di Luca Fumagalli

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Un giovane Henry Harland

Nel marzo del 1906, a pochi mesi dalla prematura scomparsa di Henry Harland, E. C. Stedman, l’uomo che ne aveva propiziato la carriera, indirizzò alla vedova una manciata di righe consolatorie: «Il suo lavoro, il suo nome, e ciò che tu sei stata per lui e per il suo genio, non moriranno». Stademan non fu un buon profeta: oggi quasi nessuno legge i libri di Harland, un autore che viene evocato il più delle volte unicamente in relazione allo «Yellow Book», la rivista inglese simbolo dello spirito fin de siècle di cui fu l’infaticabile direttore. Certamente l’americano non può essere considerato un gigante della letteratura – nella sua corposa bibliografia i libri o i racconti davvero meritori si contano sulle dita di una mano – tuttavia fu sufficientemente abile per essere apprezzato dal grande pubblico, capace inoltre di alcune intuizioni sulla resa stilistica dei maccanismi dalla memoria che anticiparono le migliori pagine di Proust.

Al pari di molti altri autori al tramonto del XIX secolo Harland era un uomo incline alla posa, avvezzo a nascondersi dietro la maschera del dandy e del bohemien, che provava un particolare gusto a far circolare sul proprio conto dicerie di ogni sorta (e in tanti – studiosi compresi – hanno continuato a prenderle per vere anche decenni dopo la sua morte). Nel tentativo di circondarsi di un’aura esotica, sosteneva di essere nato in Russia, a San Pietroburgo, ultimo discendente di una famiglia aristocratica, mentre in verità era venuto al mondo più prosaicamente a Brooklyn, il 1 marzo 1861, figlio di genitori di estrazione borghese. Suo bisnonno era emigrato dal Suffolk poco prima dello scoppio della guerra d’indipendenza e si era stabilito a Norwich, in Connecticut, dove aveva fatto costruire la grande dimora di Sentry Hill. Dal punto di vista religioso gli Harland erano unitariani anche se il padre di Henry, l’avvocato Tom Harland, in gioventù aveva manifestato una certa tendenza al libero pensiero; la madre, Irene Jones, aveva invece ricevuto una rigida educazione nel più puro stile quacchero.

“My Uncle Florimond” (1888)

Com’è lecito attendersi, su Henry, l’unico sopravvissuto di tre figli, si concentrarono tutte le aspettative dei genitori che fecero pressione per orientarlo verso una carriera in ambito medico. Nel 1877 il ragazzo iniziò dunque a frequentare il City College di New York. I risultati furono però disastrosi: i voti erano bassi e il giovane Harland si distinse solo per le continue insubordinazioni e l’alto numero di note di demerito. Nel 1880 decise di interrompere anzitempo gli studi e l’anno seguente, come ultima spiaggia, si iscrisse alla Divinity School dell’Harvard University solo per abbandonarla pochi mesi dopo. In questo periodo, ormai orientato verso la letteratura, a un compagno di college che gli aveva chiesto cosa avrebbe fatto una volta terminati gli studi, pare che Harland abbia risposto: «Mi piacerebbe diventare un poeta».

Dopo un lungo soggiorno in Europa nel 1883 – Henry amava l’Italia e la Francia, due paesi che visitò in svariate occasioni e di cui tradusse i migliori autori, tra cui la Serao – il padre gli procurò un impiego presso il proprio ufficio e l’anno seguente poté coronare il sogno di sposare Aline Herminie Merriman, la donna che gli sarebbe rimasta accanto fino alla fine dei suoi giorni (sebbene tra i due, stando a quanto raccontato da diversi testimoni, non fossero rari i litigi e le incomprensioni).

Harland in un disegno di Beardsley (1894 ca.)

Intanto nei ritagli di tempo Harland continuava a coltivare ambizioni letterarie e nel 1885 riuscì finalmente a esordire con un romanzo, As It Was Written, firmato con lo pseudonimo di Sidney Luska, un espediente inteso soprattutto a evitare la figuraccia in caso di insuccesso. Contro ogni previsione il libro, un pastiche di occultismo, ebraismo e atmosfere gotiche, fu apprezzato sia dal pubblico che dalla critica e al suo autore furono avanzate offerte di collaborazione da parte di svariati periodici. Harland non ci pensò due volte ad abbandonare il lavoro per dedicarsi anima e corpo alla scrittura, e negli anni seguenti diede fondo alla propria vena creativa per pubblicare altri romanzi, in bilico tra il realismo e il sensazionalismo romantico, tutti invariabilmente ambientati nel mondo ebraico di New York.

Al melodrammatico Mrs Peixada (1886) seguì The Yoke Of The Thorah (1887), forse il migliore tra i suoi primi lavori, in cui l’elemento ebraico non è solo una nota di colore ma è essenziale alla trama: la storia ha infatti per protagonisti due innamorati, un ebreo e una cristiana, ostacolati nelle loro intenzioni di matrimonio dal pregiudizio della famiglia di lui che vorrebbe vedere il ragazzo accasato con una donna del suo stesso credo. Se il successivo My Uncle Florimond (1888) – sulla cui copertina, sotto lo pseudonimo, tra parentesi, apparve per la prima volta il nome di Harland – si risolve in una semplice storia d’avventura per giovani lettori, più interessante è Grandison Mather (1889), un romanzo autobiografico incentrato sulla figura di un artista in crisi creativa.

Il primo numero dello “Yellow Book”

Perennemente in cerca di nuovi stimoli, in quello stesso anno Harland decise di partire per l’Inghilterra con la moglie. Si chiuse così il primo tempo della sua carriera d’autore: fatta salva una parentesi tra il 1902 e il 1904, non avrebbe mai più vissuto in America.

Trascorsa qualche settimana a Parigi e in Galles, la coppia prese casa a Londra, in un appartamento al n. 144 di Cromwell Road destinato a essere ricordato come uno dei punti di ritrovo simbolo del milieu letterario fin de siècle. Harland, che nel frattempo era diventato un pupillo del poeta e critico Edmund Gosse, riorientò la propria narrativa verso il naturalismo di uno Zola, con tocchi alla Henry James, riducendo all’osso le trame per lasciare maggior spazio alla speculazione filosofica. Accantonò in via definitiva anche il vecchio nome de plume, ma i tre libri che videro la luce tra il 1890 e il 1891, Two Voices, Two Women or One? e Mea Culpa, vendettero poco o nulla. Come se non bastasse, allo scrittore fu poi diagnosticata la tubercolosi, una malattia debilitante che lo costringeva a lunghe pause forzate dal lavoro, ma che almeno ebbe il merito di spronarlo a percorrere la via del racconto breve, un genere meno impegnativo e all’epoca di gran moda, che culminò in tre raccolte piuttosto apprezzate: Mademoiselle Miss (1893), Grey Roses (1895) e Comedies and Errors (1898).

Caricatura di Harland firmata da Max Beerbohm (1896)

Il vero annus mirabilis di Harland fu il 1894, quando venne pubblicato il primo numero dello «Yellow Book», la nuova rivista trimestrale da lui diretta. Frutto della coraggiosa iniziativa dell’editore John Lane, che intendeva proporre al pubblico un periodico nuovo, al passo con il gusto moderno, lo «Yellow Book» era dedicato principalmente alla letteratura e all’arte. Si distingueva dalla concorrenza non solo per il colore della copertina, un giallo acceso, ma anche per la particolare rilegatura che faceva somigliare ogni numero a un libro. Della cura grafica si occupava Aubrey Beardsley, reduce dai primi successi come illustratore. Alla redazione collaborarono quasi tutti gli scrittori più famosi del tempo tra cui, solo per fare qualche nome, Arthur Waugh, Max Beerbohm, Arnold Bennett, Ernest Dowson, George Gissing, Richard Le Gallienne, Olive Custance, Baron Corvo, Arthur Symons, H. G. Wells e William Butler Yeats. Lo stesso Harland contribuì con vari racconti e articoli, quelli più caustici firmati con lo pseudonimo “The Yellow Dwarf”. Unico assente illustre era Oscar Wilde, noto per disprezzare i romanzi dell’americano: quando quest’ultimo confessò all’acclamato autore del Ritratto di Dorian Gray di sentirsi nauseato ogni volta che terminava un nuovo lavoro, Wilde si era limitato a rispondere: «Non fatico a crederlo!».

Nonostante l’iniziale successo, i primi segnali di crisi si avvertirono già nel 1895, quando una campagna denigratoria seguita all’incarcerazione dello scrittore irlandese spinse lo «Yellow Book» ad arretrare dall’avanguardismo decadente verso un compromesso tra tradizione e innovazione. Temendo un danno d’immagine, molte delle firme più illustri presero le distanze dalla rivista e per acquietare gli animi Lane fu pure costretto a licenziare Beardsley. Più avanti nuovi problemi di natura economica condannarono lo «Yellow Book» a una fine prematura: l’ultimo numero, il tredicesimo, venne pubblicato nell’aprile del 1897.

“My Friend Prospero” (1904)

L’anno seguente Harland e la moglie furono accolti nella Chiesa cattolica aggiungendo i loro nomi a quelli di tanti altri intellettuali britannici che all’epoca fecero la stessa scelta. Secondo Aline il marito «era da anni, almeno nello spirito, in comunione con la vera Fede. Era quello che si suole definire un “cattolico intellettualmente convinto”. Aveva una mente fatta per la metafisica. Le lezioni di catechismo con padre Charnley, un gesuita, non sollevarono da parte di Henry nessuna obiezione o difficoltà perché, molto probabilmente, era già illuminato e convinto dei dogmi della Santa Madre Chiesa». Al di là di una certa attrazione per la bellezza della liturgia, a spingere lo scrittore verso la conversione fu forse l’esempio di Beardsley, appena scomparso, divenuto anch’egli cattolico nel 1897. Scrivendo il necrologio dell’amico, Harland – che in un’intervista del 1903 si autodefinì «un papista bigotto» – non mancò di ricordarne la profonda e sincera devozione.

La Chiesa di Roma è al centro anche degli ultimi tre romanzi dell’americano, contraddistinti dalle tinte pastello di un’ambientazione italiana di derivazione arcadica, un mondo idilliaco abitato da aristocratici in cui non vi è alcuno spazio per la bruttezza e lo squallore. The Cardinal Snuff-Box (1900), che si rivelò uno straordinario successo e che ancora oggi è il titolo più famoso di Harland, narra la storia di un giovane inglese che si converte al cattolicesimo grazie alla benevola influenza di un cardinale, zio della fanciulla che ama. Meno riusciti, Lady Paramount (1902) e My Firend Prospero (1904) si limitarono a ripetere la formula del loro predecessore, degni di menzione esclusivamente per alcuni brani in cui la liturgia della Chiesa è descritta in toni vivaci e commoventi.

Harland (1902 ca.)

Nel 1904 una serie di emorragie costrinse Harland a riparare a San Remo nella speranza di ottenere un qualche giovamento dal clima mite della costa ligure. Purtroppo fu tutto inutile: le sue condizioni andarono rapidamente a peggiorare fino alla morte, che giunse il 20 dicembre, quando aveva solo quarantaquattro anni. Prima di spirare ricevette il conforto dei sacramenti da padre von Egloffstein, un amico, e nella primavera del 1906 la sua salma venne trasferita in America per essere sepolta nel cimitero di Norwich. Come ultimo tributo alla memoria del marito, Aline – aiutata da Gosse – volle completare il manoscritto del suo ultimo romanzo, lasciato incompiuto, che venne pubblicato nel 1909 col titolo The Royal End.