di Lucrezia Giulia Nicotera

L’Empireo è un cielo di natura ignea «che contiene tutto e non è un contenuto. Eternamente
immobile, tutti i corpi […] vi si trovano in movimento». Capovolgimento di senso. A questo
proposito, G. K. Chesterton potrebbe venirci incontro: «Ora è questo che io propongo si dica
del cristianesimo; non pure che deduce verità logiche, ma se talora diventa illogico vuol dire
che ha trovato – diciamo così – una verità illogica. Non solo va dritto alle cose, ma va a traverso

(se così si può dire) quando le cose vanno a traverso» (Ortodossia, ed. Morcelliana).


Nel terzo trattato del Convivio (capitolo II) sta scritto: «Veramente, fuor di tutti questi (i cieli
astronomici), li cattolici pongono lo cielo Empireo, che è a dire cielo di fiamma o vero
luminoso; e pongono esso essere immobile per avere in sé, secondo ciascuna parte, ciò che la
sua materia vuole». Ciò significa che la concettualizzazione dell’Empireo non pertiene alla
materia astronomica, e neppure all’ordine della filosofia, bensì a quello della teologia. Pur
essendo un cielo materiale, differisce dagli altri a cagione della sua natura. In questa sede non
si parlerà di “parte”, di “porzione”, poiché il decimo cielo è assolutamente indivisibile. Se il
moto degli altri cieli è dovuto al fatto che la loro materia è in potenza rispetto al luogo,
l’Empireo ha da essere totalmente in atto.

È vero, nel Convivio stesso il poeta non vuol
scartare il termine “loco”, e ciò nonostante ammette che l’Empireo «non è in un luogo, ma
formato fu solo ne la Prima Mente, la quale li Greci dicono Protonoè». L’utilizzo del termine
“luogo”, come pure dello stesso termine “Empireo” – il quale, se ci facciamo caso, compare
appena una volta nel complesso del poema sacro – sembra essere giustificato da un atto di
interpretazione: «e Aristotile pare ciò sentire, a chi bene lo ‘ntende, nel primo de Celo et
Mundo». Altro non spiega. Su questo punto è bene chiarire che ci stiamo imbattendo in una
difficoltà dovuta al limite della conoscenza astronomica e teologica del suo tempo:
«Le difficoltà erano cominciate fin da quando si era voluto aggiungere alle sfere mobili di
Aristotele un cielo immobile, come doveva essere l’Empireo per servire da dimora a Dio e ai
beati. Bruno Nardi ne ha parlato con l’abituale precisione. Non se ne poteva uscire se non
ipotizzando l’Empireo come un corpo assolutamente uniforme e indivisibile, cosa difficile da
concepire. In ogni caso, restava da superare l’ulteriore difficoltà di trovare in Aristotele un
cielo che, servendo da luogo al resto, non fosse esso stesso nello spazio pur contenendo
oggetti, o esseri, che gli fossero in qualche modo inferiori. Aristotele non aveva fatto niente
di simile; non aveva aggiunto un cielo immobile al Primo Mobile la cui velocità era invece
straordinaria.

Seguendo i primi teologi che avevano posto l’Empireo immobile all’estremo
limite del mondo, Dante si metteva dunque in una situazione inestricabile. Il commento di
Busnelli e Vandelli che chiarisce il testo del Convivio alla luce dell’insegnamento di Alberto
Magno e di San Tommaso sullo stesso problema, induce a credere che a quell’epoca Dante li
conoscesse ancora solo in modo imperfetto. […] Ogni luogo del cielo, ogni dove, come ama
dire Dante, ogni ubi, è Paradiso, e questo spiega come, sebbene tutti gli eletti si trovino in
paradiso, non ricevano tutti lo stesso grado di grazia. Dante ereditava qui una terminologia
complessa, confusa e alla quale peraltro si doveva adeguare.

Gli si offrivano tre parole: cielo,paradiso ed empireo. Cielo è tradizionalmente la sede di Dio Padre: Pater noster qui es in coelis; è là che è asceso il Cristo dopo la resurrezione e l’uscita dagli inferi: et ascendit in
coelum. […] Paradiso è ugualmente imposto dalla tradizione religiosa: oggi sarai con me in
Paradiso (Luca, XXIII, 43); San Paolo è stato “rapito in Paradiso” (2 Cor., 12, 4). In
entrambi i casi il linguaggio è manifestatamente religioso e non astronomico; il cielo e il
Paradiso sono entrambe dimore di beatitudine prive di una qualsivoglia connotazione
spaziale.

Ma la confusione comincia a partire da San Paolo, che prima di essere stato rapito in
Paradiso annuncia che fu rapito “fino al terzo cielo” (2 Cor., 12, 2). Naturalmente qui il senso
del termine è astronomico ed è forse questa la principale causa della confusione tra le due
nozioni che regnerà a lungo tra i teologi, poiché se l’Apostolo fu rapito in Paradiso quando lo
fu al terzo cielo, bisognerà pure che quel cielo si trovi in Paradiso. Gli imbarazzi di Alberto
Magno e le acute prudenze di Tommaso d’Aquino per dissociare la nozione teologica di
Paradiso dalle connotazioni astronomiche della parola cielo non hanno forse altra origine.


Dante non è responsabile della situazione più di quanto non lo fossero i teologi.
Semplicemente, venuto dopo di loro, e molto meglio informato su tali questioni quando
scrisse il Paradiso di quanto lo fosse all’epoca del Convivio, ha saputo anch’egli navigare tra
gli scogli ed evitarne più d’uno tra i più visibili. Il terzo termine, empireo, era uno di questi.
Quando Dante dovette distribuire nel cielo le dimore dei beati, si trovò dunque invitato alla
prudenza, come prima di lui Tommaso d’Aquino».

La parola “Empireo” non si rifà alla tradizione scritturistica e per di più è rea di una
“materializzazione” del cielo di Dio. Adesso non gli resta che scegliere, in totale libertà, tra i
vocaboli “Paradiso” e “cielo”. Come si vede, “cielo” sarà perlopiù delegato al senso
astronomico, con particolare riferimento alle “sfere” di cui l’ordine del Paradiso è ripartito
secondo l’interpretazione di Aristotele e degli scolastici. Resta da risolvere un problema, «per
così dire, estetico»: come parlare di quanto viene dopo il nono cielo? Nel suo colloquio con
San Benedetto, Dante non ricorre al termine “cielo” né a quello di “Paradiso”, ma parla di
“sfera”. «Frate, il tuo alto disio / s’adempierà in su l’ultima spera, / ove s’adempion tutti li
altri e ‘l mio» (Par. XXII, 65-66). Questa (la sfera suprema) non è composta di parti, non ha
poli, non è collocata in uno spazio e «solo amore e luce ha per confine» (Par. XXVIII, 54).
Non è ammesso parlare di un “al di là” del Cristallino (o Primo Mobile), perché a quel livello
non esiste un “là”.

A tutto questo ci conduce la scala che si aperse alla vista di Giacobbe nella
Genesi, per mezzo della quale si abbandona ogni “dove”. L’Empireo cambia nome nel
momento in cui viene meno il suo statuto di dato astronomico distinto.

Si apre così un
registro di possibilità espressive che il Convivio non sembrava offrire, a motivo del suo
“materialismo”: “il regno santo”, “il beato regno”, “il mondo felice”, “il paese sincero”, “colà
dove gioir s’insempra”. Quel cielo senza luogo né durata, «fisicamente parlando, è un mito;
teologicamente parlando, una metafora», quanto è vero che non è da ricercarsi altrove che nel
pensiero di Dio