di Luca Fumagalli

Per orientarsi nel caotico mondo emerso dalla Seconda guerra mondiale – una realtà priva di bussola, senza più certezze né fedi, caratterizzata dallo scontro tra blocchi politici ugualmente cinici – Graham Greene adotta due espedienti che stanno, in varia misura, alla base di quasi tutte le sue opere maggiori: innanzitutto la vicenda si svolge in luoghi remoti, lontani dall’Europa e dalla sue sicurezze, sulla falsariga di quello che faceva l’amato Conrad. L’intento non è quello di sottolineare le differenze culturali, quanto di calare i personaggi in un contesto al limite, spesso attraversato da guerre e violenze, in cui è la vita stessa ad essere in pericolo. In seconda battuta, il protagonista è invariabilmente un anti-eroe, schiacciato dai limiti, carico delle debolezze umane, capace però all’ultimo di un sacrificio che restituisce dignità a una vita altrimenti insipida, al limite del vomitevole. Come scrive Paolo Bertinetti, tra i maggiori esperti di Greene in Italia, a offrire allo scrittore inglese un punto di vista positivo nel negativo da cui trae i suoi personaggi vi è «un atteggiamento di grande tolleranza e pietà, in cui la fede nel perdono si accompagna alla consapevolezza della fallibilità umana, del peccato e della colpa. Basilare è per lui la convinzione dell’infinità della misericordia divina, che nessuno, neppure la Chiesa, può conoscere». Al di là dell’ortodossia o meno della posizione greeniana, gli uomini e le donne che affollano i suoi libri rimangono impressi nella mente del lettore proprio perché singolarmente efficaci nelle loro infinite contraddizioni, tra l’altro svelate all’interno di trame sempre ben congeniate (non è dunque un caso che Greene sia stato tra i pochissimi autori del cattolicesimo britannico ad aver scritto con continuità per il teatro, dove la credibilità dei personaggi è tutto o quasi).

Un caso bruciato (A Burnt-Out Case), romanzo del 1961, reitera queste caratteristiche seppur con lievi modifiche. Ad esempio lo scenario africano in cui si dipana la storia di Querry – celebre architetto di edifici sacri giunto in un lebbrosario del Congo Belga per fuggire dalla fama e dalla donne, verso cui ormai non prova più alcun interesse – è dato sin dall’inizio e, seppur caratterizzato dalle rivolte per l’indipendenza della popolazione indigena, queste non hanno alcuna incidenza sulla trama, giungendo ai protagonisti come un’eco lontano (scrive l’autore: «Il Congo del libro è una regione della mente»). Allo stesso modo, salvo l’epilogo, la vicenda procede pianamente, senza quei particolari momenti di suspense che sono un marchio di fabbrica di Greene.

All’origine del romanzo, oltre alla devozione dello scrittore per la figura Padre Damien de Veuster, un religioso che morì nelle Hawaii a fine Ottocento aiutando i malati di lebbra, vi fu il suo incontro con le missioni cattoliche in Africa e con il prezioso lavoro del dottor Michel Lechat, a cui il volume è dedicato. A ciò va aggiunta anche una motivazione più personale: Greene, che scrisse faticosamente il libro tra il 1959 e il 1960, quando aveva cinquantacinque anni, più o meno la stessa età di Querry, desiderava in qualche modo rispondere a tutti quei fedeli turbati o in crisi che, dopo il successo de Il nocciolo della questione, avevano preso l’insopportabile abitudine di rivolgersi a lui in cerca di un’assistenza spirituale, un aiuto che, ovviamente, egli non poteva e non voleva dare (è proprio da una simile esigenza che prendono forma personaggi grotteschi quali Rycker e Padre Thomas, entrambi accecati dall’egocentrismo e dalle loro interpretazioni cristiane). D’altronde è pure evidente come il disagio di Querry, che vuole scrollarsi di dosso l’etichetta di intellettuale cattolico, sia il riflesso di quello dello stesso Greene, tant’è che quest’ultimo si premurò di scongiurare preventivamente qualsiasi tentativo di leggere Un caso bruciato nella prospettiva del roman à clef con un apposito appunto inserito nella dedica prefatoria. Nelle sue intenzioni il libro doveva piuttosto risolversi in un «tentativo di dare espressione drammatica ai vari tipi di Fede, di Fede tiepida e di assenza di Fede in quel genere di ambiente, lontano dalla politica del mondo e dalle preoccupazioni familiari, in cui tali differenze vengono sentite con acutezza e si manifestano».

Difatti il Querry che giunge nel remoto lebbrosario congolese per puro caso, dopo aver abbandonato la sua ultima amante, è un uomo spento, disilluso, che ha smesso di andare a messa da vent’anni e che ormai non crede più in niente: «Non c’è più nulla che mi interessi […].  Non voglio andare a letto con una donna, né progettare un edificio». Spiritualmente appare del tutto simile a un “caso bruciato”, cioè a uno di quei lebbrosi «che perdono tutto ciò che può essere corroso dal male prima di guarire».

Attorno a lui gravitano tutta una serie di personaggi che, per quanto ben delineati, mancano di una vera e propria evoluzione psicologica, dando alle volte l’impressione di essere dei semplici stereotipi. Tra i Padri della missione spiccano solamente l’anziano Superiore e Padre Thomas, un sacerdote debole e insicuro. Gli altri, ritratti bonariamente, sono semplicemente troppo presi dalla cura dei malati e dalle faccende quotidiane per aver tempo da perdere dietro agli scrupoli spirituali di chicchessia. Il dottor Colin, lo zelante medico locale, nonostante sia ateo risulta una figura ampiamente positiva per le scelte di vita, per la capacità di capire l’animo umano e per la profonda onestà intellettuale. Nella sua professione di fede nei confronti del mutamento e del progresso è inoltre possibile scorge un riflesso del pensiero di Teilhard de Chardin, la cui influenza su Un caso bruciato, a detta dello stesso Greene, è innegabile. Vi è poi lo squallido Rycker, proprietario di una fabbrica di olio di cocco, uno di quei laici così ardentemente attaccati ai dogmi e ai libri religiosi da scordarsi del prossimo, specie di chi, come la giovane moglie Marie, soffre a causa della lontananza dall’Europa e di un matrimonio privo d’amore. Altrettanto odioso è l’obeso Parkinson, un giornalista inglese affamato di scoop che non si fa troppi problemi a mischiare nei suoi articoli verità e menzogna pur di vendere qualche copia in più delle riviste per le quali collabora. Deo Gratias, il servitore indigeno guarito dalla lebbra a prezzo di svariate mutilazioni, funge invece da doppio di Querry: se da una parte è la rappresentazione fisica di quella malattia che rode lo spirito del protagonista, dall’altra la sua ricerca spasmodica di Pendelé, il mitico paese della felicità, prosegue di pari passo al tentativo di Querry di ritrovare un senso nella propria vita rendendosi utile agli altri, confinando nel proprio passato le luci della ribalta.   

Lavorando a stretto contatto con i lebbrosi e le loro sofferenze, preso pure dal progetto per un nuovo ospedale, poco alla volta l’ex architetto inizia a sperimentare un senso inedito di appagamento: «Forse aveva trovato lì una patria e una vita». L’iniziale scetticismo lascia spazio a una timida speranza, e col passare del tempo diviene sempre più diverso dall’arido gioielliere che compare in una fiaba autobiografica da lui raccontata durante una notte insonne. Ma il processo di “guarigione” è lento e il suo esito non è affatto scontato (non sarà chiaro nemmeno a romanzo concluso). La fama, infatti, torna presto a perseguitare Querry e, ad aggiungere un tocco di carnascialesco a una situazione già drammatica, ci pensano i cattolici più in vista della cittadina di Luc che pretendono addirittura di scorgere in lui le tracce della santità.

La situazione di disagio crescente raggiunge il vertice nel finale, quando l’uomo si trova ingiustamente accusato da Marie di averla messa incinta, finendo così per essere ucciso dal geloso marito. Il segreto della sua anima rimane quindi legato a un’ultima battuta – «Questo è assurdo, oppure…» – volutamente ambigua, che lascia aperta la porta alle più svariate interpretazioni.