di Luca Fumagalli

Per chi fosse interessato ad approfondire l’opera di Evelyn Waugh e quella di molti altri scrittori cattolici inglesi si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto: http://www.edizioniradiospada.com/component/virtuemart/ecommerce/dio-strabenedica-gli-inglesi-note-per-una-storia-della-letteratura-cattolica-britannica-tra-xix-e-xx-secolo-308-detail.html?Itemid=0

Nel 1935, mentre il corteggiamento di Laura Herbert, la donna che sarebbe diventata sua moglie, stava dando i primi incoraggianti frutti, un Evelyn Waugh a caccia di soldi facili accettò l’incarico di inviato speciale per il «Daily Mail» con lo scopo di seguire l’invasione italiana dell’Etiopia. Il giornale inglese aveva appena perso il suo reporter di punta, Sir Percival Philips, e Waugh sembrava un rimpiazzo più che adeguato dal momento che, oltre all’indubbio talento letterario, aveva dalla sua il pregio – assai raro nella Fleet Street dell’epoca – di aver già visitato quei territori nel 1930, in occasione dell’incoronazione dell’imperatore Hailé Selassié (l’episodio è raccontato per esteso nel volume Remote People, del 1934, poi riproposto nel 1946 in When the Going was Good, tradotto in italiano col titolo Quando viaggiare era un piacere). A favore di Waugh giocavano pure le sue impopolari convinzioni politiche, del tutto simili a quelle del proprietario del «Daily Mail», il visconte di Rothmere. Come scrive Philip Eade in Evelyn Waugh. A life Revisited: «Evelyn poteva essere annoverato tra gli inflessibili sostenitori della posizione filo-italiana di Rothmere, che considerava Mussolini una barriera contro Hitler e l’Abissinia un paese selvaggio alla mercé di un governo violento e capriccioso, incapace di eliminare le sue sacche di illegalità».

Dal punto di vista giornalistico l’avventura di Waugh in Africa si risolse in un clamoroso fallimento. Scrisse solo una manciata di articoli, tra l’altro di scarso interesse, colpevole inoltre di essersi lasciato stupidamente sfuggire l’unico vero scoop dell’intero conflitto: tale Francis Rickett, misterioso agente di una compagnia anglo-americana, aveva tentato di ottenere i diritti di sfruttamento delle risorse di metà Etiopia; ciò avrebbe costituito per Stati Uniti e Inghilterra un vantaggio commerciale notevole che i due paesi avrebbero verosimilmente difeso mantenendo l’imperatore sul suo trono. La notizia, ampiamente sopravvalutata, per qualche giorno infiammò il dibattito sui principali giornali inglesi salvo poi finire rapidamente nel dimenticatoio. Le proteste del «Daily Mail» contribuirono alle dimissioni di Waugh che, prima di tornarsene a casa, si fermò per il Natale a Betlemme, quindi visitò Baghdad, Damasco e infine Roma, dove ebbe modo di intervistare Mussolini, rimanendone favorevolmente colpito.

Il viaggio in Etiopia non fu tuttavia un completo fiasco: lo scrittore, infatti, si ritrovò con materiale sufficiente per ben due opere. Nel 1936, dopo un’ulteriore visita in loco, vide la luce un libro di viaggio, In Abissinia (Waugh In Abyssinia), mentre un paio d’anni dopo venne pubblicato il romanzo L’inviato speciale (Scoop), una satira dei corrispondenti esteri e del loro giornalismo sensazionalista.

In Abissinia – tradotto in alcune vecchie edizioni italiane anche come Waugh in Abissinia – ha dalla sua una prosa sfavillante. Le pagine, zeppe di descrizioni incantevoli che si alternano senza soluzione di continuità ad affondi caustici, testimoniano l’inconfondibile vena ironica dello scrittore. Chi legge è trasportato tra la polvere di un mondo esotico quanto terribile, volutamente demitologizzato, un’Etiopia caotica che sa di immondizia e di sudore, lontanissima da quel paradiso terrestre dipinto, più o meno maliziosamente, da molte anime belle del tempo che mal digerivano la mire espansionistiche italiane. Ciononostante nemmeno «l’uomo bianco» – spesso una sanguisuga priva di scrupoli – sfugge alle critiche dell’inglese, che fustiga anche i giornalisti europei intenti ad abbellire articoli infarciti di banalità o a riprendere con le cineprese falsi scontri inscenati ad arte.

Il volume di Waugh offre dunque una prospettiva diametralmente opposta rispetto a quella espressa dall’ amico Graham Greene nel suo analogo Viaggio senza mappe (Journey Without Maps), anch’esso datato 1936. Se quest’ultimo, nota Humphrey Carpenter in Brideshead Generation, conclude la sua opera «non solo con un giudizio disperante a proposito dell’influenza dei colonizzatori sui nativi, ma pure con dubbi sulle prospettive della stessa società europea», per Waugh «l’Africa è al suo stato naturale barbara e arretrata, perciò si dovrebbe applaudire ogni sforzo per importarvi la civiltà europea».

A onor del vero lo scrittore inglese non mette sullo stesso piano tutte le potenze colonizzatrici, anzi, non manca di fare dei distinguo, e nell’ultimo capitolo di In Abissinia, significamene intitolato “La strada”, spende parole d’elogio per il genio civilizzatore italiano, a suo giudizio davvero unico: «È una cosa nuova in Africa, anzi è una cosa che non si è mai vista in nessuna parte negli ultimi duecento anni, tranne che negli Stati Uniti d’America. La colonizzazione inglese è stata sempre l’espansione della classe dirigente. […] È stata sempre un movimento aristocratico […]. Ma l’occupazione italiana dell’Etiopia è l’espansione di una razza. È cominciata con la guerra, ma non è un movimento militare come l’occupazione francese del Marocco. È cominciata con l’annessione di fonti potenziali di ricchezza, ma non è un movimento capitalistico come l’occupazione britannica delle miniere d’oro in Sudafrica. È accompagnata dalla diffusione dell’ordine e delle regole civili, dell’istruzione e della medicina in un luogo squallido, ma non è prima di tutto un movimento umanitario come l’occupazione britannica dell’Uganda. Il paragone migliore che si po’ fare, nella storia recente, è con la grande spinta verso occidente degli americani, che hanno espropriato le terre delle tribù indiane e hanno creato nuovi pascoli e nuove città in terre desolate». Detto ciò, Waugh procede a grandi falcate verso l’epilogo, forse un po’ troppo enfatico, ma in linea con quanto espresso nel corso dei capitoli precedenti: «Lungo quelle strade passeranno le aquile dell’antica Roma, come già erano venute fra i nostri selvaggi antenati in Francia, in Britannia e Germania, portando con sé un bel po’ di macerie e di nefandezze, e molte parole volgari e gravi sventure per i singoli avversari. Ma al di sopra e al di là di tutto ciò, e in misura di gran lunga predominante, porteranno i doni inestimabili dell’abilità tecnica e di una limpida capacità di giudizio, che sono le due qualità fondamentali dello spirito umano, e le sole grazie alle quali, con l’aiuto di Dio, l’uomo può crescere e prosperare».

Come prevedibile, in Inghilterra la pubblicazione di In Abissinia suscitò reazioni contrastanti. La stampa cattolica ne fu entusiasta, ma molti altri puntarono il dito contro Waugh, accusato di minimizzare gli effetti devastanti prodotti dai gas tossici impiegati dall’esercito italiano e di passare volutamente sotto silenzio i metodi brutali del Viceré Graziani, descritto nel libro quale «uomo estremamente affascinante e ragionevole». La polemica continuò anche negli anni successivi e nel 1946, sulle colonne dell’«Horizon», apparve una recensione firmata dalla scrittrice Rose Macaulay in cui In Abissinia veniva addirittura liquidato come «un trattato fascista». Tale giudizio appare francamente esagerato, anche perché già all’epoca della pubblicazione del volume Waugh stava iniziando a prendere le distanze da Mussolini e dal suo regime, quasi presentendo l’alleanza con l’odiato Hitler. In una lettera del 4 agosto 1936 a Katherine Asquith ammise che «era bello essere filo-italiano quando ciò era impopolare e (pensavo) una causa persa. Ora ho poca simpatia per questi fascisti esultanti». Gli anni successivi, con il tiepido appoggio al franchismo spagnolo e l’arruolamento volontario durante la guerra, avrebbero ampiamente dimostrato le sue mutate posizioni politiche.