di Luca Fumagalli

«Dove abbonda il peccato sovrabbonda la Grazia» (San Paolo)

Pubblicato nel 1958 per la Mondadori, il volume Saggi cattolici – tradotto dall’originale francese del 1953 – è una breve collezione di alcuni interventi dell’inglese Graham Greene (1904-1991), tra gli scrittori più importanti del Novecento. Oltre che per i suoi best seller, perlopiù storie di spionaggio dalle tinte noir, Greene è ricordato ancora oggi per essere stato un simbolo del cattolicesimo “progressista”, entusiasta sostenitore delle riforme conciliari, vicino al comunismo e alla teologia della liberazione.

Tuttavia i suoi Saggi cattolici, a tema religioso e letterario, contengono alcuni spunti di riflessione davvero interessanti, come interessante è la narrativa dell’inglese, drammaticamente efficace nel percorrere il crinale della libertà umana, nel gettarsi a capofitto nel mare grigio della vita, dove il confine tra il Bene e il Male non è mai facilmente distinguibile (lo ricorda anche David Maria Turoldo nella prefazione del libro). Naturalmente dall’ambiguità all’eterodossia il passo è breve, ma l’opera di Greene, al netto di qualche scivolone, rimane uno dei più straordinari incontri con la Grazia divina in letteratura, quest’ultima mai ridotta a quel deus ex machina un po’ posticcio che si incontra purtroppo in moltissimi romanzi del cattolicesimo britannico (e non solo).

“Il cristiano nel tempo”, il primo saggio della raccolta, si risolve in una manciata di rapide considerazioni a proposito della tentazione mondana e della “buona battaglia”. L’epilogo è una distillato del miglior Greene: «I nostri avversari sono più numerosi di noi, ma sono inferiori di numero ai nostri morti, ai quali più ancora che a noi appartiene la Chiesa. I nostri morti essi non possono né ucciderli né guastarli, e i loro stessi morti, ormai, sono dalla nostra parte».

Il secondo saggio, più interessante e complesso, si intitola “E’ in pericolo la civiltà cristiana?”. Secondo Greene, dato che la perfetta imitazione di Cristo è impossibile in questa vita, la civiltà cristiana non può coincidere con una società utopica dove regnano virtù e giustizia – storicamente mai esistita – ma si distingue dalle altre unicamente per «lo spirito indeciso, la coscienza inquieta, il sentimento dello scacco personale». Negli ultimi anni vi sono stati svariati tentativi di distruggerla «con l’aiuto di una nuova filosofia, intesa a persuadere gli uomini che Lazzaro è senza importanza»; inoltre, nota ancora Greene, sia in Occidente che in Oriente sempre più spesso i capi politici fanno appello a valori generici e astratti, dando la fastidiosa impressione che l’individuo – il destinatario del messaggio cristiano – ormai non conti nulla. E’ dunque in pericolo la civiltà cristiana? Certamente, ma «siamo tenuti a credere che la Fede non può morire. Può subire rovesci, vasti spazi del mondo possono essere conquistati dai suoi nemici, ma sempre sussisteranno zone di resistenza cristiana». Per esemplificare meglio ciò che intende dire, in conclusione l’autore tratteggia un breve apologo dal sapore apocalittico, la storia di un dittatore che uccide l’ultimo cristiano sulla faccia della terra: «In quel momento, tra il secondo in cui il dito preme il grilletto e quello in cui il cranio scoppia, un pensiero attraversava lo spirito del Capo: “Sarebbe mai possibile che ciò che quell’uomo credeva fosse verità?”. Un nuovo cristiano nasceva nel dolore».

Il successivo “I paradossi del cristianesimo” – un titolo chestertoniano che ricorda pure quello del libro I paradossi del cattolicesimo (1913) di mons. R. H. Benson – è un’analisi acuta di come il cristianesimo sia basato sul paradosso essenziale dell’onnipotente, universale coesistenza del Male e del Bene: «Dove Dio è più intensamente presente, lo è anche il suo Nemico. E viceversa: là dove il Nemico è assente ci sembra quasi impossibile scoprire Iddio». Esemplificativa in tal senso è la vicenda di padre Damien de Veuster, un missionario di fine Ottocento che morì aiutando i malati di lebbra alle Hawaii (una figura che torna pure nel romanzo greeniano Un caso bruciato, del 1960): per uno strano scherzo del destino a rendere famoso il religioso belga in tutto il mondo è stato il suo più accanito diffamatore, un pastore protestante di Honolulu, con cui si scontrò anche R. L. Stevenson. Più che il paradosso o l’incoerenza, il vero nemico dell’uomo moderno è «la semplificazione», cioè «lo spettacolo di popoli interi che hanno edificato la loro vita sull’assenza del paradosso». Il suo esito, infatti, non è la felicità garantita, anzi: lo dimostrano i paesi del nord Europa, modello di ordine, di efficienza e di pulizia, che però vantano il più alto tasso di suicidi al mondo.  

Pio XII, di cui Greene dipinge un ritratto inusuale quanto affascinante, è il protagonista del saggio “Il paradosso del Papa”. Nonostante la lunga carriera nella diplomazia vaticana, allo scrittore inglese Pacelli pare la quintessenza del buon parroco, umile, mite, fiduciosamente legato alla preghiera: «Tale è il paradosso essenziale di un Papa che non pochi di noi pensano possa prendere posto tra i più grandi». Pio XII è uno spirito eccezionale, grondante amore, dotato di una «genialità intuitiva», e ciò continua a valere anche se le sue encicliche sono eccessivamente formali e asettiche, e anche se la sua azione pastorale appare un po’ troppo rigida (ma Greene non si fa troppi problemi a scaricare sui burocrati vaticani la totale responsabilità della messa all’indice degli scritti di Sartre e della revoca del diritto di insegnare «a certi gesuiti francesi»).

Dopo “La Madonna e la sua Assunzione”, una difesa del dogma mariano – «chiave di volta della dottrina cristiana» – che rivela la devozione profonda di un Greene ancora distante dalle posizioni più eterodosse degli anni seguenti, in “L’aspetto religioso di Henry James” l’inglese dimostra come James, al contrario di quanto sostenuto da più di un critico, fosse uno scrittore sinceramente attratto dal cattolicesimo: «Alle epoche di stanchezza morale, ai momenti di crisi, i suoi personaggi dirigono inevitabilmente i propri passi verso il chiaroscuro di una navata, verso un altare dove arde una lampada». Perché, allora, non fece mai l’ultimo passo verso la Chiesa, abbracciando la Fede? «La sua religione è sempre stata lo specchio della sue esperienza. L’esperienza gli aveva insegnato a credere nel male soprannaturale, ma non al bene soprannaturale».

La seconda parte di Saggi cattolici, più contenuta rispetto alla prima, contiene due lettere di Greene sul senso della scrittura e un’intervista – associata a un’ulteriore epistola – incentrata soprattutto sul romanzo Il nocciolo della questione (1948), la dolorosa storia di un ufficiale di polizia che decide di togliersi la vita per un “eccesso di pietà” nei confronti della moglie e dell’amante.  

A parere di Greene, antesignano di una nuova letteratura cattolica più personale, contraddittoria, lontanissima dal modello apologetico “a tesi” di inizio Novecento, sono due i doveri del romanziere: «Dire la verità, così come lui la vede», e non accettare alcun compenso da parte dello Stato, abilissimo a blandire per poi imbavagliare. Il più grande privilegio di chi scrive è perciò «l’infedeltà» – «altrimenti non possiamo dimostrare né comprensione né simpatia verso chi non la pensi come noi» – e i libri «non hanno nulla a che fare con l’edificazione spirituale. Con ciò non voglio affermare che la letteratura sia amorale, ma che ha una sua morale propria, e la morale di un individuo coincide assai di rado con la morale del suo gruppo». Dopo aver citato l’amato Browning, l’autore continua: «Come romanziere mi dev’essere concesso di scrivere tanto dal punto di vista degli scacchi bianchi quanto di quelli neri. […] I romanzieri cattolici (ma preferirei chiamarli romanzieri che sono anche cattolici) dovrebbero scegliere a loro patrono il cardinale Newman» (il porporato difendeva così l’insegnamento della letteratura nelle università cattoliche: «Se la poesia deve servire allo studio della natura umana, non si pretenda una letteratura cristiana. È un controsenso, infatti, voler ritrarre un’umanità peccatrice in una letteratura scevra di peccato»). In chiusura, sempre Greene: «Non c’è niente di peggio per un autore che il mettersi a scrivere libri per convertire la gente. Se si è cattolici non bisogna studiarsi di “scrivere cattolicamente”. Tutto ciò che si scrive e si dice non potrà che essere cattolico».