Nota di RS: Nel Dante Day (un anglicismo per celebrare il Sommo Poeta, sic) o Dantedì, giornata in cui il governo italiano ha inteso collocare i festeggiamenti per il settecentenario dantesco, stiamo osservando una pletora di interventi, convegni in streaming, letture benignane al Quirinale dedicate a Dante Alighieri.
Ma quanto è davvero compreso Dante dalla cultura accademica che oggi se ne proclama interprete?
Una questione che si poneva già 88 anni fa l’intellettuale strapaesano Giovanni Papini, affermando che nell’Italia degli anni ’30 tra l’opera dantesca e la cultura del tempo l’interlocuzione fosse praticamente impossibile.



«Alcuni adulatori di loro stessi e dell’Italia contemporanea hanno inventato questa legge: quando l’Italia è stata grande ha studiato molto Dante.
Corollario: il nostro tempo si occupa moltissimo di Dante, dunque il nostro tempo è grande e noi, che ci occupiamo di Dante, partecipiamo di questa grandezza.
Questo ragionamento implicito dei nostri dantisti è molto confortante e per loro e per l’Italia, ma si vede subito ch’è costruito sopra una parola equivoca: quella di studio.
Leviamo dunque di mezzo, una buona volta, questo equivoco, per quanto gradito e fruttuoso possa essere. Se per studiare Dante s’intendesse comprendere, intuire, rivivere la Divina Commedia; se volesse dire accostarsi alla grande anima dell’Alighieri e, starei per dire, imitarlo come i cristiani fanno con Cristo; se significasse sentire davvero quel che c’è di titanicamente sovrumano nella concezione di questo uomo di penna, di questo priore fiorentino che ad un tratto si fa giudice di tutte l’età e creatore d’un altro mondo, allora capirei che si chiamasse grande una nazione capace di produrre simili intenditori, i quali mostrerebbero di possedere almeno qualche riflesso dell’enorme genio dantesco.
Ma se guardiamo attorno e vediamo quello che s’intende per studio di Dante; se ci inoltriamo per qualche tempo nella macchia di bibliografie, di esegesi, d’interpretazioni, di raffronti, di chiose, di rivelazioni, di commenti, di rompicapi che i dantisti hanno fatto crescere intorno al terribile Poema; se penetriamo un poco i motivi, le origini, i fini e i risultati di tutto questo fervore filologico e storico; se riconosciamo in tutti una mentalità null’affatto dantesca ma semplicemente dantista o dantomaniaca allora siamo costretti a sorridere degli adulatori e degli adulati. Bisogna pur avere il coraggio, una volta o l’altra, di proclamare che l’Italia d’oggi non può comprendere la Divina Commedia. E non perché manchino ingegni ma perché mancano proprio gli ingegni del tipo dantesco, e perché il clima spirituale dei nostri tempi è ormai troppo diverso da quello del secolo decimoterzo.
Dante, già nel tempo suo, non era uno spirito tipicamente italiano. La sua triste fierezza, la sua fede imperiale, la sua grandiosità di visione e soprattutto la sua serietà suggeriscono qualcosa di etrusco o di germanico piuttosto che di latino.
Dante non era uomo pratico: era uomo di visioni e di visioni soprattutto etiche e mistiche, cioè religiose. Basta confrontarlo con le anime della dinastia paganeggiante della letteratura italiana — Petrarca, Boccaccio, Ariosto — per accorgersi subito del contrasto che c’è fra la sua anima cupa, austera, credente e quella gaia, leggera, un po’ scettica, che ha dato il tono all’Italia fino a noi. La dinastia degli spiriti danteschi è stata più breve: soltanto Michelangiolo ha saputo pareggiar l’Alighieri dipingendo nella Sistina l’unica illustrazione degna che abbia avuto la Divina Commedia. In tempi più vicini s’è visto qualche baleno della tradizione dantesca sotto il cipiglio di Foscolo e nell’ira giacobina del Carducci, ma non c’è stato uomo che abbia potuto dirsi il continuatore se non l’eguale di quei due massimi modellatori dell’arte e della mente nostra.
L’anima dell’Italia presente è piuttosto pratica e irreligiosa, prudente e leggera, amante delle melodie eleganti, delle sciocchezze decenti, delle facezie eleganti, dei rapidi guadagni e della politica del raggomitolamento. Il Cristianesimo non è più una grande forza viva, ma non c’è neppure abbastanza fede anticristiana per produrre, in fatto di arte, qualcosa di meglio dell’Inno a Satana.
L’anima italiana vive di compromessi e di mezzi sentimenti. Quelli che fanno parte da sé stessi e hanno il coraggio di condannare con acerbe parole, come fece Dante, i loro antenati e contemporanei, sono tenuti in sospetto e designati all’ignominia. Il libro sacro dell’Italia contemporanea non è la Bibbia, non è la Divina Commedia, ma il Galateo, l’arte di far sudicerie senza che gli altri se ne accorgano.
Come volete adunque che un popolo siffatto possa innalzarsi a Dante? Arriverà a far commenti zeppi di sofismi e di citazioni, conferenze capaci d’attirar le signore, riviste di quisquilie e di rebus, vocabolari utili, edizioni critiche, manuali bibliografici; arriverà, forse, anche a gustare la sobria bellezza di certe terzine famose, ma resterà sempre lontano da quel mondo di fedeli e di santi che trovò la sua voce nella rude poesia del visionario fiorentino.
Per entrarci bisogna avere un’anima seria e coraggiosa, nemica delle mezze misure e dei complimenti, e soprattutto cristiana.
Bisogna rifarsi una virilità spirituale, odiare molte cose che oggi si amano, lasciare i perditempi delle controversie sottili e delle interpretazioni cabaliste. I nostri dantisti, dal primo all’ultimo, sono incapaci di tali ascensioni. Il loro amore per Dante non va molto più in là del loro schedario. Tra i moderni soltanto Carlyle, De Sanctis e Carducci hanno saputo scrivere qualche pagina su Dante che valga la pena di esser ricordata.
Tutti i nostri dantisti celebri, il Del Lungo, lo Scartazzini, il Torraca, il Casini, il Parodi, lo Zingarelli, il D’Ovidio, fanno della storia, dell’erudizione, della bibliografia, dell’ermeneutica, della filologia, della casuistica, dell’enimmistica, tutto quello che volete, ma non certo della penetrazione dantesca.
Essi preparano le loro povere fascine di frùscoli intorno al tempio, ma non hanno il fuoco necessario per incendiarle sì da illuminare colle fiamme le tre misteriose navate fino all’altare del loro Dio.
Come si spiega dunque l’innegabile operosità dantistica del nostro paese? Si spiega facilmente quando si comprenda quello ch’è veramente il dantismo, cioè non passione effettiva di una razza per il poeta che le ha dato un de’ primi posti nel regno dello spirito, ma semplice trasformazione di attività dedicate prima ad altri scopi. Queste attività si son manifestate in passato in queste forme: Casuistica, Accademia e Filologia classica.
C’è sempre, in un paese di vecchia coltura come l’Italia, un certo numero di persone adatte allo spaccamento dei capelli, alla soluzione degli enimmi, ai giochi di prestigio delle glosse, alla scoperta dei doppi e dei triplici significati. Queste persone si sono esercitate, un tempo, intorno al diritto, alla teologia, alla morale, ai testi classici ma in tutte queste esercitazioni hanno mantenuto il loro gusto per quella specie di casuistica dialettica e capziosa che si compiace delle questioni difficili, dei passi oscuri e dei problemi insolubili.
Oggi che la teologia e la morale son meno popolari e meno remunerative, una parte di queste persone ha trovato la sua pastura nella Divina Commedia, ed è a loro che dobbiamo le infinite ciarle sul piè fermo, sul Pape Satan aleppe, sul disdegno di Guido, su colui che fece il gran rifiuto e simili.
I discettatori di codesta sorta sono i responsabili di quella fallacia di prospettiva estetica nella quale molti cadono leggendo il Poema. L’attenzione viene attirata sui passi più oscuri e scabrosi e si forma così l’idea, vedendo tutto il lavoro che vi si consacra, che quelli siano i più importanti mentre altri, meno tormentati e spesso più belli, vengon passati via senza la necessaria meditazione. A questa classe di sotterratori della Divina Commedia appartengono anche coloro che, golosi di allegorie e di simboli, cercano le porte nascoste del gran poema, il cifrario segreto della Minerva oscura, come ha fatto anche Giovanni Pascoli. Le forme oratorie e teatrali del dantismo si spiegano poi con un altro gusto ch’è stato sempre molto vivace in Italia dopo il quattrocento: quello delle accademie.
Ai nostri tempi le accademie letterarie sono state sopraffatte nella stima della gente da quelle scientifiche. Ma i letterati non hanno potuto perdere a un tratto i vecchi vizi e il dantismo, colle sue conferenze, le sue letture pubbliche, le sue società di specialisti ha tornito bella e vasta materia d’espettorazioni accademiche. La “Lectura Dantis” che s’è sparsa rapidamente per tutta l’Italia e alla quale hanno preso parte tutti i dantologi di cui si vanti o si vergogni l’Italia, è stata una delle nuove incarnazioni dell’eterno accademico professionale. Dante è stato uno dei pretesti per rinfrescare gli arsenali e i repertorii dei nostri rivenditori di rettorica.
L’altra attività che ha deviato verso il dantismo è stata, come ho detto, quella filologica. Fin dal tempo dei primi umanisti l’arte della chiosa è stata fiorente in Italia. Nell’ultimo secolo la Germania ci ha riconfortati agli studi minuti e precisi attorno ai testi, alle edizioni critiche, alle comparazioni, alle spiegazioni delle opere del lontano passato. Fino a un certo tempo s’era creduto che solo gli antichi fossero degni di tali fatiche, ma col crescere dell’offerta di lavoro erudito gli antichi non son bastati più e allora s’è costituita, accanto alla filologia classica, una filologia moderna della quale il dantismo è una delle sezioni più frequentate. Certuni che in tempi più remoti si sarebbero consacrati a ristabilire il testo di Pindaro o a ricostruire la biografia di Plauto, oggi, per la cresciuta concorrenza, raccolgono le varianti del De Vulgari Eloquio e seguono le tracce dell’Alighieri nel Casentino. Che codesta gente, cioè, non è chiamata allo studio di Dante da qualche istinto prepotente e profondo, ma unicamente dalla necessità di farsi dei titoli per concorsi e cattedre, senza curarsi troppo se valga la pena di studiare Dante piuttosto che un grammatico alessandrino. Alcuni di questi eruditi in cerca d’occupazione formano quella società che sta preparando l’edizione critica e definitiva delle opere dell’Alighieri, la quale non riuscirà, temo, a darci una gioia di più, malgrado le oscure fatiche di un Rajna o di un Vandelli; e vi appartengono quei professori di scuole medie, nonché neo-dottori e laureandi, che ammonticchiano le loro note, le loro memorie e i loro contributi nel «Giornale dantesco» e in altri simili magazzini della «dantologia esatta».
Il dantismo, dunque, studiato nei suoi fattori, non è manifestazione di un ritorno sincero al mondo dantesco e all’altitudine dell’anima dantesca ma nient’altro che la rifioritura o il prolungamento di abitudini letteratesche e pedantesche che da molti secoli infieriscono in Italia.
Tutto questo, naturalmente, vale per il dantismo in buona fede. Se si dovesse denunziare tutto quello che c’è di vanità puntigliosa, d’interesse personale, di amor della moda, di rivalità di carriera dietro molti libri e molti scritti di dantisti bisognerebbe essere anche più severi.
Ma son cose che non accadono solo per il dantismo e solo in Italia.
Quello ch’è più particolare al dantismo, e soprattutto al dantismo italiano, è quella ridicola superbia di essere un segno di grandezza nazionale e una grande officina di alta coltura spirituale.
Superbia non del tutto ridicola in quanto superbia, ma in quanto è sproporzionata alla misura delle piccole anime dei professori che si occupano di cose dantesche. Io non pretendo che questi dotti signori smettano di commentare Dante secondo i loro deboli mezzi.
Ma che non vengano a dirci, in nome d’Iddio, che ponzando le loro note essi capiscono il grande veggente e lo fanno capire agli italiani.
Fra un tal poeta e simili scoliasti c’è una siepe di fiamme simile a quella che il loro Dante seppe attraversare sulla vetta del Purgatorio.»

Giovanni Papini, Dante Vero, Editrice Fiorentina, Firenze, 1933