Gli antichi Padri, come si sa, indagarono nelle scritture dei pagani gli accenni che questi fecero alla venuta del Messia, apportatore di ordine e benessere. La quarta ecloga di Virgilio e il puer che vi è cantato bastano come esempio. Quei santi e dotti uomini però non si limitarono ai poeti, ma scandagliarono pure i vaticini delle Sibille, in seguito soggetto anche dell’arte sacra. Tra questi una particolare importanza rivestirono quelli della Sibilla Eritrea (Tiburtina per altri), che nel Medioevo, in contrapposizione alla cecità del già eletto popolo d’Israele, venivano addirittura cantati durante l’officio papale della vigilia di Natale. Sant’Agostino vi si sofferma nel suo grandioso De civitate Dei (XVIII, 23) nel testo che di seguito riportiamo.

Alcuni narrano che in quel tempo proferì vaticini la Sibilla Eritrea. Varrone riferisce che le sibille furono parecchie non una. La Sibilla Eritrea ha dato allo scritto alcune manifeste divinazioni sul Cristo. Le ho lette nella lingua latina, prima in brutti versi latini e anche sconnessi per non saprei quale inettitudine del traduttore, come ho appreso in seguito. Infatti l’illustre Flacciano, che fu anche proconsole, uomo di spontanea eloquenza e di grande cultura, mentre parlavamo del Cristo, mi presentò un codice greco dicendomi che conteneva poesie della Sibilla Eritrea, mi mostrò in un punto, nei capoversi, che la serie delle lettere era disposta in modo che vi si leggessero le parole , le quali significano: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. I versi, in cui le prime lettere hanno il significato che ho detto, come li ha tradotti un tale in versi latini ben connessi, hanno questo contenuto:


Iudicii signum tellus sudore madescet.
E caelo rex adveniet per saecla futurus,
Scilicet ut carnem praesens, ut iudicet orbem.
Unde Deum cernent incredulus atque fidelis
Celsum cum sanctis aevi iam termino in ipso.
Sic animae cum carne aderunt, quas iudicat ipse,
Cum iacet incultus densis in vepribus orbis.
Reicient simulacra viri, cunctam quoque gazam,
Exuret terras ignis pontumque polumque
Inquirens, taetri portas effringet Averni.
Sanctorum sed enim cunctae lux libera carni
Tradetur, sontes aeterna flamma cremabit.
Occultos actus retegens tunc quisque loquetur
Secreta, atque Deus reserabit pectora luci.
Tunc erit et luctus, stridebunt dentibus omnes.
Eripitur solis iubar et chorus interit astris.
Volvetur caelum, lunaris splendor obibit;
Deiciet colles, valles extollet ab imo.
Non erit in rebus hominum sublime vel altum.
Iam aequantur campis montes et caerula ponti
Omnia cessabunt, tellus confracta peribit:
Sic pariter fontes torrentur fluminaque igni.
Sed tuba tum sonitum tristem demittet ab alto
Orbe, gemens facinus miserum variosque labores,
Tartareumque chaos monstrabit terra dehiscens.
Et coram hic Domino reges sistentur ad unum.



Segno del giudizio: la terra sarà madida di sudore.
Verrà dal cielo Colui che sarà re per sempre,
cioè per giudicare di presenza la carne e il mondo.
In questo fatto vedranno Dio il miscredente e il credente,
in alto con i santi alla fine del tempo.
Vi saranno col corpo le anime che egli giudica,
quando il mondo giace incolto in dense sterpaglie.
Gli uomini disdegnano gli idoli e ogni tesoro.
Il fuoco brucerà la terra e al mare e al polo
dilagando sfonderà le porte dell’Averno oscuro.
Ad ogni corpo dei santi una libera luce
sarà data, una fiamma eterna brucerà i colpevoli.
Ognuno mettendo a nudo gli atti occulti manifesterà
le cose segrete e Dio schiuderà le coscienze alla luce.
Allora vi sarà pianto, tutti gemeranno battendo i denti.
Sarà tolto lo splendore al sole e cesserà la danza negli astri.
Crollerà il cielo, lo splendore della luna cesserà;
abbatterà i colli e solleverà dal basso le valli.
Non vi sarà nelle costruzioni dell’uomo il sublime e l’alto.
I monti saranno livellati ai campi e l’azzurro del mare
cesserà del tutto, la terra finirà frantumata:
parimenti sorgenti e fiumi si disseccheranno per il caldo.
a allora una tromba manderà un triste suono dall’alto
del globo per lamentare la colpa infelice e i vari tormenti
e la terra spaccandosi mostrerà il caos del Tartaro.
I re saranno adunati lì davanti al Signore.
Cadrà dal cielo uno scroscio di fuoco e di zolfo.

In questi versi latini, tradotti in qualche modo dal greco, non era possibile la corrispondenza del significato che si ha quando le lettere che sono all’inizio si collegano in una parola, dove in greco è usata l’Y perché non era possibile trovare parole latine che cominciassero con quella lettera e si adattassero al significato. Sono tre versi, il quinto, il decimottavo e il decimonono. Inoltre se, collegando le lettere iniziali di tutti i versi, non leggiamo quelle che sono state scritte per i tre versi suddetti, ma sostituiamo la lettera Y, come se fosse usata in quei capoversi, si enunzia con cinque parole, in linguaggio greco non latino: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Sono ventisette versi che è il cubo di tre. Tre per tre difatti dà nove e nove per tre, come ad aggiungere alla superficie l’altezza, è ventisette. Se unisci le prime lettere delle cinque parole greche che sono , e significano Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, siavrà , cioè pesce, termine con cui simbolicamente si raffigura il Cristo perché ebbe il potere di rimanere vivo, cioè senza peccato, nell’abisso della nostra mortalità, simile al profondo delle acque.

Questa Sibilla Eritrea o, come alcuni meglio pensano, Cumana, in tutto il suo vaticinio poetico, di cui quella riportata è una piccola parte, non ha nulla che riguardi il culto degli dèi falsi o inventati, anzi parla in termini tali contro di loro e contro i loro adoratori da essere annoverata nel numero di coloro che appartengono alla città di Dio. In una sua opera Lattanzio allega vaticini della Sibilla sul Cristo, sebbene non indichi il nome. Io ho pensato di riunire le frasi che egli ha citato separatamente in modo che rientrino in un unico contesto i vari e brevi pensieri che egli ha riportato. Dice la Sibilla: Cadrà poi nelle mani empie degli infedeli, daranno schiaffi a Dio con mani contaminate e getteranno sputi velenosi dalla turpe bocca ed egli senza resistenza offrirà il dorso ai colpi. Nel ricevere schiaffi tacerà affinché non si sappia che è il Verbo e da dove viene per morire ed essere coronato di spine. Per cibo gli diedero il fiele e per bevanda l’aceto, gli offriranno questa vivanda dell’inospitalità. Tu, stolto, non hai compreso il tuo Dio che si mostra alla coscienza degli uomini, ma lo hai perfino coronato di spine e gli hai mescolato nella bevanda il fiele disgustoso. Sarà spaccato il velo del tempio e a mezzogiorno per tre ore scenderà una notte tenebrosa. Morirà e sarà nel sonno della morte per tre giorni e allora, ritornato dal regno dei morti, verrà per primo alla luce dopo aver mostrato ai risorti le primizie della risurrezione. Lattanzio ha usato queste attestazioni della Sibilla separatamente in punti diversi della dissertazione, in accordo a quel che richiedeva la tesi che intendeva dimostrare. Io, senza nulla frapporre ma legando insieme le frasi in un solo testo, ho procurato di dividerle soltanto nei periodi, con la speranza che in seguito gli amanuensi non trascurino di mantenerli.

Fonte : augustinus.it
Immagine : Michelangelo, La Sibilla Eritrea, 1508, Cappella Sistina, Palazzo Apostolico Vaticano, Roma. (commons.wikimedia.org)

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