Volentieri offriamo ai lettori questo studio di G. Ferro Canale in esclusiva per Radio Spada.


di Guido Ferro Canale

                                                                                  Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo

[Aen. VII 312]

Premessa

Il mio piano iniziale di offrire al pubblico, come seconda parte della mia indagine sulle controversie relative alle presidenziali americane, un quadro il più possibile completo del contenzioso giudiziario con i relativi esiti si è complicato con l’evolversi degli eventi: sono giunto a credere, infatti, che la via dei ricorsi faccia parte di una strategia più ampia perseguita da Trump. Una strategia il cui successo non è minimamente scontato, intendiamoci… ma che penso di dover illustrare, anche a costo di avventurarmi nel terreno dei pronostici, che in genere evito come la peste.

Teniamo anzitutto presente la grande differenza tra tattica e strategia: la tattica trova una strada vincente; la strategia fa in modo che tutte le strade portino ad un possibile esito vincente.

Molti, sentendo che le iniziative giudiziarie “di Trump” (in realtà, quasi sempre di altri soggetti) venivano respinte l’una dietro l’altra, si sono certamente chiesti perché insista, cosa speri di ottenere. Qualcuno ha ipotizzato che si tratti di un modo per negoziare con Biden provvedimenti di grazia per sé stesso e famiglia; ma sarebbe una tattica negoziale pessima, visto che esaspera la base di Biden e che, nel momento in cui questi ottenesse il potere di concedere la grazia, Trump potrebbe fare ben poco se non mantenesse la parola. Credo che l’ipotesi più semplice, per una volta, sia pensare che le cose stiano esattamente come sembrano: Donald J. Trump è tuttora determinato a diventare il quarantaseiesimo Presidente e sta lottando per questo con ogni oncia della sua considerevole determinazione. E siccome il complesso delle diverse azioni, che ad un osservatore casuale può sembrare irrazionale e disperato come il dibattersi di un pesce all’amo, ad uno sguardo più approfondito rivela, in realtà, un possibile disegno strategico soggiacente… forse è proprio così.

Con questo, beninteso, non sto dicendo che i suoi sforzi saranno coronati da successo, né esprimo una valutazione purchessia sugli argomenti addotti (che peraltro, come vedremo, non si limitano ai brogli). Presento solo un’ipotesi di lettura degli eventi… e un pronostico su ciò che potrebbe avvenire il 6 gennaio 2021.

Per ragioni che saranno chiare nel prosieguo, ho voluto dare a questa strategia un nome da scacchista: il Gambetto di Honolulu.

Il gambetto è un tipo di apertura che prevede di attirare l’avversario offrendogli il sacrificio di un pezzo e “fargli lo sgambetto” (tale l’origine del nome), ossia metterlo in difficoltà approfittando del suo stesso slancio offensivo.

Cosa c’entra Honolulu? Tempo al tempo… ci arriviamo.

Lo status quo: il risultato del voto così com’è oggi

Un problema di scacchi comincia sempre con una distribuzione iniziale di pezzi sulla scacchiera; nel nostro caso, si tratta dei risultati del voto popolare e delle corrispondenti assegnazioni di Elettori del Presidente.

Abbiamo tutti imparato o ripassato, ormai, che la Presidenza degli Stati Uniti viene assegnata – appunto – Stato per Stato, che a ogni Stato spetta un numero di Elettori proporzionale alla popolazione e che quest’anno il totale è 538, quindi la maggioranza assoluta necessaria all’elezione è 270.

Adesso posizioniamo i pezzi del nostro problema. O, se qualcuno per caso non ama gli scacchi, del nostro gioco da tavolo.

Gli sforzi di Trump si concentrano su sei Stati, che corrispondono più o meno ai battleground States annunciati come in bilico alla vigilia: Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin. In questo momento, tutti e sei risultano assegnati a Biden e gli Elettori indicati dal Partito Democratico prima del voto popolare sono già stati nominati dai rispettivi Governatori; si può dare per scontato che, il 14, votino compatti per eleggere Joseph R. Biden come quarantaseiesimo Presidente.[1]

I risultati, come diffusi dall’Associated Press, ad oggi sono i seguenti:

 StatoVoti elettoraliVoti per BidenVoti per TrumpDifferenza
Arizona111.672.143 (49,4%)1.661.686 (49,1%)10457
Georgia162.473.633 (49,5%)2.461.854 (49,3%)11779
Michigan162.804.040 (50,6%)2.649.852 (47,8%)154188
Nevada6703.486 (50,1%)669.890 (47,7%)33596
Pennsylvania203.459.923 (50%)3.378.263 (48,8%)81660
Wisconsin101.630.866 (49,6%)1.610.814 (48,9%)20052

I totali nazionali del voto popolare, secondo la CNN, sono 81.282.896 per Biden, 74.222.484 per Trump. Legalmente irrilevanti, ma politicamente significativi per più di una ragione, e per entrambe le parti.

Comunque, il risultato che conta davvero sul piano giuridico è il computo degli Elettori assegnati. Con questi sei Stati, Biden può contare su 306 voti elettorali, Trump su 232.

Senza questi Stati, invece, Trump resta ovviamente a 232, ma Biden scende a 227.

Per salire da 232 a 270, Trump dovrebbe ribaltare l’assegnazione di trentotto Elettori, quindi come minimo tre Stati, alternativamente:

            Georgia – Michigan – un altro qualsiasi

            Arizona – Pennsylvania – Wisconsin

            Pennsylvania – Georgia – un altro qualsiasi

            Pennsylvania – Wisconsin – Michigan.

Se il colpo riuscisse nella combinazione Arizona – Georgia o Michigan – Wisconsin, i due candidati finirebbero in parità: 269/269.

L’obiettivo di mantenere la Presidenza nelle mani di Trump può essere conseguito in tre modi:

  1. contestazioni del voto popolare che portino ad annullare schede per Biden o scoprire schede per Trump in numero sufficiente a ribaltare una qualunque delle predette combinazioni di tre Stati (è importante notare che l’annullamento di un’intera elezione in un singolo Stato, almeno astrattamente possibile, non porterebbe ad un’elezione suppletiva, che la legge non prevede e non sembra consentire);
  2. esclusione degli Elettori dei sei Stati dal computo della maggioranza e dal quorum (segue vittoria di Trump 232/227);
  3. inclusione degli Elettori nel quorum, ma invalidazione dei voti espressi; oppure pareggio tra i due candidati, comunque ottenuto (in entrambi i casi, manca una maggioranza sul numero degli Elettori nominati e il diritto di eleggere il Presidente passa alla Camera dei Rappresentanti, che vota per Stati; in tale computo Trump, almeno sulla carta, ha la maggioranza).

Poste tali premesse, la strategia che si delinea prevede quattro strade diverse, ma non prive di relazioni reciproche:

  1. la via giudiziaria;
  2. la via dei Parlamenti statali;
  3. la via del Congresso;
  4. l’Insurrection Act ossia l’opzione militare.

Le prime due sono state e sono perseguite apertamente, la terza è già stata prospettata; della quarta si è parlato soltanto in Rete, ma una strategia ben congegnata la deve includere, almeno nello studio, almeno per escluderne l’impiego… o magari per minacciarlo.

Va comunque notato che l’opzione militare, a meno di non trasformarsi in un colpo di Stato vero e proprio, non può cambiare il Ventesimo Emendamento della Costituzione, secondo cui il mandato del quarantacinquesimo Presidente è destinato a scadere il 6 gennaio 2021.

Finora, la via giudiziaria è quella di cui si è sentito parlare maggiormente, ma anche quella che ha fatto registrare i maggiori insuccessi. In genere, ha perseguito soprattutto il fine di far annullare voti o di ottenerne una verifica di qualche tipo, nella speranza di scoprirne altri per Trump o di portare alla luce irregolarità tanto gravi da imporre l’annullamento della consultazione in quello Stato; fin qui non è successo nulla del genere,[2] ma va detto che la grande maggioranza delle contestazioni è stata respinta per ragioni di procedura, non nel merito.

Anche per questo, non è detto che la via giudiziaria sia fine a sé stessa. Proprio no.

Innanzitutto, tiene mobilitata la base elettorale, in una doccia scozzese di speranze e delusioni.

Ma soprattutto, ad ogni rigetto per motivi di forma o con motivazioni di principio come “Non si possono annullare i voti espressi”, fa crescere la sensazione che i Tribunali non possano o non vogliano risolvere nulla.

Il che fa crescere in parallelo la legittimità percepita delle altre tre vie: i Parlamenti statali, il Congresso e perfino l’opzione militare.

Infine – ma non da ultimo – questo bailamme di ricorsi ha ottenuto un risultato certo: nessuno Stato può dire di aver risolto in via definitiva le contestazioni relative alle proprie elezioni entro l’8 dicembre, c.d. safe harbour deadline. Che non è, come erroneamente più di uno ha detto, il termine entro cui Trump avrebbe dovuto vincere, bensì quello entro cui avrebbe dovuto definitivamente perdere perché i voti dello Stato in questione dovessero essere presi per buoni dal Congresso. In altre parole, la via giudiziaria ha aperto le porte ad un suo intervento.

I Parlamenti statali sono titolari, per Costituzione, del potere di scegliere gli Elettori e Trump li ha invitati ad esercitarlo senza tener conto del voto popolare, ad annullare le designazioni compiute dal Governatore o comunque ad interessarsi delle irregolarità da lui denunziate. Considerato che, in tutti gli Stati contesi tranne il Wisconsin, i due rami del Parlamento sono controllati dai Repubblicani, non sorprende davvero che, su questo fronte, egli abbia riscosso successi maggiori; però nulla di risolutivo.

Il principale controargomento avanzato afferma che i Parlamenti, per riprendersi questo potere, dovrebbero prima cambiare le leggi dei singoli Stati, che li vincolano al voto popolare… e comunque non potrebbero farlo in via retroattiva, perché la Corte Suprema, in Bush v. Gore ha riconosciuto che questo voto popolare, pur in sé non previsto dalla Costituzione, finché esiste è un diritto fondamentale.

A parte il Nevada, tutti gli Stati hanno tenuto audizioni pubbliche per sentire testimoni delle asserite irregolarità;[3] tuttavia, in Arizona lo Speaker della Camera dei Rappresentanti ha rifiutato di intervenire ex post sulla nomina degli Elettori, per le ragioni costituzionali ora dette (4/12), pur appoggiando in pari tempo una richiesta formale di perizia sui sistemi informatici Dominion (4/12). Una chiara disponibilità ad agire nel senso propugnato da Trump è emersa solo in Georgia e Pennsylvania, tanto che in quest’ultima è stata presentata una risoluzione formale (30/11); ma in entrambi gli Stati il Parlamento è bloccato per la chiusura della sessione annuale e potrebbe essere convocato in via straordinaria solo dal Governatore o da una maggioranza qualificata, che al momento manca. Il Governatore della Pennsylvania è un Democratico e, ovviamente, non ne vuole sapere; quello della Georgia è un Repubblicano e si è opposto alla richiesta, adducendo anch’egli le predette ragioni costituzionali, ma i parlamentari insistono anche perché, con le elezioni dei due senatori spettanti allo Stato in Congresso fissate per il 5 gennaio, vorrebbero eliminare almeno alcuni dei punti ora più contestati nella disciplina delle elezioni.

Ad oggi, quindi, si può dire che i Parlamenti statali siano svegli e attivi, per così dire, ma oltremodo riluttanti a compiere il passo decisivo in assenza di indicazioni più chiare da parte delle Corti.

Il che spiega il tentativo del Texas di sfruttare la propria condizione di Stato per portare la Corte Suprema federale ad emettere un ordine in tal senso; ma essa ha rifiutato di prendere in considerazione il caso, ritenendo che il Texas non abbia standing, ovvero non possa fare causa per asserite violazioni costituzionali da parte delle autorità di altri Stati riguardo a come debbono o non debbono votare i cittadini di quegli Stati.[4] La mossa non ha ottenuto risultati concreti, però ha certificato, per così dire, la spaccatura del Paese, con valanghe di memorie depositate pro o contro Trump; in questo senso, il sostegno pubblico di centoventisei membri Repubblicani della Camera dei Rappresentanti appare particolarmente importante sul piano politico… e anche decisionale.

Il Congresso, infatti, ha il potere-dovere di contare i voti espressi dagli Elettori e, almeno secondo la legislazione vigente, pure quello di decidere sulla loro legittimità.

Per questo il Team Trump ha orchestrato una mossa che, diversamente da tutte le altre, è stata tenuta segreta fino al momento di metterla in atto: appunto il Gambetto di Honolulu.

Nel momento in cui termino di scrivere, i Partiti Repubblicani di Arizona, Georgia, Nevada e Pennsylvania hanno già confermato che, mentre gli Elettori nominati dai rispettivi Governatori votavano per il duo Biden-Harris, quelli indicati dal Partito ma non nominati votavano per Trump; si attendono notizie da Michigan e Wisconsin, ma un consigliere del Presidente, Stephen Miller, ha dichiarato a Fox & Friends che l’iniziativa riguarda tutti gli Stati contesi. I comunicati stampa parlano di voto condizionato e dell’esigenza di mantenere aperto il contenzioso giudiziario: per questo lo si può chiamare Gambetto di Honolulu, perché il precedente invocato è il caso del 1960, quando alle Hawaii sembrava che avesse vinto Nixon, gli Elettori erano già stati nominati per lui, ma il contenzioso era ancora in corso; nel giorno stabilito, anche gli Elettori di Kennedy hanno votato e mandato i voti al Congresso; le contestazioni sono andate avanti e, una volta decise in favore di Kennedy, gli Elettori di quest’ultimo sono stati nominati. E accettati dal Congresso, per indicazione dello stesso Nixon, sia pure “senza l’intenzione di stabilire un precedente”.

Per questo è un gambetto. Fa in modo che l’avversario si senta sicuro di vincere e nello stesso tempo lo porta dritto su un campo minato: il Congresso.

La legge che ha voluto disciplinare, inter cetera, proprio il caso di più elenchi di voti e di Elettori per uno stesso Stato non lo ha fatto troppo bene, è ricca di già esplorate ambiguità; ma di nuovo, la strategia è fare in modo che ci sia una linea vincente per ognuna di queste opzioni.

Il 6 gennaio 2021, all’una del pomeriggio ora di Washington D.C., i due rami del Parlamento federale dovranno riunirsi per lo spoglio dei voti degli Elettori, che segna la proclamazione ufficiale del nuovo Presidente (che entrerà poi in carica il 20 a mezzogiorno). Il Vicepresidente uscente, che presiede la seduta come Presidente del Senato, la Camera alta, ha l’obbligo legale di leggere qualunque documento si presenti come un elenco di Elettori o dei relativi voti; quindi, se per uno stesso Stato ce ne sono due o più, la questione di quale contare non può essere semplicemente accantonata. Ecco come potrebbe andare.

  1. L’unica regola sicura è che, nel dubbio, dovrebbe accordarsi la preferenza all’elenco assistito da documenti che attestino che le controversie sulle elezioni si sono risolte prima dell’8 dicembre; ma questo non è vero per nessuno dei sei Stati contesi (e non è neanche detto che i Governatori abbiano mandato documenti del genere in Congresso).
  2. In caso di dubbio, il Congresso deve votare anche sulla sussistenza di codesto requisito;
  3. in mancanza di un elenco alternativo, il dubbio può sorgere anche per obiezioni formale scritta, firmata da almeno un deputato e almeno un senatore;[5]
  4. se la Camera a maggioranza democratica vota Sì, per far prevalere i voti per Biden, e il Senato repubblicano vota No, il Vicepresidente Pence, che deve annunciare l’esito di questa votazione sdoppiata, può dire che in caso di disaccordo prevale il No;[6]
  5. per ribaltare una sua decisione servirebbe che le due Camere fossero d’accordo… il che non è probabile, date le premesse.
  6. A questo punto, i Democratici sosterranno che i voti espressi per Biden dovranno comunque prevalere, perché espressi da Elettori nominati dal Governatore. I Repubblicani, se non saranno nel frattempo riusciti a far nominare anche i propri dai Governatori, sosterranno che debba decidere il Congresso, anche a costo di propugnare l’incostituzionalità della legge, oppure – in caso di successo dei loro sforzi in qualche Stato – che prevalga la volontà del Parlamento statale, cui il potere di nomina è attribuito dalla Costituzione.
  7. Supponendo uno svolgimento ordinato della seduta, si dovrebbe votare anzitutto sull’interpretazione della legge propugnata dai Democratici; in caso di disaccordo, la risposta (almeno secondo Pence) è No, quindi il criterio di prevalenza non opera.
  8. Al che, necessariamente, bisogna votare se accettare l’uno o l’altro dei due elenchi di voti; prima sull’uno e poi eventualmente sull’altro, almeno a mio avviso.
  9. Se nessuno cambia posizione, vengono respinti tutti e due.
  10. Se il procedimento si ripete allo stesso modo per tutti e sei gli Stati, alla fine bisogna decidere se considerare che nessuno di essi abbia nominato Elettori oppure ritenere che gli Elettori in qualche modo ci siano, ma siano stati bocciati i voti espressi.
  11. Nel primo caso, il quorum si abbassa e vince Trump: sarebbe l’opzione più semplice.
  12. Nel secondo caso, nessuno dei due candidati ha la maggioranza assoluta; si passa al ballottaggio, la Camera vota per il Presidente e il Senato per il Vicepresidente, ma entrambi votano divisi per Stati e, secondo questo computo, i Repubblicani controllano anche la Camera. L’esito dovrebbe quindi essere la rielezione di Trump e di Pence.

Quali sono le possibili contromosse?

Essenzialmente tre, due preventive e una reattiva.

Il giorno prima, il 5 gennaio, si tengono i ballottaggi per eleggere i due senatori della Gorgia; i Democratici stanno facendo di tutto per vincere, perché in tal caso il Senato sarà in pareggio (50/50). Se il 6 fosse già questo l’esito, o se la Georgia non fosse ancora rappresentata dai due senatori uscenti (Repubblicani), basterebbe un solo franco tiratore tra i Repubblicani al Senato per far saltare il gioco. E Mitt Romney ha già dichiarato pubblicamente la propria opposizione ad ogni proposito di sovvertire in Congresso l’esito del voto popolare.

Sul fronte mediatico, lo sforzo di dare per scontata e acquisita la vittoria di Biden è destinato ad intensificarsi ancora di più; è possibile che si assista ad un’oscillazione tra il tentativo di passare sotto silenzio qualunque ulteriore iniziativa di Trump e la necessità di darne conto, almr+eno nel non improbabile caso di nuove sconfitte giudiziarie… che, però, paradossalmente servirebbero a dire alla sua base che non è ancora finita.

Se la base del partito continua a sostenere Trump nella maniera assoluta in cui lo sostiene ora, sarà uno scontro di pressioni opposte sui poveri Repubblicani “moderati”. Con quali esiti, Deus scit, non ego.

Comunque, i Democratici hanno un’altra arma a disposizione: la seduta si tiene nell’aula della Camera, quindi, se il voto sul primo Stato conteso (in ordine alfabetico, dunque l’Arizona) andasse secondo i piani dei Repubblicani, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi,[7] potrà intimare, per così dire, lo sfratto ai senatori, bloccando la procedura legale di conteggio finché il Vicepresidente e il Senato non si decideranno a seguire la “giusta” interpretazione della legge.

Qui, più che in qualunque altro caso, Mike Pence può far scattare la propria opzione nucleare.

In primo luogo, come Presidente della seduta può trasferirla altrove e farsi seguire almeno dai membri Repubblicani della Camera; gli scrutatori Democratici potrebbero essere sostituiti. Tuttavia, sarebbe facile contestare che la Camera non verrebbe rappresentata in modo istituzionale e neppure in numero legale.

Quindi Pence potrebbe invocare la lettura del Dodicesimo Emendamento che attribuisce a lui, e non alle Camere riunite. Vuoi in generale, vuoi quando un contrasto di questo tipo fa rischiare la paralisi costituzionale, vuoi anche solo per dire che le Camere devono soltanto presenziare alla lettura dei voti e/o che al massimo il quorum sarebbe necessario ad esse per votare sulle contestazioni ai voti degli Elettori o all’operato del Presidente. Non senza aggiungere, credo, che il computo del 2016 si è tranquillamente svolto alla presenza di quattro senatori appena, ma nessuno ne ha contestato la validità.

A questo punto, davanti al moncone Repubblicano delle due Camere le cose filerebbero più lisce dell’olio.

Ma la proclamazione di Donald J. Trump come quarantaseiesimo Presidente verrebbe accettata?

Quasi certamente no. Il che apre le porte a scenari ben poco simpatici.    

Parliamo, allora, di quest’opzione militare.

L’Insurrection Act del 1807 permette al Presidente di mobilitare l’Esercito, la Guardia Nazionale e perfino i semplici cittadini, in caso di rivolta. Trump lo voleva già usare quest’estate, durante le proteste seguite alla morte di George Floyd, e ci sono pochi dubbi sul fatto che lo userebbe dinanzi a contestazioni violente di una sua rielezione, comunque ottenuta.

Ma i suoi seguaci su Internet pensano ad un utilizzo preventivo, reso possibile da una norma della legge che, obiettivamente, non dovrebbe proprio esistere, un residuato della Guerra di Secessione, 10 U.S. Code § 252:

Ogniqualvolta il Presidente ritenga che illegali condotte ostruzionistiche, macchinazioni, adunate sediziose o rivolte contro l’autorità degli Stati Uniti rendano impossibile far rispettare la legge degli Stati Uniti in un qualunque Stato secondo il corso ordinario dei procedimenti giudiziari, può chiamare al servizio del Governo federale tanta parte della milizia di quello Stato, o tanta parte delle Forze Armate, quanta giudicherà necessaria per far valere quelle leggi o per sopprimere la ribellione.”.[8]

Si può aggiungere anche l’articolo successivo, nato con il Civil Rights Act del 1871 per far rispettare a mano armata, se necessario, il Quattordicesimo Emendamento:

Il Presidente, impiegando la milizia, le forze armate o entrambe, o con ogni altro mezzo, prenderà le misure che considererà necessarie per sopprimere, all’interno di uno Stato, qualsiasi insurrezione, scoppio di violenza interna, accordo illegale o cospirazione, se essa

1) impedisce a tal punto l’applicazione delle leggi di quello Stato, e degli Stati Uniti all’interno dello Stato, che una qualunque parte o classe di cittadini è privata di un diritto, privilegio, immunità, o protezione nominata nella Costituzione e garantita dalla legge, e le autorità costituite di quello Stato non sono in grado, non riescono o rifiutano di proteggere quel diritto, privilegio o immunità, o di accordare quella protezione; oppure

2) impedisce od ostacola l’applicazione delle leggi degli Stati Uniti o impedisce il corso della giustizia secondo quelle leggi.

In ogni situazione rientrante nel n. 1), si considererà che lo Stato in questione abbia negato la Equal Protection of the Laws, garantita dalla Costituzione.”.[9]

Si può facilmente capire come la base trumpiana, già convintissima che all’elettorato Repubblicano sia stata negata in mille modi la Equal Protection e che sia in atto un multiforme complotto, sia in larga parte pronta a sostenere un colpo di mano.

E va anche detto che nel caso Luther v. Borden la Corte Suprema ha stabilito che la scelta di ricorrere o meno all’intervento armato, nei casi in cui il ongresso abbia delegato questo potere al Presidente, è una political question che non spetta alla Corti esaminare.

Tuttavia, questa possibilità presenta un limite strutturale: è pensata come eccezione al divieto di usare le forze armate come forze di polizia, cioè per mantenere o ripristinare l’ordine e il rispetto delle leggi;[10] può essere usata per far rispettare sentenze controverse, come al tempo della desegregazione razziale, e forse anche per sequestrare prove che altrimenti andrebbero distrutte comunque per compiere atti… ma, a meno di diventare un colpo di Stato in piena regola, non risolve il problema della successione presidenziale né evita che il mandato di Trump spiri il 20 gennaio a mezzogiorno. Questo è il motivo per cui ritengo che l’opzione militare verrà usata solo per far valere la rielezione conseguita o, prima, solo in un ruolo ausiliario, per gesti eclatanti che smuovano le acque.

Un’occasione importante in tal senso, ha voluto ricordare Sidney Powell, è offerta dall’ordine esecutivo n. 13848, del 12 settembre 2018, con cui Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale rispetto alla possibilità di interferenze straniere nelle elezioni statunitensi e, inter cetera, ha ordinato al Director of National Intelligence di presentare, al massimo quarantacinque giorni dopo ogni elezione, un rapporto su eventuali tentativi o indizi di interferenza. Se emergessero elementi a sostegno della tesi della cospirazione straniera incentrata sui sistemi Dominion, propugnata proprio dalla Powell, almeno il sequestro dei server si potrebbe giustificare con una certa facilità.

In tutto questo, non dobbiamo dimenticare che i fronti giudiziari restano attivi e potrebbero riservare altre sorprese. Conto sempre di presentare ai lettori la rassegna dettagliata da me promessa; ma confido che trovino di loro gusto anche questa digressione.

Genova, 14 dicembre 2020


[1]    Nel 2016, tre Elettori “tradirono” Hillary Clinton; ma non sarà certo un isolato voto di protesta o di testimonianza a creare problemi a “Sleepy Joe”.

[2]    Il risultato più notevole, finora, si è avuto in Georgia, dove le verifiche amministrative hanno fatto spuntare un discreto numero di voti per Trump prima non contati, insieme con un minor numero di voti in più per Biden, ma la riduzione del margine è stata comunque insufficiente

[3]    Arizona (30/11); Georgia (3/12); Michigan (1/12); Pennsylvania (26/11); Wisconsin (11/12).

[4]    Neanche quando non possono farlo neppure i diretti interessati, perché si tratterebbe di denunciare l’illegittimità di regole generali che si applicano a tutti nello stesso modo (come appunto in questo caso, dove si accusabvano i governi di Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin di aver cambiato le regole elettorali, che per Costituzione federale debbono essere stabilite dai Parlamenti statali): in Italia si può, negli Stati Uniti no. Il voto di tutela è obiettivo e il problema sollevato dal Texas reale, a prescindere da come la si pensi nel merito: ha perfettamente senso dire che ciascuno Stato ha acconsentito a far parte dell’Unione e a sottostare ad un Presidente scelto in comune sul presupposto che gli altri Stati rispettassero il minimo concordato di regole comuni… e se eventuali controversie sul punto non possono essere risolte per via giudiziaria, si rischia che ne prendano di ben peggiori.

[5]    Ad oggi, diversamente da alcuni deputati, nessun senatore ha detto pubblicamente a chiare lettere che presenterà un’obiezione del genere; ma un paio di loro si è mostrato aperto alla possibilità.

[6]    La regola generale è che le due Camere devono essere concordi; il guaio è che non sono sempre chiare le conseguenze del disaccordo…

[7]    O qualunque altro Democratico venisse eletto in sua vece il 3 gennaio, anche se l’ipotesi di una sua mancata riconferma non sembra molto solida al momento.

[8]    “Whenever the President considers that unlawful obstructions, combinations, or assemblages, or rebellion against the authority of the United States, make it impracticable to enforce the laws of the United States in any State by the ordinary course of judicial proceedings, he may call into Federal service such of the militia of any State, and use such of the armed forces, as he considers necessary to enforce those laws or to suppress the rebellion.”.

[9]    “The President, by using the militia or the armed forces, or both, or by any other means, shall take such measures as he considers necessary to suppress, in a State, any insurrection, domestic violence, unlawful combination, or conspiracy, if it—

          (1) so hinders the execution of the laws of that State, and of the United States within the State, that any part or class of its people is deprived of a right, privilege, immunity, or protection named in the Constitution and secured by law, and the constituted authorities of that State are unable, fail, or refuse to protect that right, privilege, or immunity, or to give that protection; or

          (2) opposes or obstructs the execution of the laws of the United States or impedes the course of justice under those laws.

                In any situation covered by clause (1), the State shall be considered to have denied the equal protection of the laws secured by the Constitution.”.

[10]  Cfr. amplius Congressional Research Service, The Posse Comitatus Act and Related Matters: The Use of the Military to Execute Civilian Law, ult. agg. 6 novembre 2018


Immagine in evidenza: Flag of Honolulu, Hawaii, Dyfsunctional, Public domain, via Wikimedia Commons