Nota di Radio Spada: dopo l’intervento di Isabella Spanò in netta controtendenza rispetto agli attuali trend tematici nel mondo “cattolico tradizionalista”, ospitiamo una risposta critica, “Confutazione” in tedesco, di Attilio Sodi Russotto. In Radio Spada amiamo i dibattiti, è noto, e questo intervento conferma che è possibile un confronto appassionato, senza istrionismi, e intonato alla difficoltà del momento che stiamo vivendo. Buona lettura!

di Attilio Sodi Russotto

Giunto al termine della lettura dell’intervento di Isabella Spanò, che Radio Spada ha ospitato in piena sequela alla sua tradizione di confronto fra voci ed istanze che, pur inerenti ad una medesima radice, si dispiegano fra loro eterogenee, ho avvertito chiarissima ed improcrastinabile l’esigenza di vergare queste modeste righe. Righe di confutazione, le mie, di talune affermazioni della signora da me ritenute quantomeno discutibili, ma soprattutto righe di accorato appello, volte a cercar di non far scadere il dibattito circa le presenti contingenze in un mero scontro fra tifoserie.

Sì, l’Italia ha vissuto nei mesi di marzo ed aprile un’emergenza sanitaria assai complessa, resa ancor più tale da anni (decenni?) di selvaggia destrutturazione del sistema sanitario, tagli un tanto al chilo, e copiosa approssimazione, nessuno vuole negarlo. Il consenso che la signora attribuisce al “99% dei sanitari” si ferma però qui. Il supposto accordo unanime da lei asserito con granitica sicumera circa la distruttività massiva del Coronavirus, neppure ci trovassimo innanzi ad una peste di tucididea o manzoniana memoria, circa l’equivalenza dei concetti di “positivo” e malato” (sarebbe molto interessante citare “Typus, Name, Gestalt” di Ernst Jünger riguardo alle molteplici funzionalità, anche ingannevoli, del linguaggio, ma si rischierebbe di divagare oltremodo), circa, ancora, la pericolosità sociale dei soggetti asintomatici, non si riscontra da nessuna parte, a meno che con quel 99% non ci si riferisca ai numerosi personaggi che, preferendo assai gli studi televisivi ai corridoi dei rispettivi reparti, pontificano ogni mattina dagli schermi, godendo visibilmente del trattamento da epigoni dell’oracolo delfico che di tutta evidenza sono si sono abituati a ricevere.

Se continuare a sbandierare le lugubri immagini dei mezzi dell’Esercito Italiano che trasportavano le salme dei deceduti verso i crematori lombardi appare di tutta evidenza un puerile tentativo di sparger panico a piene mani, dal momento che la situazione attuale non è neanche lontanamente paragonabile con quella di allora, credo che la signora Spanò dovrebbe volgere il suo sguardo anche altrove, e molteplici obiettivi incontrerebbe verso i quali scagliare la sua “santa ira”.

Leggo che “il distanziamento è da aristocratici, e adesso quindi siamo nobili un po’ tutti”, ed ancora che “il distanziamento rende tutti più educati”; beh, credo che un simile snobismo meriti un doveroso bagno di realtà. Non tutti, infatti, vogliono o possono permettersi di giocare alla piccola baronessa. Mi si consenta di presentarmi: sono un giovane italiano come tanti; un giovane italiano che, come tanti, ha pensato di provare a costruirsi il proprio percorso in uno di quei campi che uno dei summenzionati aruspici ha sprezzantemente definito come “non essenziali”. Dovrebbe comprendere, la signora Spanò, che dietro quegli assembramenti, quegli aperitivi, quei cineforum, quelle birre alla spina, esiste un numero enorme di persone che vivono, lavorano, intessono pubbliche relazioni, pagano i propri mutui, e sfamano i propri figli. Dal febbraio scorso la mia vita personale è congelata, il sogno di costruirmi una famiglia rimandato a data da destinarsi, ed il desiderio, che sempre ho nutrito e che da sempre brucia nel mio cuore, di farmi una carriera nel campo dell’Arte, del Bello e della cinematografia d’autore, probabilmente infranto in modo inemendabile; a quasi trent’anni sono tornato in pianta stabile ad abitare con i miei genitori e con mia nonna, laddove ben altro avrei sperato per il mio destino.

Se non aderissi incrollabilmente ad una ferrea Weltanschauung che guida i miei pensieri e le mie azioni, e che mi impone di rigettare con forza ogni fatalismo ed ogni auto-compatimento, forse anch’io mi troverei nel novero dei tanti che finiscono per annegare il proprio fallimento e la propria solitudine nell’alcool, nella droga, nella pornografia, nella videodipendenza, negli psicofarmaci, o che magari credono di risolvere i propri problemi annodandosi una corda al collo e saltando nel buio della notte, mentre tutti parlano solo ed esclusivamente di virus e tamponi. Ha idea, la signora Spanò, di quanto siano vertiginosamente aumentati i suicidi? Ha idea, la signora, di quanto sia stata verticale l’impennata dell’incidenza di malattie mentali, e di quanto si siano aggravate, nel grigiore dell’abbandono, mille patologie psichiatriche preesistenti, dalla schizofrenia, alla depressione fino ai disturbi alimentari? Ha idea, ancora, delle conseguenze esiziali che sedentarietà, ansia, trascuratezza fisica, presentano relativamente al benessere dell’organismo umano?

Deve sapere, la signora, che chi scrive è tutt’altro che un amante della becera folla. Adoro lavorare al computer nella tarda sera, ascoltando la Johannespassion di Bach, il Tannhäuser di Wagner o le note barocche di Lully e Rameau, così come mi gratifica immensamente, nelle giornate di pioggia, attingere alla mia cineteca ed ammirare in santa pace un capolavoro di Kim Ki-duk, di Werner Herzog o di Ingmar Bergman, o bearmi, dalla mia biblioteca, nel rifulgente splendore dei versi di Novalis o di Hölderlin. Ciò nondimeno, avverto palese l’esigenza inscritta nella natura dell’uomo di essere animale sociale, un’esigenza riconosciuta sin dai tempi più antichi, e che, pur comprendendo la bellezza nel ricavarsi piccoli, grandi, momenti di ritiro e contemplazione, apprezzo emergere e manifestarsi inevitabilmente nell’uomo sano. In questo momento, l’Italia è preda d’un’atroce epidemia, un’epidemia di melanconia e di solitudine, dovuta all’impossibilità di sperimentare attimi autentici con i propri simili, di poter fare progetti a breve, medio o lungo termine, di vivere in maniera differente dal campare alla giornata a cui tanti si sono adattati, o in cui addirittura sguazzano, alimentando volutamente l’osceno clima diffidente e delatorio nel quale ci troviamo immersi, ma al quale tantissimi altri non riescono né sono disposti ad adeguarsi. Vedo gli ultimi anni della mia gioventù dissolversi nell’isolamento senza che nulla o quasi io possa fare per recuperarli, osservo anziani arzilli ed ancor vivaci, irrimediabilmente tristi per l’impossibilità di assaporare a pieno gli anni finali che restano loro prima del tramonto, noto nuclei familiari scoppiare a causa dell’esacerbarsi di tensioni infiammate dallo stress e dalla precarietà, e scuoto la testa rammaricandomi nel leggere come un simile dramma venga paragonato incautamente al modus vivendi che i “monaci certosini del Medioevo” avevano scelto per sé stessi. La vocazione monacale all’uscita dal mondo, ammesso e non concesso che tale paragone possa esser stimato come appropriato, è frutto, vorrei rispettosamente ricordare alla signora, di un sommovimento interiore, non di una imposizione esterna ed irragionevole sotto ogni aspetto. L’esser monaco ha origine in una decisione spontanea, non in una risoluzione coercitiva e paternalistica a cui si è costretti: è così per me, giovane ventottenne, per chi si trova ad oltrepassare la propria età maggiore nell’incertezza, per chi si trova a percorrere nella mestizia la conclusione della propria senescenza, per chi vorrebbe lavorare e gli è impedito, e per i bambini d’oggi, sulla cui condizione vorrei spendere qualche riga in più.

Un bambino, per crescere sano e forte, ha sì bisogno dell’amorevole ed autorevole guida di madre e padre, e di essere protetto dalle luride schifezze che sempre più finiscono per insinuarsi nei piani educativi delle scuole contemporanee, ma soprattutto necessita d’esser vivo. L’infanzia reca infatti in sé l’esigenza imprescindibile ed insopprimibile di essere in compagnia, relazionarsi con i pari oltre l’ovattata atmosfera domestica, di ridere, di scherzare, se femmina di giocare spensierata con le amichette, se maschio di fare la lotta, giocare al pallone, inzaccherarsi nel fango e lanciare aeroplanini di carta tra un banco e l’altro. Quanto viene oggi trasmesso ai piccoli italiani altro non è che ipocondria, terrore, paura del compagno di banco e della malattia, con il prevedibilissimo ed incontrovertibile risultato di far, di tali piccoli, adulti deficienti, sia in senso colloquiale, sia in senso etimologico, in quanto privati definitivamente della libertà e della “sacrosanta incoscienza” dell’età più verde, e tali lacerazioni dell’anima mai più verranno a ripararsi, anche quando il Covid-19 resterà soltanto una sigla fra le tante sui manuali di patologia medica. L’assimilazione che la signora Spanò pone fra la cosiddetta “didattica a distanza” e la scuola parentale, inoltre, è del tutto capziosa, per non dire mendace. La scuola parentale, infatti, non consiste in un precettorato alla Leopardi, ma in una scuola a tutti gli effetti, solamente organizzata da istituti religiosi (si veda in proposito l’encomiabile esempio della Scuola San Pancrazio, fondata all’interno del priorato di Albano Laziale della Fraternità Sacerdotale San Pio X), da associazioni no profit, da famiglie amiche o prossime di vicinato, una scuola, insomma, dove socialità ed innocenza innanzi a laide istanze appaiono egualmente e di concerto tutelate.

Sarò sincero: mi rattrista molto vedere persone di fede cattolica declinata in senso autentico, ovvero tradizionale, provare tanta paura per la morte. Non prendiamoci in giro: è l’atavico orrore della fine corporale a spaventare tanto il “paladino della mascherina”. La mascherina, scempio dispositivo di protezione sanitaria che, avulso da un contesto sterile, quale potrebbe considerarsi una sala operatoria, mostra un’efficacia ridottissima (per non dire nulla), s’assurge al contempo a novello amuleto, a schermo dinanzi alla maledizione del virus, in una sorta di aberrante ritorno d’un pensiero magico ridotto a parodia, ed a simbolo esteriore di aderenza quasi vetero-israelitica a comandamenti altrove stabiliti, osservanza religiosa che rende la persona monda dal peccato di cui il contrarre il morbo si rivela come manifestazione essoterica. Il Cattolicesimo, però, dovrebbe essere ben altro. San Francesco d’Assisi non temette affatto, rifacendosi all’esempio del Cristo, di accostarsi al lebbroso, e credo che altro non vi sia da aggiungere.

Io non ho paura di morire. So che morirò un giorno, presto o tardi che sia, ma non ho paura di morire, né a fortiori temo la malattia. Spero con tutto il cuore che anche la signora Spanò possa, un giorno raggiungere la mia stessa consapevolezza, frutto d’un duro lavoro di forgiatura dell’animo; nel frattempo, oltre le presenti contingenze ed avanti ad un futuro che spero esser per tutti più chiaro e nitido, le auguro quel che auguro a me stesso, ed a chiunque abbia a leggere queste poche righe: che, parafrasando Leon Degrelle, Cattolico belga, tale possa essere la statura e la qualità della sua vita nell’avvenire, che quando giungerà il momento di renderla, invero non avrà a vergognarsene.

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