di Andrea Giacobazzi

In questi tempi cupi e concitati, permettete che narri una piccola storia, sicuramente non gravosa per chi vorrà leggerla.
Siccome ha destato l’interesse di alcuni, la racconterò.

Ebbene: dopo diversi anni trascorsi dai miei primi esercizi spirituali, attorno all’ultima settimana del 2020, presi la risoluzione di chiudermi in una casa religiosa ove condurre il ritiro per i classici cinque giorni del metodo di Padre Francisco de Paula Vallet.
La scelta si orientò rapidamente verso il priorato di Montalenghe che proprio a inizio marzo avrebbe raccolto un gruppo nutrito di esercitanti.
Cadendo il periodo in piena Quaresima si sarebbe sovrapposto con il fioretto di non fumare sigari (che consumo sporadicamente).
Decisi però in maniera preventiva che mi sarei concesso una singola eccezione per un un solo sigaro da fumare dopo la confessione generale. In fin dei conti l’avevo stabilito prima di iniziare il fioretto ed era un piccolo premio che, almeno simbolicamente, potevo accettare malgrado l’austerità del tempo e degli esercizi stessi.

Giunto alle soglie della partenza feci ampia mente locale su tutto ciò che in quei giorni di silenzio e meditazione avrei dovuto potare: spazzolino, preso; dentifricio: preso; preso questo, preso quello; scatola dei sigari toscani: presa!

Appena partito in auto la giornata tersa e luminosissima mi fece render conto della prima dimenticanza: gli occhiali da sole per l’autostrada.
Poco male.
Giunto al priorato mi resi presto conto della seconda dimenticanza: la corona del Rosario.
E qui iniziavamo ad andare sul grave, dal momento che certo a casa non ne mancano e che sulla macchina che uso di solito ne ho sempre una.
Pazienza, conterò con le dita.

Iniziano gli esercizi e scorrono bene, almeno credo, addirittura meglio di come immaginassi.
Mi concentravo abbastanza sulle istruzioni ma – lo confesso – di quando in quando la mia mente andava a pregustare il tabacco.
La data fatidica del mercoledì si avvicinava ed ecco che all’uscita della confessione generale, una volta praticata la penitenza, non restava che andare in auto a prendere il sigaro.
Mi dicevo: “Una piccola pausa di fumo, poi mi rimetto negli esercizi per i restanti tre giorni, forza!”. 

Arrivato in auto apro la scatola ed ecco la terza dimenticanza: c’è il sigaro ma manca l’accendino.
E adesso come lo accendo? Chiedere ai preti non posso, sono ancora impegnati nelle confessioni, poi c’è il silenzio,  no, non se ne parla.
Domandare agli altri esercitanti neppure, non si può violare le regole per una cosa così.
Ci sarebbero i volontari della cucina ma… come faccio? Poi è metà pomeriggio, dove li trovo? No, no.

A quel punto mi balza in mente la malsana idea. In effetti, pensandoci bene, in chiesa davanti alla bella statua di San Giuseppe ci sono i lumini e un piccolo accendino nero per accenderli.
Però mica posso accendermi il sigaro in chiesa, ancor più davanti agli altri esercitanti che, in penitenza, pagano la pena temporale dei loro peccati.
Alla temerarietà avrei aggiunto il sacrilegio: non un’ottima idea a ridosso di una confessione generale.
Come fare quindi?

San Giuseppe, abbi pazienza! Lascio il sigaro appoggiato alla finestra della chiesa, sperando che il vento non lo porti via.
Volo dentro, con una certa nonchalance mi dirigo al tavolino davanti alla statua, prendo l’accendino, esco, accendo il sigaro.
Lo rimetto sulla finestra sperando ancora nella clemenza del vento ma – soprattutto – nella persistenza della brace (è questione di poco). Volo ancora dentro, genuflessione, tavolino, genuflessione, fuori.
Il sigaro ha retto! Grazie San Giuseppe.

Un po’ trafelato, un po’ perplesso ma molto felice mi incammino in una nuvola di fumo verso il giardino interno.
Prendo una sedia, la giro verso il tramonto, mentre il Sole scende dietro le Alpi.
E fumo in pace.

Mentre son lì penso – ed è la cosa che conta di più in questa storia – quanto siano belli e importanti gli esercizi spirituali.
E quanto sia obbligato a dirlo a tutti, soprattutto a voi che leggete.


Immagine in evidenza: Foto di Roman Pohorecki da Pexels / L’autore dell’articolo precisa che il sigaro è diverso.