di Giuliano Zoroddu

Il mercoledì di Quinquagesima, attualmente detto “delle Ceneri”, segna fin dai tempi di san Gregorio Magno l’inizio della santa Quaresima e veniva perciò chiamato in capite ieiunii. In questo giorno si espellevano i penitenti che, dopo aver trascorso i quaranta giorni in un monastero rivestiti di aspro cilizio, venivano poi riammessi e assolto la mattina del giovedì santo.
Verso il secolo XI alle cerimonie di pubblica penitenza iniziarono a prendere parte pure i sacerdoti, prima estranei a queste pratiche tanto umilianti per la sublimità dello stato sacerdotale, e lo stesso Papa con la sua corte.
Così il Sommo Pontefice, scalzo, col capo cosparso di cenere e in abiti di penitenza, a capo del clero e del popolo già riunito nella basilica di Sant’Anastasia, risaliva il clivo dell’Aventino per portarsi alla basilica di Santa Sabina per l’offerta del Santo Sacrificio.
Prima di entrare nell’antica chiesa romana, avveniva una particolare cerimonia che ancora si trova nel Messale Romano:

Negli Ordini Romani del tardo medio evo é prescritto, che dopo l’imposizione generale delle ceneri sul capo del clero e dei fedeli, si salga in processione a piedi scalzi il colle Aventino sino alla basilica di Santa Sabina, nel cui atrio era allora un piccolo cimitero. Quelle tombe lì in quel luogo ridestavano tosto il pensiero della morte, e perciò la scuola cantava il responsorio funereo: Immutemur habitu … ne subito preoccupati die mortis … ancor oggi conservato nel Messale. Allora il corteo faceva una breve fermata, tanto per dar tempo al Papa di recitare una colletta d’assoluzione su quei sepolcri; indi faceva il suo ingresso nella vasta basilica Aventinese, cantando il responsorio Petre, amas me? col verso: Simon Ioannis… in onore del principe degli Apostoli. È strano come c’entri a questo momento della cerimonia la memoria di san Pietro ; ma, a meno che non sia questo un uso papale derivato dalla basilica vaticana ogni volta che traversando il portico dov’erano i sepolcri, vi si entrava in processione, può essere che sia stato suggerito dalla circostanza che nel secolo XIII a Santa Sabina era la residenza Pontificia, e la basilica perciò veniva
considerata come la sede abituale del successore di san Pietro. [1]

In tempi più recente, sebbene alcuni Papi come Benedetto XIV e Clemente XIII, si siano recati a Santa Sabina per ricordare l’antica statio, la Cappella Papale si teneva presso la Sistina in Vaticano.
Il cavaliere Gaetano Moroni, erudito e aiutante di camera dei papi Gregorio XVI e Pio IX, ci spiega come avveniva.

I Cardinali vi si recano con veste e cappe e tutt’altro paonazzo. Giunti nella Sala Regia, assumono le cappe e passano in cappella ove, per quadro dell’altare si espone un arazzo il quale esprime il Salvatore che predica alle turbe. Il paliotto è di colore paonazzo. La coltre trono e la coltrina della sedia sono esse pure di lama d’oro di colore paonazzo. Si reca il Papa in cappella con piviale rosso, stola paonazza e mitra di lama d’argento ed asceso al trono riceve all’ubbidienza i Cardinali, dopo la quale i medesimi Cardinali si vestono dei sagri paramenti paonazzi […] facendo il simile gli altri. Indi l ultimo uditore di Rota colla pianeta violacea piegata come suddiacono apostolico prende dall’altare il piatto d’argento dorato colle ceneri cavate, secondo l’antico rito, dagli olivi benedetti nell’ultima domenica delle palme e lo porta al Papa affinché le benedica, ciò ch’egli fa colle orazioni dal rituale che legge, e perciò il coro non risponde. Dopo benedizione, lo stesso uditore di s’inginocchia alla destra del Papa e il Cardinal penitenziere cui tocca sempre in questo giorno a cantare la messa, senza senza anello pontificale e senza mitra, salendo sullo sgabello della sedia pontificia, fatta al Papa una profonda riverenza, in piedi, senza proferire il Memento homo, impone le ceneri in forma di croce sul capo del sedente in soglio. Quindi ricopertosi il Papa della mitra e preso il grembiale di lino con merlettoe croce ricamata d’oro, che gli pone un chierico di camera, il quale finché dura la funzione va alla sinistra del decano della Rota, dà le ceneri al medesimo Cardinale penitenziere celebrante e facendo un segno di croce sulla di lui chierica, dice la formula Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris. I cantori incominciano l’antifona Immutemur habitu ed intanto prosiegue la distribuzione delle ceneri, cioè dal Cardinal decano o vescovo suburbicario più anziano sino ai forestieri […] I Cardinali le ricevono in piedi e baciano al Papa il ginocchio sinistro; i patriarchi, arcivescovi e vescovi le ricevono in ginocchio baciando il ginocchio del Papa; il commendatore di s. Spirito e gli abbati mitrati le ricevono genuflessi, baciando il piede, locché fanno tutti gli altri; schierandosi poi innanzi l’altare gli uffiziali delle guardie nobili e dal lato destro del trono i Pontificii cursori, mazzieri, allorché si recano i forestieri a ricevere le ceneri. Dopo i forestieri le riceve per ultimo l’uditore di Rota che ha sostenuto il piatto da cui il Papa le prese. Terminata la distribuzione il Pontefice si lava le mani […] Dopo la suddetta lavanda il Papa scende dal trono per la messa e nel solito luogo avanti l’altare si comincia dal Pontefice col celebrante l’introito […] il procuratore generale de’ teatini recita il sermone, pubblicando poi l’indulgenza di quindici anni. [2]

Come si è visto, l’imposizione delle ceneri sul capo del Pontefice non era accompagnata dalla formula rituale Memento, homo, quia pulvis est in pulverem reverteris. Questo particolare si ricollega all’antichissima norma di escludere dalla pubblica penitenza il clero, tanto più il capo supremo del medesimo, ossia il Papa. Lo spargimento delle ceneri, evoluzione dell’imposizione della penitenza ai pubblici peccatori, è in qualche modo un giudizio ecclesiastico e a questo giudizio non può soggiacere colui che è, come si esprimeva il terzo degli Innocenzi, “tutti giudica, ma da nessuno e giudicato”. Per questo il Cardinale Penitenziare imponeva le ceneri al Sommo Pontefice in silenzio e senza l’anello, simbolo di potestà e giurisdizione. Nondimeno il Capo della Chiesa si sottometteva ugualmente al rito che gli ricordava la condizione mortale per inculcare ai fedeli come, seppur sublimato nella più alta delle dignità, fosse pur sempre un uomo fragile e peccabile, bisognoso di grazia e di perdono.

[1] Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacramentorum. Note storico-liturgiche sul Messale Romano. Vol. III. Il Testamento Nuovo nel Sangue del Redentore (La Sacra Liturgia dalla Settuageslma a Pasqua), Roma-Torino, 1933, p. 41.
[2] Gaetano Moroni, Le cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841, pp. 188-190.

Fonte immagine : vatican.va