Una meditazione per il 29 dicembre, memoria di san Davide, re e profeta.

Nacque Davide povero pastore di mandrie, ma la sua pietà verso Dio e il suo valore fra gli uomini lo portarono alla Real corona di Palestina. Con le prove che di sé fece garzone nelle foreste sbranando orsi e smascellando leoni, preluse alla gran vittoria che riportò del Gigante Golia, in premio della quale n’ebbe per isposa la figliuola del Re Saul. Ma l’invidia gli cangiò ben presto il suocero in emulo e nemico e gli fu d’uopo giuocare molto d’ingegno per sottrarsi alle di lui insidie. Dopo molte rotte date e ricevute dai Filistei, morto finalmente in un fatto d’armi Saul, trapassatosi da se medesimo con la sua spada per non cader in mano ai suoi nemici, Davide acclamato dal popolo per Re, fu sollevato al Trono d’Israello promessogli già da Dio. Il principio del suo governo fu fastidioso, dovendo liberarsi dai nemici stranieri che infestavano il Regno e dai domestici che seguitavano le parti del Re defunto. Ma con la forza debellò i primi e con la mansuetudine si guadagnò i secondi. Mansuetudo mea multiplicavit me: egli stesso lo disse. Così dilatato l’imperio e stabilitosi sul soglio era in istato di godere una lunga pace, e dentro il Regno coi sudditi e fuori coi principi confinanti. Ma un gravissimo oltraggio fatto ai suoi Ambasciatori dagli Ammoniti l’obbligò a ripigliare le armi. Per vendicarsi dunque del ricevuto affronto spedì le sue milizie sotto la condotta del Generale Gioabbo e fece assediar Rabba, città capitale del Regno. Ma mentre da suoi gloriosamente combattevasi contro degli Ammoniti, egli da una tentazione abbattuto, cadde vergognosamente prostrato e vinto. Correva l’anno sedicesimo del suo Regno e quarantesimo nono dell’età sua, anno veramente per lui climaterico, ed essendo di già entrata la stagione in cui sogliono i Re portarsi alla guerra, egli se ne stava in Gerusalemme a goder l’ozio d’una pace infingarda. Quando un dì, dopo il riposo passeggiando per una loggia del suo palazzo gli venne a caso veduta da lungi una femmina che alla fonte del suo giardino stava lavandosi. Era costei Bersabea, moglie d Uria Eteo, cavaliere non men prode di mano che prode di cuore, il quale allora trovavasi con l’esercito all’assedio di Rabba. Il misero Re allettato di fuori dall’oggetto lusinghevole, tratto di dentro dal suo concupiscevole appetito e spinto da quel Demonio ch’egli medesimo chiamò meridiano, tosto si arrese alla tentazione; imperciocché al vedere la donna nel bagno, andò subito dietro il desiderarla, il ricercarla, il volerla senza verun riguardo né a Dio che dalla greggia l’avea sollevato alla Reggia, né alla fedeltà d’un vassallo che stava attualmente guerreggiando per lui, né a tutto il Regno a cui dava sì grave scandalo. Gran documento del quanto poco possiam fidarci di noi medesimi, a fronte dell’occasione. E perché le cadute dei giusti sogliono essere precipizi, aggiungendo Davide peccato a peccato, dopo aver tolto all’innocente Uria l’onore gli tolse se ancora la vita, scrivendo al Generale Gioabbo che lo mettesse nelle prime file dei suoi squadroni, acciocché negli assalti fosse dei primi a morire come seguì. Né qui si ristette perchè al suo peccato aggiunse l”ostinazione, perseverando in quello fin presso a un anno; e più vi sarebbe stato se Iddio, avutane pietà, non mandava il Profeta Natan a riscuoterlo da quel profondo letargo dove giaceva. Alle parole dell’uomo di Dio e alla intimazione dei mali che gli verrebbero in castigo del suo peccato, alla fine si riscosse, aprì gli occhi, entrò in se stesso, conobbe il suo gran fallo e lo confessò dinanzi al Profeta e lo pianse dinanzi a Dio e finché visse ne fece asprissima penitenza. Afflisse coi ciclicj la sua carne: Ego autem induebar cilicio. Si macerò con digiuni: Humiliabam in jejunio animam meam. Spargeva di cenere le vivande della mensa reale: Cinerem tamquam panem manducabam. E perchè gli occhi suoi fermandosi a mirare una beltà pericolosa gli erano stati le prime guide alla trasgressione della Divina Legge, li condannò a spargere fonti di lagrime penitenti: Exitus, o come altri leggono, Fontes aquarum deduxerunt oculi mei, quia non custodierunt legem tuam. E se una notte peccò macchiando la fede del talamo coniugale, per cancellar questa macchia lavò il suo letto con pianto amaro tutte le notti della sua vita: Lavabo per singulas noctes lectum meum, lacrymis meis stratum meum rigabo. Grand’esempio di penitenza in un Re di così alto dominio e insieme gran confusione di quei Cristiani, i quali dopo aver bevuto l’iniquità come acqua, quando si riducono a penitenza non sanno spremer dal cuore un sospiro, né dagli occhi una lagrima. E come hanno raccontate in segreto al Sacerdote le loro colpe e recitate quelle poche preci che sono loro imposte per penitenza, credono d aver soddisfatto interamente a Dio sì gravemente offeso, al prossimo da loro scandalizzato e a se medesimi debitori di sì gran somma. Non cosi certamente fece il Re Davide. Egli oltre alla penitenza segreta del suo peccato, se pure si può dire segreto ciò che si fa da un Re, sugli occhi della sua corte, volle di più far pubblico al mondo il suo ravvedimento. A questo fine compose e ai posteri lasciò il cinquantesimo Salmo, che noi chiamiamo il Miserere, acciocché se tutto il Regno si era preso a scandalo della sua vergognosa caduta, tutti, e presenti e futuri, sapessero quanto altamente si era pentito e da lui apprendessero come avevano a pentirsi dei lor peccati e chiederne a Dio mercé; o se avevano imitato lui peccatore imitassero ancor lui penitentecche fu appunto la risposta che S. Ambrogio diede a Teodosio Imperatore allorché questi con ļ’esempio della caduta di Davide scusavasi della strage fatta in Tessalonica: Qui secutus es errantem sequere pænitentem. La Chiesa chiama felice la caduta d’Adamo perocché meritò d’aver Cristo per suo riparatore. Io non dirò felice la caduta di Davide, ma dirò bene felici noi i quali abbiamo in lui pænitentiæ typum come lo disse S. Cirillo Gerosolimitano e che da questo grand’esemplare di penitenza possiamo imparare il modo di piangere e di pentirci dei nostri falli. Pianse il Santo Re e tuttora seguita a piangere il suo peccato in questo suo Salmo e quanti nel mondo Cristiano piangono le loro colpe, da lui prendono in prestito le voci, i sentimenti, gli affetti. Il suo dolore lo fa proprio di ciascheduno. Tutti piangono con lui ed egli piange con tutti. Altro non si sente in bocca dei penitenti fedeli che il Miserere. Questo cantano fino le donne e i fanciulli. Di questo risuonano i nostri templi e nei giorni più santi ancor le piazze e le contrade. E pare che nella Chiesa non sappia farsi un atto pubblico di penitenza che non s’intuoni questo dolentissimo Salmo, il quale a ragione fra i sette penitenziali tiene il luogo di mezzo come il Sole fra i sette Pianeti […] come diceva Sant’Agostino non dovrebbe verun Cristiano ridursi al fin della vita se prima non ha fatto penitenza e non ha piante le sue colpe. E come il Santo insegnò agli altri, così lo praticò per se medesimo. Perchè dopo aver pianto in vita i falli della sua lubrica gioventù e aver con più lagrime che inchiostro scritti e pubblicati al mondo i Libri delle sue Confessioni, racconta Possidonio nella sua vita che quando gli sopraggiunse l’ultima mortal malattia, si fece mettere d’intorno al letto scritti a grandi caratteri i Salmi Penitenziali di Davide e li andava leggendo e nel leggerli versava dagli occhi fiumi di pianto. Né volle finir di piangere se non col finir della vita. Avvicinandosi dunque il fine della mia mortale peregrinazione non ho creduto di meglio spendere quest’ultimo dì che nella meditazione di questo Salmo, occupandomi tutto in pensieri ed affetti di penitenza. E gli ho voluti con la stampa fare comuni a tutti acciocché chiunque prima di morire bramasse di piangere le sue colpe e prima di comparire al severo Tribunale del Giudice Divino, desidera di placarlo con atti veri di contrizione, abbia qui agevolato il modo di farlo sull’esempio di questo Real Penitente, il quale per la sua penitenza meritò d’esser Padre del futuro Messia e che dalla sua stirpe nascesse il Salvatore del Mondo. E però a ragione il Papa San Gregorio ce lo propone da imitare nel commento che fece di questo Salmo: Quisquis desperans de venia, agere pænitentiam dubitat, Davidem pænitentem ad animum reducat. Audiamus David clamantem et nos cum eo clamemus. Audiamus gementem et congemiscamus. Audiamus flentem et lacrymemur (Chinque, disperando del perdono, dubita di far penitenza, richiami alla mente Davide penitente. Consideriamo Davide che implora e con lui imploriamo. Consideriamolo gemere e con lui gemiamo. Consideriamolo piangiente e piangiamo).

da L’idea di un vero penitente ravvisata nel penitente re Davide da lui espressa nel salmo cinquantesimo e proposta ad ogni penitente cristiani dal padre Alessandro Diotallevi della Compagnia di Gesù.


Immagine : Davide, rimproverato dal profeta Nathan per aver mandato a morire Uria per prendersi la sua moglie Bersabea, fa penitenza e chiede il perdono di Dio (Secondo libro di Samuele, 12,1-14). In quell’occasione lo Spirito Santo gli ispirò la composizione del Salmo 50: “Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam” (Abbi misericordia di me, o Dio, secondo la grande tua misericordia).
Paris psaulter (BnF MS Grec 139), da commons.wikimedia.org