Nota di Radio Spada: Proseguiamo, con animo grato, la pubblicazione di articoli del carissimo studioso Guido Ferro Canale, amico di Radio Spada, sul contenzioso in atto riguardo le recenti elezioni presidenziali americane e giunto ormai ai momenti decisivi. Inutile dire che la competenza e l’acribia del nostro scrittore (lui sì un vero competente dal sapere non raccogliticcio e non guitto tuttologo) rendono la fruizione di quest’articolo godibile ed impegnativa al contempo. A tutti voi buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE di Radio Spada)

di Guido Ferro Canale

“We are not naïve. We fully expect most if not all Democrats, and perhaps more than a few Republicans, to vote otherwise. But support of election integrity should not be a partisan issue. A fair and credible audit-conducted expeditiously and completed well before January 20-would dramatically improve Americans’ faith in our electoral process and would significantly enhance the legitimacy of whoever becomes our next President. We owe that to the People.

Sen. Ted Cruz et al.

The egregious ploy to reject electors may enhance the political ambition of some, but dangerously threatens our Democratic Republic. The congressional power to reject electors is reserved for the most extreme and unusual circumstances. These are far from it

Sen. Mitt Romney

And you can keep telling us and making public statement that you investigated this and nothing to see here. But we don’t know about that. All we know is what you tell us. What I don’t understand is why wouldn’t it be in everyone’s best interest to try to get to the bottom, compare the numbers, you know, if you say, because . . . to try to be able to get to the truth because we don’t have any way of confirming what you’re telling us. You tell us that you had an investigation at the State Farm Arena. I don’t have any report. I’ve never seen a report of investigation. I don’t know that is. I’ve been pretty involved in this, and I don’t know. And that’s just one of 25 categories.

Cleta Mitchell a Brad Raffensperger

Il ritmo degli eventi americani si è fatto così incalzante che, senza quasi aver potuto tirare il fiato, sono già in debito di un nuovo aggiornamento verso i lettori.

Cominciamo dalle notizie più importanti.

Il 117mo Congresso si apre con una preghiera “inclusiva”

Da sempre, tutte le sessioni del Congresso si aprono con una preghiera. Perché la concezione americana di libertà religiosa è diversa dalla nostra. In effetti, sebbene anche da noi le due Camere abbiano cappellani, non ho mai avuto sentore di una simile preghiera “ufficiale” di apertura delle legislature o delle sedute, neppure quando l’Italia era, formalmente, uno Stato confessionale. E chissà che non sia anche questo uno dei motivi per cui non lo è più.

In ambito statunitense, quella che era in origine una preghiera interconfessionale cristiana è divenuta interreligiosa. E chissà che, a questo punto, non sia davvero preferibile il nostrano silenzio: una libertà religiosa “diversa” non è necessariamente “migliore”.

Ma se fin qui siamo al “tutto normale” o quasi, la seduta del 3 gennaio 2021, destinata al giuramento e all’insediamento della nuova Camera dei Rappresentanti, è stata inaugurata da una preghiera veramente particolare perfino per quelle latitudini.

L’orante è un deputato, tale Emanuel Cleaver, che a quanto pare è stato un pastore metodista per trentasette anni (1972-2009) a Kansas City. Ma è soprattutto un Democratico, come mostra il testo da lui partorito.

Eterno Iddio, … ci inginocchiamo dinanzi al Tuo Trono di Grazia mentre ci lasciamo alle spalle l’anno 2020, turbolento sul piano politico e sociale. Adesso ci riuniamo, in quest’aula importante, per aprire un altro capitolo del nostro governo rappresentativo da montagne russe. I membri di quest’augusto Corpo riconoscono la Tua supremazia e perciò ammettono che senza il Tuo aiuto e la Tua pazienza noi entriamo in questo nuovo anno confidando in modo pericoloso nella nostra natura fallibile. O Dio, in un momento in cui molti credono che la luce splendente della democrazia abbia cominciato a indebolirsi, donaci un sovrappiù di impegno e fedeltà ai suoi princìpi; che oi, membri del 117.mo Congresso, possiamo dare nuovo alimento alla lampada della libertà, in modo che generazioni non ancora nate siano testimoni della sua fiamma immortale. E che noi, piccola comunità che sta guarendo, possiamo tenere a freno le nostre tendenze tribali e rendere più pronti i nostri spiriti, in modo da avvertire la Tua Presenza sacerdotale perfino in momenti di disaccordo acceso. Che possiamo sentire la Tua presenza a tal punto che il nostro servizio qui non venga contaminato da consorterie o atti indegni di quest’alto ufficio; e che i nostri spiriti si risveglino in una luce così fulgida che possiamo vedere noi stessi e la nostra attività politica come realmente siamo: contaminati dall’egoismo, pervertiti dal pregiudizio e invasi dall’ideologia. Ora possa il Dio che ha creato il mondo e tutto ciò che è in esso benedirci e custodirci, possa mostrarci lo splendore del suo volto e mostrarsi misericordioso verso di noi, possa sollevare dinanzi a noi la luce del Suo aspetto a donarci pace: pace nelle nostre famiglie, pace da un capo all’altro del Paese e – se posso osare chiederlo, o Signore – pace perfino in quest’aula. Ora e per sempre. Lo chiediamo nel nome del Dio dei monoteisti, di Brahma e del dio conosciuto con molti nomi da molte fedi diverse. A-men and a-woman”.

Chiusura intraducibile, perché intende il classico “amen” come “un uomo”, sottintende il sesso maschile e quindi si affretta ad aggiungere “e una donna”.

Giustamente è stato fatto notare che la figura divina descritta in quest’orazione è prettamente cristiana: a parte la benedizione deprecativa che impiega, in sostanza, la formula mosaica e a tacer d’altro ancora, né il Dio degli Ebrei né quello dei Musulmani sono anche sacerdoti (anzi…!).

Ma proprio per questo la conclusione suona così esilarante… e pure inquietante.

Da un pastore, di qualsivoglia denominazione cristiana, con un minimo di studi biblici alle spalle, ci si potrebbe aspettare che sappia che “Amen”, nonostante l’omofonia con “a man” è un termine ebraico e non significa “un uomo”, quindi non ha senso piegarlo alle contorsioni del c.d. linguaggio inclusivo.

E fin qui siamo alla satira di costume, ancora poco male. Il problema è la vera e propria blasfemia. Che presumo involontaria, ma debbo credere consapevole.

Perché per un cristiano – di qualunque sfumatura, denominazione o adulterazione – l’Amen è Cristo (Ap 3,14).

Che una qualunque preghiera ad una qualunque divinità possa chiudersi, non con un appello finale a questa divinità, ma con la centralità dell’uomo (e della donna, mi raccomando!), è un’assurdità rispetto alla stessa religione naturale e si spiega soltanto con l’inversione luciferina che domina incontrastata sulla nostra epoca.

Che poi un cristiano riduca il proprio Dio al “dio monoteistico”, vi aggiunga Brahma, peraltro scordandosi Shiva e Visnù, e per buona misura postuli che la stessa divinità sia conosciuta da tutte le credenze… incredibile ma vero, ancora non basta. Perché, a suggello di un simile coacervo, non poteva restare l’Amen.

Il Cleaver avrà voluto “soltanto” essere alla moda, non dubito.[1] Ma già solo per questo, come poteva percepire il valore della Roccia evocata dalla parola “amen”? Non poteva. Non doveva. E forse, ahilui, nemmeno voleva.

Quindi, ecco la nuova garanzia di avveramento della preghiera: l’uomo e la donna. Come nel Giardino dell’Eden, verrebbe da dire… beninteso, a frutto già mangiato, ma le orecchie ancora piene della promessa “diventerete come Dio”.

Indipendentemente dalle intenzioni di chicchessia – che lascio al Dio vivo e vero scrutare, a Cristo unico Signore giudicare – la sostituzione dell’uomo al Dio Incarnato è il marchio di fabbrica di colui che si fa adorare come “Grande Architetto dell’Universo”. E dunque il pur ridicolo “a-man and a-woman” non può essere soltanto irriso, purtroppo: esso obiettivamente funge, per così dire, da sacramentale satanico: auspica che si compia il sommo desiderio del Ribelle e pone sotto il suo influsso – già più di quanto non sia… – l’intera Camera.

La Pelosi riconfermata Speaker

La prima incombenza della neocostituita Camera dei Rappresentanti è stata l’elezione dello Speaker, carica in cui è stata confermata Nancy Pelosi, con 216 voti contro 209. Due Democratici hanno votato contro di lei, altri tre si sono astenuti,[2] mentre, sebbene i Repubblicani abbiano votato compatti per McCarthy, ma due di loro mancavano per Covid.

Sotto questo punto di vista, ha suscitato polemiche la presenza in aula della democratica Gwen Moore, a sua volta positiva al virus e che dovrebbe tuttora essere in isolamento, ma ha sostenuto di avere il permesso del medico della Camera per partecipare in quanto (ormai?) asintomatica. Non mi è chiaro se sia stata “piazzata” entro la cabina di plexiglass appositamente predisposta per casi del genere.

C’è stata anche una contestazione, celermente respinta 371 a 2, al diritto dei parlamentari entranti per i sei Stati contesi (manca il Nuovo Messico), mossa dal deputato del Texas Chip Roy perché la loro elezione è coinvolta negli stessi sospetti di quella presidenziale e il giudizio ultimo sul loro titolo d’ammissione spetta, per norma costituzionale, alla Camera stessa.

Una delle variabili aperte si è quindi chiarita: se il computo dei voti, per qualunque ragione, dovesse protrarsi oltre il 20 gennaio, Presidente provvisorio diverrà la Pelosi.

E l’ipotesi si sta facendo più probabile.

Altri Senatori annunciano contestazioni. E propongono una Commissione d’inchiesta

Mentre il 6 gennaio si avvicina a grandi passi, è del tutto naturale che altri parlamentari prendano posizione sulla prospettiva, ormai decisamente concreta, di contestazioni formali ai voti degli Stati contesi.

In effetti, anche senza contestazioni di sorta da parte dei membri del Congresso, la pura e semplice presenza di un duplice invio di voti contrapposti comporta di per sé la necessità di prendere una decisione (anzi, sette decisioni distinte per altrettanti invii). Ma questo punto sembra passato in secondo piano nel dibattito, che si sta arroventando al calor bianco.

Un gruppo di undici Senatori, capitanati dal texano Ted Cruz, ha annunciato la propria intenzione di muovere contestazioni ai voti espressi per Biden, o meglio alla nomina degli Elettori corrispondenti negli Stati contesi, a meno che non venga costituita una Commissione di inchiesta deputata ad occuparsi sia delle accuse di brogli veri e propri, sia delle alterazioni delle leggi elettorali dei vari Stati da parte degli altri due poteri, esecutivo e giudiziario. Spetterebbe poi ai singoli Stati coinvolti, o meglio ai loro Parlamenti – e non al Congresso come nel 1877, pur invocato come precedente – decidere se approvare o meno le conclusioni della Commissione.

Prima facie, la proposta mira ad un compromesso che permetta un esame serio delle contestazioni; ma il termine di dieci giorni entro cui dovrebbero essere compresse le attività della Commissione non è realistico, la fiducia nella sua imparzialità sarebbe minima e, purtroppo, oggi non esiste quel clima di collaborazione obtorto collo che sorresse la soluzione estemporanea del 1877. In effetti, qualche Democratico ha reagito invocando nientemeno che l’arresto di Cruz & Co.

Nondimeno, esiste comunque la possibilità che l’iniziativa venga presa in seria considerazione almeno dai Repubblicani intenzionati ad evitare la conta dei voti, che li farebbe figurare con nomi e cognomi pro o contro Trump. Oppure pro o contro il volere del Popolo, dipende da che lato si guarda questa poco appetitosa frittata.

Al momento, i Democratici non hanno la minima intenzione di collaborare a nulla di simile. Ma se, per pura ipotesi, si trovassero ancora il conteggio bloccato tra qualche giorno, potrebbero cambiare idea. Dopotutto, hanno e ancora avrebbero la certezza matematica di una presidenza Pelosi il 20 gennaio.

Insomma, sul tavolo è spuntata un’opzione in più. Vedremo che fine farà.

Pence si schiera?

Finora, Michael Pence ha evitato con il massimo scrupolo qualunque presa di posizione su un argomento che lo vede coinvolto in prima persona, in quanto destinato a presiedere al computo dei voti.

Proprio per questo, però, acquista tanto peso la sua reazione all’annuncio del gruppo di senatori: secondo una dichiarazione del suo portavoce al Washington Post, il Vice-Presidente “dà il benvenuto” all’esercizio del loro potere di contestare da parte dei parlamentari e “condivide le preoccupazioni di milioni di americani a proposito di brogli e irregolarità nelle ultime elezioni”.

A rigore, non si tratta di una presa di posizione nel merito: muovere contestazioni è, dopotutto, un diritto dei singoli parlamentari, almeno se riescono a trovare un collega dell’altra Camera che le sottoscriva, mentre si può condividere una preoccupazione, cioè un timore, senza necessariamente credere che quel che si teme sia vero. Pence è un avvocato e di sicuro ha voluto pesare le parole.

Proprio per questo, però, conosceva con altrettanta sicurezza l’impressione che avrebbero fatto e l’effetto conseguente

Può darsi, naturalmente, che sia un falso segnale che rassicura l’area di Trump mentre, in realtà, egli si ripromette di fare l’uomo delle istituzioni, per così dire, e operare in senso diametralmente opposto alle attese di quella parte. Come può darsi che sia esattamente la dichiarazione di guerra che sembra.

Soprattutto dato che ha già, cripticamente, invocato l’immunità parlamentare per quel che potrà fare il 6.

E date anche le sue dichiarazioni di oggi alla campagna elettorale per i due senatori della Georgia: “So che tutti abbiamo i nostri dubbi sull’ultima elezione. E voglio assicurarvi che condivido le preoccupazioni di milioni di americani sulle irregolarità nel voto. Vi prometto che, tempo che arrivi questo mercoledì, avremo la nostra giornata in Congresso. Ascolteremo le contestazioni. Ascolteremo le prove. Ma domani è il giorno della Georgia.” (dal min. 26)

Il New York Times, naturalmente, si è espresso in termini critici, sottolineando che né i contestatori né Pence sono in grado di ribaltare il risultato per Biden; e questa sembra l’opinione prevalente nel campo Democratico.  

E sembra anche fondata, almeno in termini di probabilità al momento attuale.

Quindi la domanda di fondo è tuttora: Pence è disposto, almeno in qualche circostanza, a rivendicare per sé l’autorità di decidere sul computo dei voti, secondo una certa interpretazione del Dodicesimo Emendamento?

Non resta che scoprirlo.

Il Congresso approva norme di procedura conformi all’Electoral Count Act

I lettori dotati di maggior memoria o pazienza ricorderanno, forse, che la costituzionalità dell’Electoral Count Act non è contestata solo da chi sostiene che il potere di contare i voti (e decidere le relative contestazioni) appartiene al Vice-Presidente, ma anche da chi nega che – quelle che considera assimilabili a – norme di procedura parlamentare possano approvarsi con legge, perché ciò equivarrebbe all’illegittimo tentativo di un Congresso di vincolare quelli successivi.

Non si può comprendere quest’affermazione, molto strana ai nostri orecchi, senza risalire all’antica concezione medioevale, secondo cui “il Parlamento” è l’assemblea concretamente riunita, non l’istituzione in astratto.

In questo senso, è innegabile che un Parlamento non possa legare le mani ai successivi: par in parem non habet imperium, soprattutto se si tratta di fare leggi, che coloro che verranno saranno liberissimi di disfare. Si tratta di una concezione che sopravvive tenacemente anche in Inghilterra, dove tra l’altro ha portato al rigetto dell’idea di una Costituzione scritta, vista come una “super-legge” concettualmente inconcepibile, nonché inaccettabile come attacco alla sovranità del Parlamento. Sia come istituzione, sia come “ogni singolo Parlamento”.

Ma negli USA lo stesso principio comporta, in particolare, che ogni concreta assemblea legislativa debba essere libera di disciplinare il proprio svolgimento. In altre parole, i regolamenti parlamentari, che da noi restano tranquillamente in vigore da una legislatura all’altra, da loro debbono essere riapprovati ad ogni rinnovo, anche parziale, della composizione delle Camere (quindi ogni due anni).

In effetti, da loro non si parla di “legislatura”: quello appena entrato in carica è il “117mo Congresso”, sentito come distinto dai centosedici che lo hanno preceduto. Proprio per la ragione appena detta.

Ebbene, appunto questo Congresso, oltre alle regole proprie di ciascuna Camera, ha approvato anche quelle destinate a disciplinare il computo del 6 gennaio. Il loro contenuto coincide con l’Electoral Count Act, ma formalmente sono una quiddità distinta, la cui unica ragion d’essere – lodevolissima, a mio avviso – è eliminare almeno uno dei molti possibili problemi. Non fanno parola delle contestazioni, ma difficilmente il dissenso tra le due Camere potrebbe esser materia di una risoluzione congiunta.

Basterà?

Comunque vada, sicuramente no.

Ma di più, hic et nunc, non si poteva certo fare.

Mitt Romney e le altre contestazioni alla scelta di contestare

Se ci si deve attenere alle prese di posizione pubbliche, in questo momento le contestazioni sarebbero destinate al rigetto non solo da parte della Camera, ma anche del Senato. Distinzione importante, perché il dissenso tra i due rami del Congresso lascia al Vice-Presidente – che deve pur interpretarlo per annunciare il risultato concreto della votazione – qualche margine di manovra, attesa l’ambiguità della legge, ma il loro accordo è sempre decisivo, in un senso oppure nell’altro. E quindi resterebbe unicamente l’opzione del Dodicesimo Emendamento, testé evocata.

I Repubblicani, al Senato, partono da una maggioranza 51 a 48, con un seggio che il 6 sarà ancora vacante. Al netto della variabile Covid, su cui non posso azzardare previsioni, contano dunque i dissensi annunciati.

Mentre più di un senatore ha sconsigliato le contestazioni come una mossa destinata a fallire, o controproducente sotto vari punti di vista, senza però annunciare esplicitamente come voterebbe qualora fossero presentate (e tra questi anche Mitch McConnell, il capogruppo Repubblicano, che pure ha riconosciuto apertis verbis la vittoria di Biden, di cui è anche amico personale… ma al quale non dubito che farebbe le scarpe senza esitazione se pensasse di poterla passare liscia), altri, soprattutto dopo la discesa in campo del gruppo di Cruz, hanno preso posizione nel merito.

Il più critico di tutti è certamente Mitt Romney, che d’altronde è stato l’unico Repubblicano a votare per la rimozione di Trump dall’ufficio e ben difficilmente potrebbe volerglielo mai consegnare per altri quattro anni.

Oltre ad affermare che il potere del Congresso di rigettare i voti elettorali dovrebbe essere riservato a casi estremi, che qui non si vede traccia di frode, che tutte le contestazioni mosse in via giudiziaria sono state respinte e che è “assurdo” pensare che l’intervento del Congresso possa ristabilire una maggior fiducia nella correttezza del processo elettorale, data la sua diffusa percezione come un organo in preda alla partigianeria estrema, il senatore dello Utah ha definito il proposito di muovere le contestazioni oggi in predicato “una clamorosa congiura” che “minaccia e mette in pericolo la nostra repubblica democratica”.

Non senza osservare, peraltro, che, se il partito che non accetta la sconfitta può chiamare in causa il Congresso, allora esso finisce per eleggere il Presidente e la sorte della presidenza per essere decisa dalla maggioranza parlamentare del momento, mentre la Costituzione prevede altro.

Quest’ultima preoccupazione è senz’altro condivisibile, ma, mutatis mutandis, vale per qualunque autorità federale si trovi chiamata a decidere le contestazioni al computo dei voti. Eliminare in radice questo potere non sembra possibile, certo non a Costituzione invariata. In effetti, l’unico modo per restituirlo ai singoli Stati in via esclusiva (almeno per questa volta) sembrerebbe proprio la proposta di Cruz: approvare una legge in deroga all’Electoral Count Act.

Diversa nei toni e negli argomenti la contrarietà di Tom Cotton, dell’Arkansas: teme in sostanza che il tentativo, destinato comunque a fallire, porti acqua al mulino dei Democratici che spingono per abolire l’Electoral College e disciplinare lo svolgimento delle elezioni a livello federale. Si dice favorevole ad una Commissione che “studi” l’ultima elezione e proponga una riforma elettorale: nessun dubbio che ve ne sia un gran bisogno, molti dubbi che qualcuno gli darà retta.

Più vicino a Romney nei toni un senatore della Pennsylvania, Pat Toomey, secondo cui è in gioco il diritto di milioni di elettori che verrebbero privati (ex post) del voto, quando ci sono state bensì irregolarità, ma come in tutte le altre elezioni, e senza prove di brogli, tantomeno tali da sovvertire l’esito.

Insomma, se contiamo i dissensi annunciati, ceteris paribus il voto in Senato sarebbe 48 a 48; Pence dovrebbe dirimere la parità. Scenario da incubo per lui, suppongo, ma forse avrebbe il pregio di neutralizzare la querelle sul Dodicesimo Emendamento: che il Vice-Presidente decida da solo oppure esprimendo il voto decisivo in Senato e interpretando poi l’esito del disaccordo tra le due Camere in modo conforme al proprio voto, il risultato è lo stesso e, in sostanza, il decisore anche. Eventuali contestazioni Democratiche, se condotte sul piano costituzionale, dovrebbero semmai affidarsi ad un’altra tesi ancora, secondo cui, siccome alla Camera dei Rappresentanti spetta eleggere il Presidente se non si raggiunge una maggioranza di voti elettorali (come spetta al Senato per il Vice-Presidente), allora anche le votazioni su quali voti accettare dovrebbero seguire lo stesso criterio;[3] però non servirebbe al loro scopo, visto che in tale ipotesi la Camera voterebbe per Stati e non per teste, quindi dovrebbero prevalere i Repubblicani.[4]

Comunque, qualche altra defezione “silente” tra i ranghi dei senatori si può dare per scontata, quindi l’ipotesi della parità dovrebbe rimaner tale.

Infine, meritano di essere segnalate altre due prese di posizione critiche: quella di Paul Ryan, già Speaker della Camera per i Repubblicani, che però nel 2018 si è ritirato dalla politica, quindi forse si sta muovendo per rientrarvi, ma di certo non può avere un’influenza diretta sul voto; e quella di sette deputati Repubblicani, tra cui il già nominato Chip Roy, che, in coraggioso contrasto con il clima che sembra prevalere nel loro gruppo, hanno preannunciato voto contrario.

Può essere interessante notare che, mentre gli argomenti di Ryan sono sovrapponibili a Romney, questo gruppo ha un’altra posizione ancora: ritiene, anzi è indignato, che vi siano stati “abusi significativi derivanti dall’adozione sconsiderata dell’invio a tutti delle schede per votare per posta e dalla mancanza di controlli posti in opera per assicurare che siano espressi e conteggiati soltanto voti a norma di legge”; considera una vergogna che il Congresso abbia dedicato al problema un’audizione soltanto; è però dell’opinione che il ruolo del Congresso si limiti a contare i voti inviati dai singoli Stati, senza poter decidere quali elettori si sarebbero dovuti nominare in sede statale. I voti “alternativi” non provengono da un’autorità statale, né il Congresso ha l’autorità per sindacare il rispetto delle leggi elettorali dei diversi Stati, vuoi in termini astratti, vuoi rispetto a specifiche accuse di brogli. “C’è una e una sola strada verso la vittoria per il Presidente Trump il 6 gennaio 2021 e dipende dal fatto che i Parlamenti statali nominino gli elettori per lui negli Stati in questione, a norma della legge statale e della Costutuzione degli Stati Uniti, e basandosi su un giudizio in fatto secondo cui, a novembre, i voti legalmente espressi erano sufficienti a produrre una vittoria di Trump.

A sua volta, il Wall Street Journal ha pubblicato un pezzo che contesta radicalmente che un potere di sindacare i voti sussista a livello federale.

Mi sia dato osservare che questa lettura è probabilmente la più corretta dal punto di vista dell’original understanding, perché tutti i poteri non espressamente attribuiti al Governo federale restano al livello statale e “contare i voti” ben difficilmente implica una scelta su quali contare. Ma questo può andar bene rispetto al testo originario della Costituzione; il fatto che il Vice-Presidente abbia preso decisioni sia nel 1706 sia nel 1800 (sebbene sempre nel senso di conteggiare i voti e non di escluderli), e tuttavia il testo costituzionale sia rimasto identico nel Dodicesimo Emendamento può legittimamente far pensare ad una ratifica di questa prassi, quindi a un conferimento del relativo potere.

Concludendo sul punto delle iniziative dei singoli parlamentari, rilevo che continuano a giungere anche adesioni di deputati all’iniziativa di contestare, il che mi sembra particolarmente significativo ora che, numeri alla mano, la sconfitta si potrebbe quasi dare per certa. In più, Mo Brooks, il deputato dell’Alabama che per primo ha lanciato l’idea, in un tweet ha annunciato di aver sottoscritto le prime contestazioni (peraltro solo a sei dei sette Stati contesi: non ha nominato il Nuovo Messico), sollecitando i senatori a fare altrettanto.

Sul fronte opposto, Nancy Pelosi, in una lettera aperta, ha anticipato ai deputati del suo partito la linea legale da sostenere: “A meno che sia la Camera sia il Senato votino per respingere i voti elettorali dello Stato in questione, la contestazione è respinta”.

Se dovessi azzardare un pronostico o mettermi nei panni di chi promuove la sfida, direi che il 6 gennaio i Repubblicani tenteranno soprattutto di guadagnare tempo (sembra suggerirlo anche Peter Navarro). Sia nella speranza di convincere colleghi più riluttanti grazie al materiale probatorio preannunciato, sia perché potrebbero conseguire lo stesso risultato sui Parlamenti statali. Alcuni membri dei quali, non potendo ancora votare, chiedono più tempo.

Le iniziative nei confronti dei singoli Stati

Pur con tutte le cautele del caso, si può dire che, tra le fila Repubblicane, sia maggiore il sostegno verso un intervento dei singoli Stati che per una decisione del Congresso. Questo non deve stupire: i Repubblicani sono, ormai da tempo, i partigiani degli States’ rights… e a tutti fa piacere vedersi togliere le castagne dal fuoco.

Circa trecento parlamentari degli Stati coinvolti (sempre i soliti sei, senza il Nuovo Messico) hanno partecipato ad un briefing via Zoom sulle prove delle diverse irregolarità, mentre in parallelo se ne svolgeva un altro con diversi membri del Congresso. Non mi è chiarissimo il ruolo organizzativo che, accanto ai legali della campagna Trump, sembrerebbe aver svolto “Got Freedom?”, organizzazione senza scopo di lucro che ha anche pubblicato un ingente quantitativo di materiale probatorio sul proprio sito Web.

Il colloquio fra Trump e Raffensperger

In queste ore, sta tenendo banco e desta scandalo un colloquio fra Trump e il Segretario di Stato della Georgia, il Repubblicano Brad Raffensperger, entrambi assistiti da legali e da altre persone.

La sua esistenza è stata menzionata per la prima volta in un tweet del Presidente: “Ieri ho parlato con il Segretario di Stato Raffensperger sulla contea di Fulton e i brogli elettorali in Georgia. Non voleva, o non era in grado di rispondere a domande come l’imbroglio delle schede sotto il tavolo, la distruzione di schede, ‘elettori’ da fuori lo Stato, elettori morti, e altro ancora. È completamente al buio!

Al che, l’interessato ha risposto, sempre via Twitter: “Con tutto il rispetto, Presidente Trump: quello che sta dicendo non è vero. La verità salterà fuori.”.

Come puntualmente è avvenuto, perché Raffensperger, a quanto pare, ha registrato la telefonata e passato l’audio al Washington Post.

Che naturalmente l’ha pubblicato, presentandolo come “Trump fa pressioni per far cambiare l’esito del voto”.

Sotto accusa, in particolare, una specifica frase del Presidente: “Voglio semplicemente trovare 11.780 voti, che è uno in più di quello che abbiamo, perché noi abbiamo vinto lo Stato”.[5]

In realtà, si tratta di un voto in più del margine di maggioranza di Biden: la confusione deriva dal fatto che Trump ha in mente voti suoi, non contati, che andrebbero ad aggiungersi a quelli che ha già.

L’espressione “trovare voti” ha fatto pensare, ovviamente, al peggio del peggio.

La trascrizione integrale dell’audio, però, fa capire che Trump la impiega – ripetutamente – per riferirsi all’esigenza di colmare lo scarto che lo separa da Biden, un po’ in qualunque modo, sia “trovando” voti propri, sia annullando voti invalidi per Biden o rettificandone l’attribuzione, sia anche scoprendo che varie categorie che non potevano votare, ad es. i morti, hanno espresso voti in misura superiore al margine di vittoria attuale.

Per quel che riguarda questo specifico punto, poi, Trump subito prima (e anche dopo) afferma che “quelli” starebbero distruggendo schede elettorali e alterando le macchine usate per il computo. Il che, a mio avviso, basta a spiegare perché pensi di “trovare” voti per sé in senso proprio.

Ma qual era il senso complessivo della telefonata?    

La campagna Trump sostiene che si trattasse di raggiungere un accordo amichevole per chiudere le due cause aperte con lo Stato della Georgia; l’ufficio di Raffensperger smentisce che, nel corso del colloquio, si sia mai parlato di chiuderle.

L’affermazione, in senso stretto, è vera. Però si parla più volte, specialmente all’inizio e alla fine, di raggiungere un accordo.

E il tema di fondo, in tutta la conversazione, è che la campagna Trump, incrociando i dati delle Poste con quelli pubblicamente disponibili sul sito del Segretario di Stato, ritiene di aver individuato un gran numero di elettori trasferiti e/o altre irregolarità, ma non ottiene dati ulteriori, che secondo quell’ufficio la legge vieta di fornire, e si vede contestare i propri risultati senza poter vedere le controprove.

Considerato che le cause in questione riguardano appunto l’accesso ai dati e che Trump ad un certo punto lamenta che i Tribunali non hanno nemmeno nominato ancora un giudice, a me sembra chiaro che si trattava proprio di trovare un accordo per chiuderle. Il che spiegherebbe anche l’insistenza di Trump sul fatto che sa di aver vinto con un margine stratosferico, ma “gli bastano 11.780 voti”, non li chiede tutti, ossia è disposto a rinunciare a una parte delle proprie pretese.

Quello che, da straniero, mi lascia veramente perplesso è che esistano informazioni, almeno potenzialmente essenziali per verificare la legalità dei voti espressi, che la legge vieterebbe di fornire alle parti interessate, perfino nell’ambito del contenzioso… e che tuttavia si discuta di un accordo che presupporrebbe un accesso almeno parziale.

Ma è anche vero che in Georgia, legittimamente o meno, raggiungono accordi pure sulle leggi elettorali e le procedure amministrative. Suppongo che ci sia una logica, solo non riesco a seguirla.

Quanto a ciò che Trump ha detto, il miglior commento mi pare quello di Perdue, uno dei due senatori candidati alla rielezione: non ha detto nulla di diverso da quel che sostiene da mesi.

Infine, in Texas…

Mentre succedeva tutto questo, il ricorso del deputato Gohmert per convincere/costringere Pence ad invocare l’autorità esclusiva che gli sarebbe riconosciuta dal Dodicesimo Emendamento è stato dichiarato inammissibile per mancanza di standing: Gohmert, stando alla sentenza, fa valere al più una “generalized grievance” non sua personale, ma comune a tutta la Camera dei Rappresentanti, la sua posizione dipende da tutta una serie di ipotesi (se saranno presentate le contestazioni, se un senatore firmerà, come si comporterà il Vice-Presidente…) e non è comunque detto che il provvedimento da lui domandato gli garantirebbe una decisione favorevole.

La decisione è stata impugnata e Gohmert ha commentato “Se non ho standing io, allora non ce l’ha nessuno”, chiedendosi altresì come faccia ad essere un buon sistema giudiziario quello in cui nessuno può dire niente. Domanda piuttosto significativa, in quanto viene da un ex-giudice.

Gli ha risposto, in un certo qual modo, la Corte d’Appello federale per il quinto Circuit, competente sul Texas, confermando la decisione di primo grado e precisando di non volere con ciò esprimere alcun’opinione “sul merito o su quale parte potrebbe avere standing, posto che qualcuno ce l’abbia”.

Buono o cattivo che sia, il sistema americano sa certamente rispondere in tempi celeri e, non essendo stati annunciati ricorsi alla Corte Suprema, direi che questa è la fine del Blitzkrieg di Gohmert.

In Italia sarebbe molto più semplice rivendicare il diritto di far decidere le proprie contestazioni all’organo davvero competente; ma negli Stati Uniti, oltre a meccanismi analoghi ai nostri conflitti di attribuzione, manca una norma come l’art. 24 Cost., “Tutti hanno diritto di agire in giudizio per la difesa dei propri diritti soggettivi e interessi legittimi”: lì la domanda è se ci si trovi ad un case o controversy, che peraltro il Congresso potrebbe anche aver sottratto del tutto al sindacato giurisdizionale, almeno secondo una certa lettura dell’Art. III della Costituzione.

Forse, a Gohmert sarebbe andata un po’ meglio se avesse attaccato il requisito della firma congiunta di un deputato e di un senatore come lesivo del suo proprio diritto di obiettare, per poi riscontrarne la derivazione dall’idea che la potestà decisionale spetti alle due Camere congiuntamente e tentare di farlo cadere insieme con quest’assunto di fondo, suo vero bersaglio. Ma quando ha intrapreso il giudizio Hawley aveva già espresso il proprio intento di associarsi alle contestazioni.

Di sicuro, Gohmert non ha preso per niente bene la sconfitta: in un’intervista a Newsmax, ha dichiarato che “Il risultato è che la Corte sta dicendo: ‘Noi non abbiamo intenzione di occuparcene. Tu non hai alcun mezzo di tutela legale’. In sostanza la decisione sarebbe: ‘Devi scendere in strada ed essere violento quanto Antifa e Black Lives Matter‘.”.

Nonostante le ovvie polemiche, il suo non mi sembra un auspicio, semmai la denuncia di un pericolo. E del fatto che c’è almeno una parte politica che coccola i violenti.

Un po’ troppe contestazioni del variegato campo trumpiano sono state respinte per mere ragioni di procedura. Un po’ troppe perché il monito di Gohmert sia campato per aria. Magari ciascuna di quelle decisioni pienamente giustificata, in sé; magari tutte corrispondono al diritto applicabile. Ma, se è così, il sistema giudiziario presenta uno spaventoso vuoto di tutela. E dove non è garantita la possibilità di agire in giudizio subentrano altri rimedi, che possono essere politici o di altro genere, fino all’estremo concepibile: la violenza.

Checché se ne dica, i conservatori non sono affatto violenti: sono i paladini della Legge e dell’Ordine.

Ma se c’è una cosa che può scatenarli è la convinzione che Legge e Ordine siano stati sovvertiti.

Non basta dire che hanno torto, non basta dire che hanno bevuto propaganda come citrulli. Magari è verissimo, ma se le decisioni giudiziarie non riescono ad essere convincenti – e i rigetti in rito soffrono sempre di qualche difficoltà a questo riguardo – c’è un problema.

Aspettiamo il 6. Vediamo di capire se bisognerà aspettare ancora un po’. E spero di no, ma vedremo anche se la luce della demo(no)crazia tanto cara al deputato Cleaver resterà tale, o si trasformerà nel bagliore degli incendi.

Genova, li 4 gennaio 2021


[1]    Solo al momento di chiudere scopro una sua dichiarazione al Kansas City Star, secondo cui si trattava di una battuta che intendeva alludere al numero record di deputatesse e alla prima donna cappellano nella storia della Camera. Il che, a mio avviso, è quasi peggio: da nessuna parte l’umorismo stona quanto al termine di una preghiera… e se le battute sono così sottili che vengono fraintese da tutti, o non erano affatto battute (come mi permetto di pensare, dato che il tono sembrava serissimo) o il loro autore deve ricalibrare la propria ironia per tener conto almeno del fatto che, in contemporanea, i Democratici stavano proponendo di adottare un regolamento parlamentare riscritto appunto in maniera “inclusiva”.

[2]    Inoltre, Cori Bush e Alexandra Ocásio-Cortz, due membri del gruppo ultraprogressista che si autodefinisce “the Squad”, da tempo in aperta polemica con la Pelosi, hanno in qualche modo mandato un segnale, mancando alla chiamata del loro nome; però poi si sono presentate in tempo utile per votare… e votando la Pelosi, il che non ha mancato di suscitare commenti ironici dall’altra parte.

[3]    Si tratta di una lettura basata su quello che, alle nostre longitudini, si chiama principio della Kompetenz-Kompetenz: la competenza di un organo ad intervenire include quella di decidere sulla sussistenza dei presupposti cui essa è legata.

[4]    I Democratici avrebbero, tuttavia, la possibilità di far mancare il quorum dei due terzi dei membri.

[5]    “I just want to find 11,780 votes, which is one more than we have because we won the state.

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