Sintesi della 629° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo a causa dell’epidemia di Coronavirus, preparata nella festa di Santa Lucia e postata nell’Ottava dell’Immacolata Concezione. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

Non riscuote buona accoglienza, non è difficile constatarlo, a visione politica ” comunitarista” sul nostro maenstream, non collima con i paradigmi su cui è basato il ” politically correct, evoca lo spettro di visioni autocratiche o patriarcali, oppure dei totalitarismi sacrali del secolo XX, quando non richiama i rigurgiti di localismi, etnicismi tribali e sanguinari. Attenderemmo invano che il comunitarismo venga esplicitamente tematizzato sulla stampa nazionale, invece ne trattano case editrici ( Arianna, il Cerchio, il Veltro, A.R,etc) e riviste ( ad esempio Eurasia) al di fuori del coro del maenstream.

È appena il caso di ricordare che il sottoscritto non intende avallare acriticamente qualsiasi tonalità di comunitarismo, specialmente quando esso sia permeato dall’ Esoterismo, dal neopaganesimo e comunque lontano da una visione cattolica; al tempo stesso non nascondo la mia netta preferenza per la visione comunitaria rispetto a quella individualista- cosmopolita, oggigiorno deleteria, annichilatrice di radici culturali-popolari, identità, sovranità, e anche di peculiarità è differenze etniche.

Oggigiorno diventano vieppiù evanescenti, irrisorie, obsolete le demarcazioni tra “destra” e ” sinistra”, una dicotomia che per quanto riguarda la storia italiana affonda le sue radici nel Risorgimento e per quanto riguarda la Francia nella Rivoluzione francese. Oggi si staglia a modo di aut-aut l’ alternativa tra comunitarismo e ideologia liberal, tra sovranismo e individualismo- cosmopolitismo.

Rivendicare la politica come luogo di condivisione di istanze e valori dalla sfera locale a quella nazionale, oppure scivolare in un quietistico apolitismo di comodo? E non opporre più resistenza al preponderante processo per cui la dimensione della BOULE’ viene progressivamente erosa da quella economicista, affarista e tecnocratica? Rivendicare la propria partecipazione o abbandonarsi a un astensionismo vile? Affermare il primato delle sovranità nazionali e popolari oppure cedere porzioni crescenti di sovranità e lasciare alla mercé dei mercati l’ elezioni dei rappresentanti del popolo? Rivendicare con orgoglio le nostre radici cattoliche oppure guardare rassegnati all’ imposizione di un’ etica mondiale che, espressione del globalismo, dissolve la Rivelazione cattolica nel sincretismo attraverso la tecnica del ” solve et coagula”?

Marcello Veneziani nella sua opera “Comunitari o liberal?” avverte decisamente come oggi sia problematico tentare una “critica della ragione liberale” senza ricadere nell’ accusa di voler restaurare regimi del passato e “essere ricacciati nelle categorie del fascismo, del comunismo, dell’ integralismo religioso e dell’ antimodernismo”(1). A questi titoli infamanti verso i difensori della comunità, il maenstream politically correct oggi ha aggiunto quelli di ” populista”, ” rossobruno”,” sessista”, e altri ancora.

Teniamo presente che l’ opera del Veneziani è stata pubblicata a fine XX secolo ( la prima edizione è del 1999) e che da allora i ” comunitari” sono caduti ancora più in disgrazia presso il mainstream.

Gli avversari della ” ragione comunitaria” appartengono alla galassia del Circolo di Vienna che ha coniugato il neopositivismo logico con il liberalismo e il liberismo estremi; appartengono alla scuola dei Chicago boys e a coloro che ne hanno ereditato la visione; anti-comunitaria per eccellenza è la visione di K. Popper, secondo cui l’ indiscusso primato pertiene all’ individuo e la ” comunità” è un’ astrazione.

La difesa della ” ragione liberale” si accompagna al nominalismo empirista in logica ( l’ individuo e” l’ unico concreto e la comunità è un’ astrazione), il sensismo filosofico per cui sarebbero privi di significato e portata semantica tutti gli assunti che vanno al di là della sfera empirica, dal momento che pertengono alla morale e alla religione.

L’empirismo è infatti scettico verso la dimensione della Trascendenza, che costituisce ( o può costituire) un orizzonte di fondamento per la ” ragione comunitaria”.

Dario Antiseri, allievo di Popper, è strenuo difensore della ragione liberale e, sulla scia del maestro , stigmatizza la ragione comunitaria, quasi che essa sia sovrapponibile all’ oscurantismo, all’ autocratismo tout court (2).

In nome della ragione liberale, Antiseri riconosce legittima una sola forma di violenza, quella funzionale a instaurare il “regime democratico” . Il liberale, come Antiseri, riconosce legittima qualsiasi opinione, ad eccezione di quella che pretenda di ergersi a verità assoluta e professare quindi una metatemporalita’ di valori, con ciò egli palesa tutte le incongruenze che soggiaciono alla ” ragione liberale”, nonché la sua fondamentale intolleranza sotterranea.

Infatti, nella misura in cui si nega un Logos trascendente e dei valori metatemporali, si appiattiscono inevitabilmente tutte le opzioni nell’ indifferentismo morale; ipso facto, la prepotenza non sono non è sconfitta, ma moltiplicata all’ ennesima potenza. Per dirla con Georges Bernanos, l’indifferentismo non oppone barriera alcuna alla tirannide dei gruppi oligarchici; in un contesto di relativismo morale radicale, prevarra’ la sopraffazione di un gruppo oligarchico liberale piuttosto che un altro.

Dario Antiseri è strenuo difensore del liberalismo in politica e dell’ iperliberismo in economia; egli ha salutato con favore il trapasso dalle società guerriere tribali premoderne a quelle moderne mercatiste, nella misura in cui questo trapasso avrebbe significato la fine dei conflitti mondiali…a suo giudizio, la fomite prima delle guerre è dovuta all’ intolleranza religiosa.La tesi di Antiseri è facilmente confutabile, perché nell’ era contemporanea la grande maggioranza dei conflitti sono scoppiati non per motivi religiosi ma per esigenze mercantili, in nome del commercio (3). L’ era moderna mercantile non è affatto apotropaica dei conflitti mondiali, come vorrebbe Dario Antiseri.

J. C. Leyendecker

Helmuth Plessner sussume sin dalle primissime pagine della sua opera ” I limiti della comunità” le forme del comunitarismo nella equivoca categoria del radicalismo sociale con una trattazione tutto sommato critica; vi fa rientrare la filosofia politica roussoviana, l’idealismo romantico, segnatamente nelle forme herderiana e fichtiana, l’ attualismo gentiliano. L’idealismo fichtiano, che ha dato impulso allo sviluppo delle scienze dello spirito in contrapposizione a quelle della natura ha corrisposto alle esigenze di un’ opinione pubblica ottocentesca che si ” attendeva da esse un successo a catena nella crescente padroneggiabilita’ delle relazioni umane”.

L idealismo filosofico fichtiano è disprezzo di ciò che è condizionato e limitato dalla natura o non- io, amore per l’ impossibile, anelito e reverenza per le grandi cose, esso è fanatico verso i principi dell’ idealismo trascedentale e perciò stesso è distruttivo (5).

Il radicalismo sociale che si esprime sia nell’ irrazionalista esaltazione dei vincoli spirituali che in quella, altrettanto irrazionale dei vincoli di sangue, sostiene sempre Plessner. è l’ antitesi del positivismo e del razionalismo che presuppongono un’ organizzazione della realtà secondo principi materiali; esso presuppone al contrario un’ essenza del mondo illimitato, cui soggiaciono forze vitali infinitamente produttive. L’ attualismo gentiliano ( che l’ autore non menziona esplicitamente) è indefessa lotta contro il dato naturale limitato e limitante, ” contro il permanere in ciò che è divenuto”, ” frantumazione del vecchio”, continuo superamento di ciò che è datato, pietrificato, in quanto ostacolo all’ affermazione della ” vegetazione giovane”(5).

Per l’ attualismo gentiliano ” la divinità (ovvero l’ atto puro in perenne autoctisi) vive soltanto nel divenire e nel movimento. Ancora l’ attualismo gentiliano è radicalismo sociale nella misura in cui è perenne sforzo di frantumazione delle barriere che, a causa della loro naturalità e non spiritualità, pretendono porre un freno all’ atto puro, al suo incessante divenire spirituale

Il radicalismo sociale,che per Plessner è sovrapponibile al comunitarismo tout court, è imposizione dell’ ideale rispetto al reale, della riflessione organica rispetto alla coscienza individuale, perciò stesso è foriero di violenza e fanatismo. A prescindere che questa idea sia intesa come anelito irrazionale, oppure rientri in un contesto razionalista. Ha la pretesa di identificare con delle vere e proprie forze produttive di questo ideale (la comunità metaindividuale) quelle che sono semplicemente condizioni di possibilità di esso; ha la pretesa di realizzare un assetto olistico, quando invece non farebbe altro che frantumare la realtà nelle sue varie componenti, facendo di una di esse il principio produttivo del concreto; sempre a giudizio di Plessner, il radicalismo sociale nella sua pretesa olistica soffocherebbe la coscienza individuale e confonderebbe il “proteron” con ” l’ usteron”: non vi sarebbe infatti assetto comunitario, se non a partire dai peculiari contributi della fantasia e della creatività, per definizione individuali.

In ultima analisi, il comunitarismo pretende di realizzare un equilibrio,ad esempio nella forma di una riconciliazione tra popolo e intellettuali o tra popolo e natura, che si rivela coercitivo e grottesco…dal momento che l’ individualismo è punto di non ritorno intrascendibile nella società di massa prodotto dell’ industrializzazione(6).

Il limite principale dell’ impostazione teorica del Plessner è, a mio avviso, da rintracciare innanzitutto nella sua generica e monolitica categoria di “radicalismo sociale” in cui egli pensa di far rientrare un po’ tutte le forme di comunitarismo, le forme basate su un vincolo spirituale o di sangue, la democrazia a partecipazione diretta roussoviana, il comunismo e persino alcune forme di anarchia.Tanto il comunitarismo aristocratico (basato cioè sul vincolo di sangue e spirituale a fondamento della ” comunità di popolo”) che il comunismo (7), anche se puntano ad esiti contrapposti, approdano ad un’ “armonia nell’ intenzionalità di vita”, sono livellatori di tutte le peculiarità individuali, coercitivi della libertà di coscienza.

Quando Plessner ravvisa nel radicalismo sociale del comunitarismo l’ aspirazione a far tabula rasa del reale per imporre il proprio ideale come “nuova vegetazione” incontra le mie riserve critiche: il comunitarismo infatti non ha carattere di rivoluzione tout court, non è mera abolizione delle tradizioni e consuetudini consolidate, come genericamente indica il Plessner; il comunitarismo infatti non è abolizione del reale in nome di un’ utopia astratta, bensì “rimodellamento e riplasmazione del reale” (O. Splenger) e ” rivoluzione conservatrice”( G.Gentile) che rintraccia comunque necessariamente un legame con la traduzione.

La critica che Plessner muove all’ attualismo, come nichilistica distruzione di ciò che è permanente, è in parte giustificata, tuttavia essa non risale al fondo che rende problematica l’ impostazione di G.Gentile: la pretesa di fondare una rivoluzione conservatrice dei valori della tradizione cattolica, della patria, della famiglia nell’ orizzonte di una negazione della metafisica naturale. Questo punto non viene tematizzato da Plessner, pure è fondamentale per comprendere la problematicità della posizione di G.Gentile.

Dopo aver analizzato, evidenziato le aporie e non aver passato sotto silenzio alcuni motivi di verità dell’ opera di Helmuth Plessner (opera probabilmente che meriterebbe maggior attenzione da parte di noi cultori di Filosofia politica e geopolitica, con i suoi limiti) “I limiti della comunità”, la mia prima rassegna sul tema del ” comunitarismo” può dirsi ultimata.Seguirà a breve una prosecuzione della disamina della ” ragion comunitaria, prendendo in considerazione alcune proposte di visione comunitaria molto più recenti.

È d’ uopo prendere da subito le distanze da quell’ atteggiamento di falsamente tragica e fatalista filosofia della storia che intende considerare l’ ipotesi della ragione comunitaria un retaggio di un passato premoderno, rurale, patriarcale e tribale, refrattario al progresso storico. Alla ragione comunitaria irridono i liberal-globalisti sfegatati come Giampiero Mughini, Cecchi Paone, Franco Londei,etc insomma tutti coloro che glorificano e considerano intrascendibile punto di non ritorno l’ avvento dello spirito individualistico-cosmopolita, prodotto dalla globalizzata società di massa.

Helmuth Plessner reputa che l’ esito necessario del comunitarismo sia una rottura dell’ equilibrio tra individuo e società, a seguito di una violenza esercitata sul reale in nome della fanatica imposizione di principi trascedentali. Non è necessariamente così; al netto della considerazione che il comunitarismo non è naturalmente scevro di degenerazioni e superfetazioni, l’ equilibrio di cui egli parla può essere rintracciati solo nell’ orizzonte della ragione comunitaria; essa deve incarnarsi nella civiltà occidentale latina-mediterranea, sintesi geniale tra filosofia classica greca e Romana, Patristica e Scolastica medievale.

[CONTINUA…]

1) M.Veneziani, “Comunitari o liberal?”, Laterza, Milano,1999_2006, p.21

(2) Dario Antiseri,”Liberali quelli veri e quelli falsi”. La critica che Dario Antiseri svolge alla ragione comunitaria sulla falsariga del maestro K. Popper è discutibile, soprattutto laddove egli afferma che la società liberale comporta necessariamente il libero mercato e quella comunitaria-dispotica reprime la libertà di iniziativa. Ma Veneziani confuta sei importanti punti della critica che Antiseri svolge nella sua opera sopracitata al comunitarismo.Cfr.Marcello Veneziani, Comunitari o liberal? cit.pp.27_31

(3) Marcello Veneziani, op.cit, p.29

(4) Helmuth Plessner, “Ii limiti della comunità”, Laterza, Milano,2001, p.8

(5) Helmuth Plessner, op.cit.,p.10

(6) Helmuth Plessner, op.cit p.45

(7) Plessner fa rientrare a pieno titolo nel “comunitarismo” anche il comunismo; innanzitutto un ” comunismo nazionale” che si caratterizza come ” comunismo etnico” che non può estendere la propria comunità e sfera d’ amore oltre l’ etnia. Osserviamo come Il Plessner abbia intuito quel carattere dell’ attualismo gentiliano di ” comunismo impaziente” che Augusto del Noce ha focalizzato molto bene. Sara’ l’ “attualismo di sinistra” di Ugo Spirito a portare a compimento questo comunismo, ma nella forma di globalismo. In effetti, nel ” comunismo nazionale” come nell’ ” attualismo gentiliano” l’ uomo sacrifica il proprio nucleo ontologico personale per partecipare dello spirito metaorganico della comunità.

In secondo luogo, vi è un ” comunitarismo Internazionale”, no border, che estende la sfera della fratellanza a tutta l’ umanità e che discende dall’ illuminismo con la sua ragione astratta e cosmopolita

Cfr.H. Plessner, op.cit, pp.43-45

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