Volentieri – in particolare in questi tempi di scientismo approssimativo e fideistico – offriamo ai lettori alcuni estratti del capolavoro La crisi del pensiero moderno e le basi della fede di Mons. G. Ballerini:


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Altra cosa è dunque che il fisico non si occupi di ciò che eccede i dati della esperienza, altra cosa che si creda in diritto di negare o disconoscere ciò che eccede i limiti stessi della esperienza; come altra cosa è che il matematico non si interessi che della quantità, ed altra cosa è che egli neghi o disconosca tutto ciò che non si riferisce alla quantità. È perciò tre volte ridicola la speranza del Ribot, del Berthelot, dell’Ardigò, del Morselli ed in generale di tutti i positivisti, che più nulla debba restare alla metafisica dopo che le scienze sperimentali avranno conquistate tutte le province del sapere. Appunto perché le scienze sperimentali devono stare ai fatti e non possono interessarsi dell’al di là, non potranno mai conquistare tutte le province del sapere.

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Lo stesso direttore della Revue scientifique, il signor Richet, polemizzando anni fa con Ferdinando Brunetière sulla bancarotta della scienza atea e materialista, fu costretto a scrivere: «Quand’anche telescopi e microscopi meravigliosi ci permettessero di vedere mille volte di più, non vedremmo tuttavia che delle apparenze e forme, non il perché della materia e della vita. Perché una ghianda piantata in terra diventa una quercia? Ecco un problema proposto tante volte, e semplicissimo, e che, senza dubbio, non si arriverà mai a risolvere. Si descriveranno le forme successive di transizione fra la ghianda e la quercia con una precisione sempre più scientifica; ma il perché di queste transizioni sfuggirà sempre ad ogni presa»[1]. Ed altrettanto dichiarava il prof. Grassi nel suo discorso di prolusione sull’origine della vita[2]; altrettanto il prof. Luciani nelle sue lezioni di fisiologia su l’uomo[3]; altrettanto, insomma, ogni scienziato coscienzioso e non settario.

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E se non fosse che mi dilungherei troppo dal mio assunto, potrei anche dimostrare che l’aborrita metafisica – che l’al di là del fatto o fenomeno – scaturisce persino dalla natura stessa della scienza sperimentale. Non solo perché il fenomeno, come fenomeno, dice rivelazione o manifestazione della invisibile forza che lo produce; ma perché le stesse cognizioni empiriche non divengono scientifiche, se non quando la ragione ha scoperto il rapporto dinamico o nesso causale che passa fra il fenomeno e il principio da cui deriva. Sicché non solo le cagioni ultime e soprannaturali, ma anche le cause prossime e naturali, ci portano alla conoscenza dell’al di là dei fatti o fenomeni percepiti dai sensi.

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[1] In Revue scientifique del 12 gennaio 1895.

[2] Cfr. Rivista d’Italia del giugno 1906.

[3] «Con la ricerca delle condizioni materiali dell’attività dell’anima, la fisiologia si rannoda con le scienze morali. Nell’analisi scientifica dei
fenomeni psico-fisici, la fisiologia del secolo vigesimo procederà tranquillamente senza preoccupazioni e senza pregiudizi. Essa non sarà guidata, come quella del secolo passato, dall’odio contro la fede nella spiritualità dell’anima. Questa credenza non gl’impedisce affatto di riconoscere che l’esplicazione delle forze psichiche, anche per quanto riguarda l’indirizzo etico, dipende in gran parte dal sostrato somatico. Quanto più, coi progressi della nostra scienza, riusciremo a disvelare le energie latenti negli esseri viventi in generale, nella psiche umana in particolare, tanto più forte e chiaro si farà in noi il sentimento, tanto più prepotente la fede scientifica, che dietro il mondo delle apparenze esista il mondo delle potenze, rispetto alle quali la coscienza sensoriale e l’umano sapere non sono che un semplice simulacro». Luciani, Fisiologia dell’uomo, 2a ediz., vol. III, pag. 639. Milano, Soc. Ed. Libraria.