il Papa polacco.

Ma andiamo ora alle imprese del nostro don Ratti e apprestiamoci – senza la pretesa di essere esaustivi – a ripercorrere le tappe più significative della brillante carriera in montagna di colui che sarebbe stato ricordato come il vero “Papa alpinista.

In questo piccolo approfondimento ci si rifarà ad un pregevole articolo (tratto dalle pubblicazioni online della Sezione Club Alpino Italiano di Desio*, paese natale di Papa Ratti) che riporta anche le stesse parole del “Papa brianzolo” dai suoi “Scritti Alpinistici”, pubblicati nel 1923 a cura di G. Bobba e F. Mauro, per le Edizioni Bertini e Vanzetti. Il volume venne presentato proprio in Vaticano a Pio XI, eletto da un anno al Soglio di Pietro.

L’attività alpinistica di don Achille Ratti si svolse nell’arco di circa trent’anni e le prime vere esperienze iniziano nel 1885 con la salita alla Cima di Jazzi e al Colle del Turlo (gruppo del Monte Rosa) e terminano, di fatto, nell’ottobre del 1913, l’anno prima che Ratti diventasse Prefetto della Biblioteca Vaticana, con la salita alla Grigna Settentrionale (Prealpi bergamasche occidentali). Riduttivo sarebbe fare un arido elenco delle salite compiute; di maggiore interesse appare invece ricordare, tra le tante, le imprese più significative della non breve e assolutamente non banale carriera alpinistica del futuro Pio XI.

Se questa carriera copre circa trent’anni della vita del futuro Pontefice, il periodo d’oro fu segnato solo dagli anni 1889 e 1890, durante i quali don Ratti compì le sue imprese più importanti, che si possono riassumere nella conquista del trittico Monte Rosa, Cervino e Monte Bianco.

MONTE ROSA (Parete est – Punta Dufour, 4634 m. s.l.m. 31 luglio 1889)

La prima e certamente più importante impresa alpinistica del futuro Pontefice fu quella compiuta scalando la parete est del Monte Rosa, per raggiungere la sommità di Punta Dufour. Per meglio inquadrare l’impresa, sono necessarie alcune brevi considerazioni tecniche sulla parete. Il grandioso versante est del Monte Rosa, che è il vero e proprio prototipo alpino della grande parete glaciale himalayana, è unico in tutte le Alpi per dimensioni e dislivello e rappresentava allora certamente un impegno fisico e tecnico di grande rilevanza, considerando anche attrezzature e abbigliamento dell’epoca e senza dimenticare l’approccio mentale necessario per affrontare ancora oggi una parete del genere. Tra l’altro il medesimo versante, nel 1881, era stato teatro della prima grande tragedia dell’alpinismo italiano con la cordata di D. Marinelli travolta da una valanga. L’evento del 1881 non scoraggiò certo l’animo di don Ratti che, con l’amico don Grasselli e le fedeli guide G.Gadin e A.Proment di Courmayeur, non solo salì la parete e conquistò la vetta, ma si aggiudicò anche la prima traversata del Monte Rosa da Macugnaga (Ossola) a Zermatt (Svizzera, Canton Vallese), passando per il colle Zumstein.

Nel rievocare questa e le successive imprese, ci accompagneranno, come detto, gli “Scritti Alpinistici” dello stesso don Ratti che raccolgono tutte le relazioni delle sue salite. Proprio dalla lettura della relazione della salita alla parete est del Monte Rosa, si comprende come l’alpinista don Achille Ratti poco lasciasse al caso; infatti, da valente storico ed archivista quale era, si documentava molto prima di affrontare un’ascensione, leggendo le relazioni di coloro che lo avevano preceduto. Soprattutto, egli era dotato – per così dire – di uno spiccato senso della montagna, come appare da questo passo tratto dalla relazione della salita in questione: 

Pel nostro uso e consumo non era neppur uopo di tante esperienze precedenti per stabilire che avevamo soprattutto bisogno di trovare il ghiaccio compatto, il tempo bello e freddo. La prima condizione ci doveva assicurare degli imbarazzi creati dai crepacci, la seconda dal pericolo delle valanghe; pienamente fortunati ove trovassimo di molta neve fresca o gelo sulle rocce della vetta. Sono queste, mi affretto a dirlo, le condizioni che saranno sempre indispensabilmente necessarie a chi voglia ritentare e compiere questa ascensione, non dico senza difficoltà, che non è possibile, ma senza pericoli.

Dunque, il futuro Papa sapeva bene quello che faceva.

Prima di tutto si accompagnava a due valentissime guide, i citati Gadin e Proment, oltre al suo abituale compagno di cordata ed altrettanto valido alpinista, don Grasselli. In secondo luogo, la cordata mai fu, qui come altrove, temeraria, ma sempre cosciente dei propri mezzi e capacità, perché come lo stesso don Ratti scrive: l’idea di tentare, come suol dirsi, un tiro da disperati neppur ci passava per il capo” perché, continua lo scritto:” l’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli ma, al contrario, è solo questione di prudenza e di un poco di coraggio, di forza e di costanza.

Il gruppo partì da Macugnaga il giorno 29 luglio 1889 per giungere alla capanna Marinelli (sulla cresta della parete est del Rosa, a 3036 m. s.l.m.) circa alle sette di sera. Verso l’una di notte escono dal rifugio e la salita ha inizio; la partenza notturna permetteva di attraversare il canalone Marinelli (teatro della detta sciagura del 1881) con maggiore sicurezza.

La cordata era così composta: in testa Gadin, secondo don Ratti indi Proment e a chiudere don Grasselli. Dopo aver attraversato, come detto, il canalone Marinelli, raggiungono le prime rocce sicure dove sostano brevemente. La salita prosegue senza intoppi, ma piuttosto lenta per la molta neve, per circa dodici ore; verso l’una di pomeriggio la cordata si concede un pò di riposo e di ristoro con del cioccolato. Riprendono a salire senza particolari problemi, a parte la perdita della piccozza di don Grasselli, cosa peraltro non di poco conto, e alle ore 19,30 circa, la cordata raggiunge la Punta Nordend (seconda vetta del Rosa): era il 30 luglio 1889 e l’aneroide che don Ratti aveva con sè segnava l’altezza di 4600 m. s.l.m. .

Si è trattato, come è facile intuire, di un’impresa tutt’altro che modesta per l’epoca: la parete è poderosa ed imponente, di circa 2500 metri di dislivello e con rilevanti pericoli oggettivi data l’esposizione ad est.

Di tutto ciò don Ratti era certamente consapevole, come si può ancora comprendere dai suoi ScrittiE’ chiaro che l’ascensione del Monte Rosa per il versante est è ben più che un poco di alpinismo, e conveniamo pienamente con quanti ci precedettero che, anche nelle migliori circostanze, non è questa un’ascensione da permettere il minimo risparmio di energia e di attenzione. Riprendiamo la narrazione. Data l’ora, la discesa era impensabile e la cordata si prepara al bivacco notturno. L’esperienza vissuta in quei momenti merita di essere ricordata.

Scrive don Ratti: Il freddo era intenso; senza poterne con esattezza determinare il grado, ricorderò come il nostro caffè fosse perfettamente congelato, e vino e uova gli somigliassero già tanto da non essere rispettivamente né bevibile né mangiabili“. E ancora: “In condizioni somiglianti di luogo e temperatura sarebbe stata somma imprudenza lasciarsi vincere dal sonno. Ma chi avrebbe potuto dormire con quella purissima aria… A quell’altezza, nel centro di quel grandiosissimo fra i più grandiosi teatri alpini, in quell’atmosfera tutta pura e trasparente, sotto quel cielo del più cupo zaffiro, illuminato da un filo di luna e, fin dove l’occhio giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel silenzio...

Ci sentivamo dinanzi ad una per noi nuova, imponentissima rivelazione dell’onnipotenza e maestà di Dio

La mattina dopo (31 luglio), all’alba, salgono il picco più alto della Dufour (4634 m. s.l.m.) e conquistano a tutti gli effetti il Monte Rosa.

La cordata inizia quindi la lunghissima discesa verso Zermatt ma, alle ultime rocce sotto il Grenzgipfel, viene presa la decisione di non seguire l’itinerario comune di discesa, ma di dirigersi verso il colle Zumstein posto a 4450 m. s.l.m. .

In tal modo viene compiuta la prima traversata del colle Zumstein per una cordata proveniente da Macugnaga. A ricordo dell’impresa una lapide fu murata nel 1929 a Macugnaga sulla facciata della chiesa e nel 1966 fu posta sulla cima del Zumstein una targa della sezione C.A.I. di Desio.

La seconda e ultima parte sarà pubblicata lunedì 30 novembre 2020

FONTI

* Pubblicazioni online CAI Desio http://www.caidesio.net/joomla254/la-sezione/storia/pio-xi-il-papa-alpinista

*Archivio online Rivista Giovane Montagna https://www.giovanemontagna.org/rivista.asp

*Marco Cuaz, La Giovane Montagna. Una rivista di alpinismo cattolico, Open

Edition Journal https://journals.openedition.org/amnis/1071#ftn21

*F. Cajani, F. Pagani, Achille Ratti Cronologia 1857-1922, i Quaderni della Brianza

*http://www.vatican.va/content/pius-xi/it.html

* Rituale Romanum  https://www.liturgia.it/content/ritrom.pdf