“Tutte le Chiese Orientali – come insegna la storia – sono state sempre amate di tenerissimo affetto dai Romani Pontefici, e perciò essi, mal tollerando il loro allontanamento dall’unico ovile e «spinti non già da umani interessi, ma soltanto da divina carità e dal desiderio della comune salvezza»(LEO XIII, Epist. apost. Praeclara gratulationis (20.6.1894): Acta Leonis XIII, t. XIV p. 201) le invitarono con ripetute istanze a far ritorno il più presto possibile a quell’unità dalla quale miseramente si allontanarono”. Con queste parole inizia l’enciclica Orientales omnes Ecclesias con cui Pio XII il 23 dicembre 1945 commemorava i 350 anni dell’Unione di Brest, ossia i 350 del ritorno delle chiese ucraine all’unione della Sede Apostolica di Roma, un’unione che non fu fiaccata dalla persecuzione degli scismatici asserviti ai poteri secolari, non ultimi (e papa Pacelli lo denunziava) gli scismatici slavi. Servendoci delle parole del barone von Pastor vediamo come questo fasto avvenimento si svolse.

Il 12 giugno 1595 (antico stile) il metropolita di Kiev, Michele Rahoza, adunò i vescovi di Vladimir, Luck e Pinsk e l’archimandrita di Kobryn, in Brest. Ivi essi combinarono una lettera per Clemente VIII. In questa dichiaravano che, poiché i patriarchi di Costantinopoli, soggetti ai turchi, non erano in grado di fare nulla per ristabilire l’unione ecclesiastica, nell’interesse della salvezza delle proprie anime e di quella dei loro diocesani, vorrebbero aderire, col consenso del loro re Sigismondo, all’unione conclusa in Firenze, per la quale si erano già professati i loro padri, purché il papa li assicurasse che conserveranno la loro liturgia orientale e tutto il loro rito ecclesiastico. Per l’adempimento di questa unione essi avevano deliberato di mandare i vescovi Potsiej e Terletskyj in Roma dal Santo Padre. Dopo che i due menzionati ebbero determinato anche i vescovi ruteni assenti a firmare questo atto, si misero d’intesa col nunzio pontificio Malaspina e col re Sigismondo. Questi il 2 agosto accordò quanto essi richiedevano. Conforme a questo privilegio rimesso in detto giorno, la Chiesa rutena ebbe tutti i diritti e privilegi della Chiesa latina e protezione da eventuali punizioni del patriarca di Costantinopoli; i vescovadi non dovevano d’ora innanzi essere retti che da Ruteni di nascita, cioè scelti dal re fra quattro candidati, proposti dall’episcopato. Ai vescovi vengono ridati i beni che erano stati loro tolti ed anche le confraternite vengono sottoposte di nuovo alla loro giurisdizione. Essi ottengono inoltre sede e voto nel senato, però questo punto doveva essere prima presentato alla dieta.
Dopo che i negoziati furono giunti a questo punto, si poté svelare il segreto, sino allora mantenuto. I vescovi di Luck, Chelm, Premislia e Leopoli fecero noto ai loro diocesani, il 27 agosto, mediante lettera pastorale, che l’intero episcopato, compreso il metropolitano, aveva deciso per la salvezza delle anime ad esso affidate, di prestare ubbidienza al pontefice di Roma. Il re Sigismondo rivolse il 24 settembre una lettera pubblica ai Ruteni, nella quale fece conoscere la sua volontà e desiderio, che tutti i suoi sudditi lodassero Dio con una sola voce e un solo cuore, che i fedeli seguissero il loro pastore, i cui rappresentanti si recherebbero a Roma per effettuare la riunione della Chiesa rutena con la Sede Apostolica, sotto la condizione del mantenimento del loro rito.
Era necessaria questa parola del re, poiché il pauroso metropolita Rahoza, il quale non voleva guastarsela coi magnati ruteni, avversari dell’unione, stava già vacillando.
Clemente VIII, istruito dal suo nunzio intorno agli avvenimenti importanti in Polonia, attendeva con una tensione, facile a imprendere, la comparsa dei vescovi ruteni in Roma. Egli, che nel passato era stato pure legato in Polonia, apprezzava pienamente l’importanza di questo grande regno come baluardo della cristianità di fronte all’oriente turco, come pure di fronte al nord separato.
L’unione di milioni di Ruteni ortodossi con la Chiesa doveva non solo rinforzare politicamente il regno, ma procurare ai cattolici la preponderanza assoluta sopra il protestantesimo diviso in tante sette. Essa poteva pure trasformarsi in un ponte naturale verso la Russia. Già dal fatto, che l’udienza del vescovo di Plock, venuto in Roma, durasse il 12 novembre 1595 tre ore intere, si poteva dedurre come fosse imminente un’importante decisione riguardo alla Polonia. Pochi giorni appresso giunsero i vescovi Terletskyj e Potsiej nella città eterna. Clemente VIII assegnò loro dimora in un palazzo speciale. Il 17 novembre essi ebbero la loro prima udienza. Il papa, così riferirono i vescovi, li accolse come un padre i suoi figli, con indicibile affetto e grazia.
L’affare stesso fu assegnato da Clemente, a causa della sua importanza, alla Congregazione dell’Inquisizione, anzitutto per essere esaminato. I vescovi ruteni erano pronti a rinunziare allo scisma, e alle le dottrine riprovate dalla Chiesa cattolica romana, ma essi pregarono che, conforme al Concilio di Firenze, l’amministrazione dei santi sacramenti e l’intero rito bizantino rimanessero immutati, e che anche nell’avvenire non subisse nessun mutamento.
D’accordo colla menzionata congregazione, concesse Clemente VIII questa richiesta, che corrispondeva assolutamente al principio mmesso dal concilio di Firenze: unità di fede nonostante la diversità del rito. Nella sua sollecitudine per l’opera dell’ unione, desistette il papa dalla richiesta dell’introduzione immediata del celibato obbligatorio; egli si abbandonò in questo alla speranza apparentemente fondata, che il rinascimento della decaduta Chiesa rutena, iniziato con l’unione, vi giungerebbe coll’andar del tempo da se stessa. Clemente VIII rinunziò pure all’adozione del calendario gregoriano, poiché Terletskyj e Potsiej dichiararono che ciò avrebbbe incontrato una opposizione tenace. Il papa fissò per il 23 dicembre 1595 l’esecuzione definitiva dell’unione. Egli radunò in quel giorno i trentatré cardinali presenti, la corte intera ed il corpo diplomatico nella sala di Costantino nel Vaticano. Lo storico Cesare Baronio. elevato poco prima alla porpora, ha descritto come testimonio oculare l’avvenimento dell’unione.
Dopo che i due vescovi ruteni ebbero prestato l’usuale ossequio, il canonico del duomo di Wilna, Eustachio Wolowicz, lesse prima in lingua rutena, poi in lingua latina, la lettera sinodale del 12 giugno 1595 diretta al papa, che era firmata da tutti i vescovi ruteni. Dopo ciò, Silvio Antoniano per incarico del papa salutò i vescovi ruteni i quali, per il loro bene e per quello della loro nazione, e con indicibile gioia del Santo Padre, ritornavano dopo una separazione di 150 anni, nuovamente alla roccia sulla quale Cristo aveva fondata la sua Chiesa, alla madre e maestra di tutte le Chiese, alla santa Chiesa Romana. «Oh quanto è giusta la lode», esclamò egli «che voi stessi tributavate alla bontà e sapienza di Dio, la quale vi illuminò, per riconoscere che le membra divise dal capo non possono mantenersi in vita, e che colui, il quale non ha per madre la Chiesa, non può avere Dio per padre». Antoniano concluse invitandoli a professare l’atto di fede cattolica.
Allora Potsiej lesse in proprio nome ed in quello di tutti i vescovi ruteni la professione di fede cattolica in lingua latina in una formula composta da quella di Nicea, di Firenze e di Trento e su questa prestò il giuramento. Lo stesso fece Terletskyj in lingua rutena.
Tosto entrò il papa in chiesa per accogliere i vescovi ruteni. Nei suoi occhi brillavano lacrime di gioia. «La letizia ricolma oggi il Nostro cuore, che per il vostro ritorno alla Chiesa, disse egli, non si può esprimere con parole. Noi rendiamo grazie speciali a Dio immortale, il quale per mezzo dello Spirito Santo ha guidato la vostra mente così da farvi cercare il vostro rifugio nella Santa Chiesa romana, madre vostra e di tutti i credenti, la quali vi accoglie di nuovo con amore tra i suoi figli». In modo significativo il papa esortò paternamente i figli ritornati a lui, all’umiltà come base dell’ubbidienza dovuta alla Chiesa «poiché per orgoglio la Grecia, degna di compianto, e la cui sventura noi deploriamo profondamente, ha perduto la luce della verità e sospira ora sotto il giogo della più dura schiavitù». Con l’assicurazione che egli non avrebbe loro fatto mai mancare la sua protezione ed il suo aiuto, e con l’impartizione della benedizione, concluse questa solennità memorabile. Alla vigilia del Natale, comparvero in S. Pietro per i vespri, i vescovi ruteni nei loro paramenti. Il giorno seguente essi ricevettero la loro nomina di assistenti pontifici al trono.
Per mezzo d’una bolla in data del 23 dicembre, comunicò Clemente VIII al mondo cattolico il ritorno dei Ruteni all’unità ecclesiastica; in questo documento egli confermò il loro rito intero in tutte le sue parti ad eccezione di ciò che potrebbe essere eventualmente contrario alla verità ed alla dottrina della fede cattolica. Una medaglia commemorativa eternò l’importante avvenimento, per il quale, un secolo e mezzo dopo l’unione di Firenze, veniva di nuovo riallacciato il vincolo dell’unità tra la Chiesa rutena e la Chiesa romana. A questo fine doveva pur servire una costituzione del 23 febbraio 1596, che concedeva al metropolita di Kiev la facoltà di consacrare i suoi vescovi, ma obbligava lui stesso a farsi confermare dal papa.
Quando Potsiej e Terletskyj si accinsero, nel febbraio 1596, al viaggio di ritorno, Clemente VIII consegnò loro lettere per il re Sigismondo, per i senatori civili ed ecclesiastici, per il metropolita Rahoza e per i vescovi ruteni. A tutti venne caldamente raccomandato di sostenere la gloriosa opera dell’unione, facendo raccomandazione particolare al re, di ammettere i vescovi ruteni nel senato, come egli aveva promesso e di concedere gli stessi diritti al clero ruteno come a quello latino. Il papa obbligò il metropolita di convocare quanto prima un Concilio per la proclamazione solenne dell’unione conclusa con la Santa Sede.
Mentre il debole Rahoza indugiava sino all’autunno per adempiere quest’obbligo, spiegarono gli aderenti dello scisma, sotto la direzione del vecchissimo principe Ostrogskyj, in unione ad eretici dichiarati, una fiera agitazione contro l’opera della pace. Fortunatamente Sigismondo rimase fermo, nonostante fossero tentati tutti i mezzi per sollevare la popolazione contro Roma. Più di ogni altro, Cirillo Lukaris, inclinato al calvinismo, alimentava l’odio scismatico, al quale dava pure il suo aiuto un avventuriero greco, di nome Niceforo, il quale aveva dovuto lasciare Costantinopoli per diversi furti.
Contro il divieto del re, si recò Niceforo in Brest, e, in opposizione alla proibizione del re, comparve ivi con un seguito armato, anche il principe Ostrogskyj con Lukaris, il quale spiegava la sua azione contro l’unione per incarico del patriarca d’Alessandria. Essendosi i vescovi di Leopoli e di Premislia uniti al partito di Ostrogsky, crebbero le speranze dei fautori dello scisma. Questo partito si adunò in una casa protestante in Brest e si costituì come sinodo d’opposizione, sotto la presidenza di Niceforo, il quale si spacciò, contro la verità, per inviato del patriarca di Costantinopoli, benché quella sede fosse vacante in quel momento. Ma né lui, né i suoi compagni poterono impedire che il sinodo legittimo non avesse luogo. A questo parteciparono oltre al metropolita Rahoza, l’arcivescovo di Polock, i vescovi di Vladimir, Luck, Pinsk, Chelm e, quali delegati del papa, anche i vescovi latini di Leopoli, Luck e Chelm, e, quali consiglieri teologici, i Gesuiti Pietro Skarga, Giustino Rabe, Martino Laterna e Gaspare Nahaj. Il 9 ottobre (stile antico) il metropolita celebrò la santa liturgia nella chiesa di S. Nicolò, dopo di che, l’arcivescovo di Polock, Ermogene, lesse in proprio nome ed in quello dei rimanenti vescovi ruteni una dichiarazione su la loro unione con Roma. «Noi sappiamo bene, era ivi detto, che la monarchia della Chiesa di Dio, secondo l’evangelo e le parole di Cristo, fondata unicamente su Pietro quale roccia, doveva essere diretta ed amministrata da uno solo, che sopra un solo corpo doveva esservi un capo solo, su di una casa ordinata un solo padrone ed amministratore dei tesori della grazia divina per la direzione del gregge, e il quale provvedesse al bene di tutti, e che doveva durare così, dal tempo degli apostoli, per tutti i secoli».
Dopo la lettura di questa dichiarazione si abbracciarono i vescovi latini e ruteni e si diressero, in segno della loro fratellanza, in una processione comune alla chiesa latina della Madre di Dio, ove fu intonato il «Te Deum». Il sinodo destituì poi i vescovi di Leopoli e Premislia, i quali avevano apostatato dall’unione, e dichiarò Niceforo, come tutti i partecipanti del sinodo d’opposizione, per esclusi dalla comunione ecclesiastica. Questi risposero dal loro lato con la destituzione degli aderenti all’unione. Ma il re Sigismondo fece citare Niceforo dinanzi al tribunale, che lo condannò come impostore e spia turca, al carcere a vita. In un messaggio in data 15 dicembre 1596 diretto alla nazione rutena, il re invitò questa nazione a riconoscere solo i vescovi uniti con Roma.

Ludovico von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del medio evo . Volume XI. Storia dei Papi nel periodo della Riforma e restaurazione cattolica. Clemente VIII (1592-1605). Versione italiana di Mons. Prof. Pio Cenci, Arcivista dell’Archivio Segreto Vaticano, Roma, 1929, pp. 415-420.
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu.

Immagine : Roma, Campidoglio, Epigrafe che ricorda le glorie di Clemente VIII e fra queste la ricezione dei Ruteni nella Chiesa Romana [da romeinscribed.blogspot.com]