Tra tanto conoscendo Giovanni che si avvicinava l’ora della sua morte si confessò di nuovo e volle adorare la santissima Eucaristia, già che per la importunità del male non la potea prendere, onde gli fu portata in camera. Indi fece chiamare Antonio Martino suo successore nel carico dello spedale e gli raccomandò la cura degli orfani e de’ poveri vergognosi. Finalmente pregò quelle divote signore e tutti gli altri cavalieri e religiosi che circondavano il suo letto a lasciarlo solo. Si ritirarono per un poco. ma poi si accostarono alla porta e videro che si era vestito e stava fuori del letto in ginocchioni con un Crocifisso nelle mani. Stette così qualche tempo ed essi di nuovo serrarono la porta per lisciarlo orare quietamente. Quando finalmente l’udirono che diceva ad alta voce: “Gesù, Gesù, nelle tue mani raccomando lo spirito mio”, e nello stesso punto sentirono uscir di camera alcune persone invisibili. E accorgendosi che non chiamava né parlava più, entrarono tutti dentro e trovarono il beato Giovanni morto in ginocchio come già s. Paolo primo eremita col Crocifisso in mano e con una faccia da angiolo, con indicibil pianto e maraviglia di tutti. Seguì il suo glorioso transito dopo il mattutino del venerdì entrando nel sabato, agli 8 di marzo 1550 [1], essendo in età di cinquantacinque anni, tredici de’ quali avea speso in servizio de’ poveri.
Uomo veramente di Dio e vero esempio di quella carità evangelica tanto raccomandata da Gesù Cristo Signor nostro, vero suo imitatore e seguace nella mansuetudine, umiltà e pazienza sino alla morte. Rimase il cadavere in ginocchio senza appoggio alcuno per lo spazio di sei ore e in tal sito sarebbe restato se non gli avessero a forza stese le gambe per portarlo sulla bara a seppellire.
Divulgossi la morte per Granata e per tutti i luoghi d intorno e appena fatto giorno si riempi non solo la casa, ma tutta quanta la strada di persone d’ogni qualità. Giaceva il corpo sopra una ricca bara nella stessa camera ove era morto, mandando una fragranza di paradiso che durò nove giorni continui. Ivi furono eretti tre altari e vi furono celebrate di continuo messe fin che incominciossi il funerale.
[…]
Fu s. Giovanni di Dio nel numero di que’ pochi santi cui piacque a Dio stesso di preconizzare, anticipando direi quasi il solenne giudizio che la sua Chiesa ne doveva proferire, forse per non ritardare ai fedeli sia le grazie che per mezzo di lui ne voleva dispensare sia l’eccitamento che dai suoi esempi doveva venire ad una universale e generosa carità. Alla morte del Santo destossi intorno al sacro suo corpo una prodigiosa fragranza che si diffuse per tutta la casa e continuò per nove giorni non interrotti: infinità di popolo fu partecipe a tale prodigio e lo stesso Arcivescovo di Granata, il quale, maravigliato alle ripetute esperienze che ne fece, convenne colla dama Ossorio di convertire in cappella quella camera stessa, che divenne poi un vero santuario sì per la venerazione in cui era tenuta che per le grazie che Dio vi operava […] Dalle deposizioni di molti testimonj veniamo assicurati che siasi rinnovata la suddetta miracolosa fragranza per molti anni e principalmente dalla mezzanotte del venerdì al sabbato sera.
[…]
Ma se la camera il letto e le cose appartenenti a .s Giovanni spiravano un odore cosi soave, non si dovrà farne meraviglia se ancor maggiore ne esalava il suo corpo. Alcuni anni dopo la morte del Santo quando nel suo sepolcro, che era pur quello della famiglia Ossorio, si voleva deporre il cadavere d una damigella de’ cavalieri Pisas, straordinario così e sensibile fu il soave odore che ne usci, che portatane relazione ufficiale all’Arcivescovo si vietò che né quello né altro cadavere venisse deposto d’ora in avanti in quell’avventurato luogo. Ma continuando Iddio ad esaltar il sepolcro del suo Servo con altri prodigi, giacché prodigiosi lumi apparivano in quel luogo, venti anni dopo quel primo decreto, l’Arcivescovo don Pietro Guerrero, successore e nipote del primo, ordinò che il corpo del Santo venisse tratto da quel sepolcro e collocato in luogo più conveniente ed ecco che al levarsi della lapide rinnovasi all’istante il prodigioso odore e con meraviglia di tutti appare illuminato l’interno del sepolcro e agli occhi di tutti si presenta tosto bello e intatto colle sue vesti il sacro deposito come se allora vi fosse stato sepolto. Non è facile il descrivere quale concorso vi si suscitò, massime poi quando un povero infermo dal braccio attratto, che per la folla non poteva accostarsi al sacro corpo, invocando da lungi con lamentevol voce il Santo, di repente sotto gli occhi de’ circostanti si trovò risanato.
La fama di tanti prodigi rapidamente si diffuse anche oltre la Spagna ea venerare quelle sacre spoglie vi accorrevano d’ogni parte distinti personaggi che istantemente ricercavano di vedere per anche bearsi in quel grato odore che sempre ne esalava.

(Autore ignoto, Vita di S. Giovanni di Dio fondatore dell’ ordine ospitaliere de’ Padri Fatebenefratelli, Tipografia Armena di San Lazzaro, Venezia, 1865, pp. 117-126)
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

[1] Da un pio autore qui si rimarca qual mirabile combinazione come l’anno della morte di san Giovanni di Dio fosse quello stesso in cui nacque a Bocchianico, nell’Abruzzo, s. Camillo di Lellis, quell’altro tenero protettore e padre de’ poveri infermi, che principalmente e più direttamente mirando al loro spirituale vantaggio, si fece poi sacerdote e instituì l’Ordine de’ Chierici Regolari Ministri degli Infermi, che con particolar voto e zelo sempre si sacrificarono all’assistenza soprattutto degli agonizzanti anche fra gli orrori della peste. Né qui vuolsi omettere l’Instituto di s. Vincenzo de Paoli, che per una combinazione non meno mirabile tiene evidente relazione col nostro caro Santo e col di lui Ordine, giacché fu nell’ospedale de’ Fatebenefratelli in Roma che s. Vincenzo de Paoli essendosi ricoverato dopo la schiavitù di Tripoli coll’apostata suo padrone convertito, mentre questi facevasi religioso di s. Giovanni di Dio egli nutriva i primi pensieri di quella grande instituzione delle Suore della Carità che coi prodigiosi sacrificj di un cuore già tutto sensibilità dalla grazia e dalla religione sublimato ad eroica virtù fanno il più eloquente elogio dell’evangelica perfezione il più bel trionfo della cattolica Chiesa.

Immagine: Alonso Cano, S. Giovanni di Dio, 1653-57, Archivo – Museo San Juan de Dios, Granada / scuolaecclesiamater.org