Le prime origini di questa festa vanno ricercate a Gerusalemme, dove nella Peregrinano Etheriae sin dagli ultimi decenni del secolo IV la troviamo celebrata sotto il nome di Quadragesima de Epiphania.
Gli Orientali il dì dell’Epifania celebrano altresì la prima apparizione del Verbo di Dio nell’umana carne. Un editto di Giustiniano nel 542 la introdusse a Costantinopoli, donde poi si diffuse in tutto l’Oriente e giunse a Roma. Nella lista Evangeliare del codice di Wurtzburg, la festa «die II mensis februarii» non ha alcun titolo, ed è fuori d’ordine; indizio questo che solo di recente era stata introdotta a Roma. Ma sul finire del secolo VII, Sergio I, greco di origine, ne accrebbe di molto lo splendore, ordinando che fosse preceduta da una processiono penitenziale alla basilica liberiana, al pari delle altre tre grandi feste della santa Vergine.
Con ciò venne fissato meglio il carattere prevalentemente Mariano della solennità, che dapprima presso gli Orientali era piuttosto considerata siccome una festa del Signore.
L’antica denominazione «Υπαπαντή», o «occursus Domini» , ha lasciato tuttavia nell’odierna officiatura delle larghe tracce; cosi che l’invitatorio delle vigilie notturne, le lezioni, la colletta, le antifone ed il prefazio di Natale, ancora celebrano l’incontro del Bambino Gesù con Simeone nel tempio, lasciando piuttosto nell’ombra la purificatio della sua Vergine Madre. Anzi, questo stesso nome non ricorre neppure nel Liber Pontificalis là dove si parla dello statuto
di papa Sergio relativamente al dies sancti Simeonis; per trovarlo la prima volta nei documenti liturgici romani, bisogna ricercare nel Sacramentario Gelasiano, dove però la denominazione di purificatio tradisce un’origine gallicana.
La processione stazionale era troppo penetrata negli usi liturgici di Roma, perchè il silenzio del Gelasiano su tale particolare ci autorizzi a ritenere che essa allora non fosse stata peranco istituita.
Papa Sergio dové certamente appoggiarsi a dei precedenti. Il Sacramentarlo Gregoriano del tempo, d’Adriano I la ricorda indubbiamente; anzi, in un Ordo Romanus dei Codice di sant’Amando edito dal Duchesne, abbiamo ancora una preziosa descrizione del rito giusta il quale si svolgeva circa l’anno 800.
All’aurora del 2 febbraio, dai vari titoli e diaconie della città partivano altrettante processioni parrocchiali, che si dirigevano verso il foro romano, alla chiesa di sant’Adriano. A diradare le tenebre della notte per quelle vie ingombre delle rovine degli antichi edifici della Roma imperiale, i fedeli sostenevano delle candele accese, mentre il clero salmodiava e cantava antifone, cui il popolo rispondeva col solito grido: Kyrie eleison. Appena il Papa giungeva coi suoi diaconi alla basilica del martire Adriano, entrava nel secretarium, e in segno di penitenza assumeva la penula nera ; lo stesso facevano i suoi assistenti. Indi il clero e le varie scholae dei cantori erano ammessi alla presenza del Pontefice, per ricevere di sua mano la candela.
Terminata questa distribuzione, i cantori intonavano l’antifona d’introito: Exsurge, Domine, conservata tuttavia nell’odierno Messale, ed il Papa faceva il suo ingresso solenne nel tempio di sant’Adriano. Dopo l’introito seguiva il canto del Kyrie, come in tutte le altre messe; appresso veniva la colletta, – oggi conservata solo nel Sacramentario Gregoriano – e cominciava lo sfilare della processione.
Il ricordo della antica litania septiformis sopravviveva ancor tanto nell’uso liturgico di Roma, che il popolo anche nel IX secolo si divideva in sette turme, e ciascuna era preceduta dalla propria croce. In seguito, nel tardo medio evo, troviamo che alle croci si erano sostituite diciotto immagini del Salvatore e della Vergine, tra le più venerate della Città. Il Papa andava a piedi scalzi, ed era preceduto da due accoliti con candele accese in mano, mentre aveva ai lati il suddiacono che agitava il turibolo fumigante d’incenso.
Due staurofori recavano ciascuno una croce innanzi al Pontefice, cui seguivano ordinatamente le scholae dei cantori salmodienti. La processione, attraverso i Fori di Nerva e di Traiano, si dirigeva verso l’Esquilino, lasciando a destra il titolo di Eudossia; indi scendeva il clivo presso santa Lucia in Silice; dietro l’abside del titolo d’Equizio risaliva di bel nuovo la lieve sopraelevazione del colle ove sorge il titolo di Prassede, e di là muoveva dritta alla volta della basilica liberiana. Le «scholae» eseguivano delle antifone e dei responsori greci tradotti in latino, conservati tuttavia nel Messale; il clero cantava salmi o rispondeva coll’acrostico responsoriale, sinché all’avvicinarsi a santa Maria Maggioro s’intonava la litania ternaria, cosi detta, perchè in essa ciascuna invocazione si ripeteva tre volte.
Dopo la processione seguiva la messa, in cui però, giusta l’antico rito stazionale, non si recitava né il Kyrie, né il Gloria.
Gli antichi documenti liturgici romani punto non ricordano una benedizione speciale delle candele. Queste, d’altra parte, erano distribuite a Roma in tutte le altre processioni notturne, senza costituire una caratteristica particolare della festa dell’Ipapante. Bisogna discendere sino al secolo X, per trovare descritto il rito di questa benedizione dei cerei in un Sacramentario di Corbia dedicato all’abbate Ratoldo (+ 986).
A Roma, la prima menzione della benedizione delle candele ricorre nell’Ordo di Benedetto canonico, della prima metà del sec. XII.
Ma neppure allora questa benedizione era esclusivamente propria alla festa della «Candelora»; giacché anche nelle altre tre solenni processioni mariane si parla egualmente di cerei benedetti.
Cencio Camerario narra che al tempo suo, il Papa la mattina di questo giorno si recava coi cardinali a santa Martina, e quivi, cantato l’ufficio di Terza, dall’alto d’un trono eretto all’aperto, sulla Via Sacra, innanzi alla porta della basilica, distribuiva i cerei, benedetti precedentemente dal più giovane dei preti cardinali. Si cantava Sesta nella vicina basilica di sant’Adriano, ove dai vari titoli di Roma conveniva colle immagini e le croci il clero parrocchiale col popolo. Quando tutti erano raccolti, sfilava la processione.
Invece dei consueti calzari, il Papa usava per via un paio di sandali, che però si toglieva alla porta di santa Maria Maggiore, dove faceva il suo ingresso a piedi scalzi; motivo per cui prima di celebrare la messa stazionale, egli si ritirava nel sacrario, dove i suoi cubicolari tenevano già pronta l’acqua calda per lavargli i piedi.


(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VI. La Chiesa Trionfante (Le Feste dei Santi durante il ciclo Natalizio) (terza tiratura), Torino-Roma, 1930, pp. 205-207)

In tempi più recenti la Cappella Papale della Purificazione si teneva o nella Cappella Palatina (la Sistina in Vaticano o la Paolina al Quirinale) o nella Basilica Vaticana. Quest’ultima fu scelta da Gregorio XVI “perchè riuscisse più decorosa e potesse essere goduta dai forestieri che in gran numero vi concorrono”. Il Papa benediceva le candele e le distribuiva ai Cardinali, ai Patriarchi, agli Arcivescovi e Vescovi Assistenti al Soglio e di seguito agli altri componenti la Cappella. Alla processione, seguiva la messa cantata da un Cardinale Prete, a cui il Pontefice assisteva pontificalmente. Dopo l’offerta del Sacrificio, il Papa intonava il Te Deum “secondo la prescrizione di Clemente XI il quale nell’orrendo terremoto accaduto in Roma a’ 2 febbraio 1703 attribuì al patrocinio della b. Vergine l’essere la città stata preservata dalla rovina. Perciò ordinò in perpetuo ai romani che osservassero il digiuno nella vigilia di questa festa e che nella cappella Papale si cantasse solennemente l’inno della riconoscenza col Pater noster, il versetto Benedicamus Patrem et Filium cum sancto Spiritu, con quelli che seguono l’Oremus”. La cerimonia si concludeva con la benedizione apostolica e con la lettura della concessione agli astanti dell’indulgenza di trent’anni. Il cerimoniale è descritto minuziosamente da Gaetano Moroni nel suo volume Le cappelle pontificie cardinalizie e prelatizie (Venezia, Tipografia Emiliana, 1841).
Tornato poi nei suoi appartamenti il Papa, rivestito di rocchetto e mozzetta rossa, riceveva in trono l’oblazione delle candele a nome dei Reverendissimi Capitoli delle Basiliche Patriarcali, delle Basiliche Minori, delle Collegiale, delle Chiese Parrocchiali dell’Urbe, del Supremo Militare Ordine Gerosolimitano di Malta, dei Seminari, dei Collegi, degli Ordini Religiosi e di altre numerose istitu­zioni ecclesiastiche.. I ceri venivano poi destinati alle chiese, monasteri e luoghi pii particolarmente poveri.

Testi raccolti a cura di Giuliano Zoroddu

Immagini: I Prelati mitrati del corteo papale con le candele in mano durante una cerimonia di canonizzazione sotto il pontificato di Pio XII / caeremonialeromanum.com – Il Cardinale Pacelli durante l’offerta dei ceri al Sommo Pontefice / pinterest.it