di Luca Fumagalli

Continua con questo articolo l’approfondimento sulla vita e le opere dello scrittore scozzese George Mackay Brown (1921-1996), tra gli autori più interessanti e originali del panorama letterario cattolico del Novecento. Per chi si fosse perso i contributi precedenti:

  • Il bardo delle Orcadi: le opere e i giorni di George Mackay BrownQUI
  • “Magnus” di George Mackay Brown: note a margine di un capolavoro della letteratura cattolica scozzeseQUI
Un’estate a Greenvoe (Tranchida, 2000)

Greenvoe, isola di Hellya, Orcadi. È una limpida giornata d’estate e nel piccolo villaggio si consumano i semplici riti della quotidianità: alle prime luci dell’alba i pescatori prendono il largo con le loro barche, il traghetto inizia la sua opera di collegamento caricando merci e passeggeri, e nell’entroterra i contadini si vestono per andare nei campi o verso le stalle. Un paio di ore più tardi un vociare di ragazzi per le strade annuncia che la scuola sta per cominciare mentre la maestra li attende sulla soglia dell’edificio, scampanellando col sorriso. Le donne, intanto, si occupano della casa o escono per fare le compere e per scambiare qualche pettegolezzo. Nessuna novità ad eccezione del fatto che la nipote del laird locale, come ogni anno, è venuta a Greenvoe per passare le vacanze presso la splendida magione dello zio, poco fuori dal paese. Alla sera, mentre le mogli e i figli ritrovano la via del letto, gli uomini si incontrano all’hotel-locanda per ascoltare storie sul passato mitico dell’isola, rinfrancati pure da un buon boccale di birra. Oltre a quella del locale, l’unica luce accesa proviene da una delle fattorie, dove, dietro porte opportunamente chiuse a chiave, qualcuno viene iniziato all’Antico Mistero dei Fabbri Ferrai, uno strano ordine legato alla fecondità della terra. 

Così trascorrono le giornate a Hellya, sempre uguali, nella placida serenità di un popolo che vive secondo i ritmi della natura, tenacemente ancorato alle proprie radici, alla propria storia, senza alcuna ambizione se non quella di condurre un’esistenza dignitosa, pur tra grandi fatiche e sacrifici. Eppure tutto questo è destinato a scomparire per sempre: prima è solamente una discreta intrusione – un forestiero che prende alloggio all’hotel e che, nel segreto della sua camera, scrive a macchina da mattina a sera – poi una vera e propria invasione di operai e sinistri burocrati i quali, in nome di una misteriosa “Operazione Stella Nera”, prendono a scavare cunicoli che sventrano l’isola, ad inquinare le acque e ad abbattere le case, costringendo gli abitanti alla fuga. Greenvoe è ridotta a un cumolo di macerie e rifiuti, abbandonata infine anche da coloro che ne hanno causato la rovina.

Greenvoe, prima edizione (Hogarth Press, 1972)

Nelle pagine di George Mackay Brown le Orcadi, «un grappolo di isole nell’ostrica dischiusa dell’aurora», si trasformano in una sorta di Galilea del nord, perennemente in bilico tra terra e cielo, tra realtà e intuizione spirituale, tra meschinità e virtù. I pani e i pesci sono infatti i simboli di un microcosmo che fa della passione per la vita – che è, allo stesso tempo, amore e dolore – la sua cifra distintiva. Se esso appare sulle prime indecifrabile, nulla più che un intrico complessissimo di individualità e aspirazioni, di passato e presente, dove improvvisi slanci lirici si insinuano elegantemente tra le pieghe della storia per accentuare un clima di sospensione surreale, poco alla volta si rivela quale quadro perfetto, coerente fin nel più piccolo particolare. Ribaltando nel finale l’arazzo della trama – il “tapestry” è un’altra immagine chiave della poetica di Brown – il singolo filo si scopre parte di un disegno che è insieme umano e divino, l’esito degli indizi raccolti alla spicciolata dal lettore nel corso dei vari capitoli. Così accade in Magnus (La svastica e la croce), il capolavoro dell’autore scozzese, ma pure in Greenvoe (1972), il suo romanzo d’esordio, tradotto in Italia dalla piccola casa editrice Tranchida con il titolo appena modificato di Un’estate a Greenvoe (purtroppo il volume, datato 2000, è fuori stampa da un pezzo ed è abbastanza complicato riuscire a procurarsene una copia).

Greenvoe (Birlinn Ltd, 2004)

Tuttavia sarebbe un errore pretendere di scorgere nella comunità dell’immaginaria isola di Hellya – un concentrato quintessenziale dello spirito orcadiano – una sorta di ideale utopico incarnato. Nonostante l’amore incondizionato dell’autore sia tutto per le Orcadi, al pari degli abitanti della Brescello di Guareschi anche quelli di Greenvoe non sono certo esenti da difetti: il pescatore Bert Kersten, ad esempio, spesso litiga con la moglie Ellen e preferisce la bottiglia ai figli, mentre Samuel Whaness, un devoto cristiano, mostra a volte una certa spocchia farisaica. Pure lo Skarf, appassionato scrittore di storia locale, anche se si professa socialista non si fa troppi scrupoli a insultare malamente Johnny, un venditore ambulante di origini indiane che periodicamente approda sull’isola per vendere le sue cianfrusaglie. I fratelli Scorradale, i proprietari dell’hotel-locanda di Greenvoe, offrono ai clienti whisky a buon mercato spacciandolo per liquore pregiato, e per le vie i ragazzi passano con velocità imbarazzante dal gioco agli insulti e ai pugni. Simon McKee, il ministro presbiteriano dei Hellya, è un alcolista cronico, ennesimo esempio di “whisky priest” alla Graham Greene, e fa il paio con l’anziana madre – il personaggio preferito di Brown – che, vittima di allucinazioni, si aggira per la canonica in compagnia dai fantasmi del suo passato che la accusano, tra le altre cose, di essere stata la principale causa dei problemi di Simon e della conversione al cattolicesimo della nipote. Vi è poi Alice Voar, madre di sette figli avuti da sette uomini diversi, e il traghettatore Ivan Westray, burbero e violento, che approfitta dall’ingenua Inga e che desidera a ogni costo la maestra Margaret Inverary, a sua volta incerta se concedersi o meno. Naturalmente a completare il quadro, oltre al vecchio lupo di mare Ben Budge, ammalato ma non per questo meno propenso alla bestemmia, e a sua sorella Bella, non poteva mancare lo “scemo del villaggio”, Timmy Folster, un accattone ritardato che vive in una casa diroccata e che dorme su un letto di vecchi cappotti, e la classica pettegola, Olive, moglie di Joseph Evie, ufficiale postale, negoziante, consigliere di contea e giudice di pace, ammanicato con il laird e astuto intrallazzatore. Come nota Valentina Poggi, «in quel microcosmo [Brown] vedeva affiorare, oltre alle peculiarità locali, le grandi tematiche che riguardano il macrocosmo: i problemi della violenza e delle aberrazioni del potere, il pericolo di barattare la primogenitura dell’armonia fra uomo e ambiente per il piatto di lenticchie dello sviluppo indiscriminato, la conseguenza di un ecosistema sconvolto da una tecnologia impazzita divenuta fine a se stessa».

La prima edizione americana del libro (1972)

Greenvoe mette così in scena lo sradicamento e l’esodo di una piccola comunità che soccombe davanti a un potere anonimo e terribile, a un progresso ributtante che lascia dietro di sé solo cenere e cadaveri. La scala ridotta dell’evento è smentita dal parallelo istituito con la Bibbia: la struttura in sei capitoli – cinque corrispondenti ad altrettante giornate successive, l’ultimo dedicato alla rovina di Hellya – rimanda al racconto della creazione, ribaltato però in senso distruttivo. Il fatto che Brown non chiarisca mai la natura del complotto in atto rende la vicenda ancora più inquietante, ottima per esemplificare i suoi timori nei confronti della montante idolatria tecnologica: «C’è una nuova religione, il progresso, nel quale noi tutti crediamo devotamente, ed è interessato solo alle cose materiali del presente e a un vago futuro radioso. Si tratta di una fede utilitaria e senza radici […]. Penso che questa religione sia in gran parte una delusione, e si esaurirà nel fango».  Altrove scrisse: «Il progresso, una maledizione moderna. […] Questo culto del progresso succhierà la vita di ogni isola e di ogni luogo solitario».

Leggere Greenvoe significa dunque percorrere le stradine – il diminutivo è d’obbligo – di un mondo che è sia reale che onirico, quasi ultraterreno, un microcosmo che, per quanto macchiato dai limiti dei suoi abitanti, custodisce gelosamente un lembo di Paradiso e che perciò non potrà mai venire completamente sopraffatto dalle oscure forze del caos e della modernità. L’epilogo, nonostante l’inquietante recinzione che avvolge l’isola, le strutture fatiscenti mai ultimate da Stella Nera e i crateri scavati nei campi, lascia ancora spazio a una piccola speranza, quella cioè di un ritorno alla comunione con Dio, con la vita e con la natura, il fondamento di ogni comunità tradizionale: dieci anni dopo la fine di Greenvoe, una barca con gli ex ragazzi del paese, ormai adulti, approda sulla spiaggia. Recano con sé tutto l’occorrente per completare finalmente il rito di iniziazione dell’Antico Mistero dei Fabbri Ferrai, un inno alla terra e ai suoi frutti: «Sorse il sole. Le pietre erano calde. Spezzarono il pane».