di Luca Fumagalli

Continua con questo secondo articolo una breve biografia in quattro parti del cardinale inglese Henry Edward Manning (1808-1892), l’amico-nemico di J. H. Newman, famoso per le posizioni dottrinali intransigenti e per essere stato con le sue opere a sostegno dei più poveri e degli emarginati uno degli ispiratori dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.

Per chi si fosse perso il primo articolo, intitolato Il periodo anglicano: https://www.radiospada.org/2021/04/henry-edward-manning-le-opere-e-i-giorni-di-un-grande-cardinale-vittoriano-prima-parte-il-periodo-anglicano/

Prima di iniziare, per approfondire la figura di Manning e quella di molti altri intellettuali del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto: http://www.edizioniradiospada.com/component/virtuemart/ecommerce/narrativa/dio-strabenedica-gli-inglesi-note-per-una-storia-della-letteratura-cattolica-britannica-tra-xix-e-xx-secolo-308-detail.html?Itemid=0

4. La mancata polemica con Newman

Manning era in cerca di certezze dottrinali e, allo stesso tempo, iniziava ad accorgersi di come la Chiesa d’Inghilterra fosse impotente, ormai ridotta a mero strumento politico nella mani del governo. Per il momento, comunque, si rifiutava di accettare la conclusione di Newman che la lotta per dimostrare la cattolicità dell’anglicanesimo fosse una causa persa. Come confidò per lettera al suo nuovo mentore, il Reverendo Robert Wilberforce – che sarebbe morto nel 1857 da cattolico, poco prima dell’ordinazione sacerdotale – «Mi pare che la nostra teologia sia nel caos, non abbiamo principi, nessuna forma, nessun ordine, o struttura, o scienza. Mi sembra inevitabile che ci debba essere una tradizione evangelica intellettualmente vera ed esatta, e che la teologia scolastica costituisca (più o meno) una simile tradizione. Noi l’abbiamo rigettata e non l’abbiamo sostituita con niente».

Qualcosa iniziò a mutare nel suo atteggiamento quando, poco dopo l’ingresso ufficiale nella Chiesa di Roma, nel 1845, Newman pubblicò An Essay on the Development of Christian Doctrine: il suo obiettivo principale era quello di dimostrare la ragionevolezza, da parte cattolica, nel predicare dottrine apparentemente senza alcun legame con le pratiche della Chiesa primitiva; nel fare ciò Newman colse pure l’occasione per attaccare l’anglicanesimo. Per Gladstone era assolutamente necessaria una risposta e non ci pensò due volte a contattare Manning che sapeva essere, nel mondo anglo-cattolico, lo spirito più pugnace. L’Arcidiacono si mise subito al lavoro, ma i dubbi e le esitazioni lo fecero vacillare al punto che il manoscritto non vide mai la luce. Sebbene considerasse An Essay un lavoro di puro genio, la sua indole, istintivamente attratta dai principi immutabili, gli fece intuire prima di altri che Newman si stava avventurando su un terreno scivoloso («La sua mente è sottile fino all’eccesso»). Più che dalla teoria dell’evoluzione dei dogmi Manning fu dunque colpito dalle argomentazioni dell’amico che, tra storia e teologia, dimostrava chiaramente come la Chiesa di Roma fosse l’unica fondata sulla roccia della certezza dottrinale, garantita da un’autorità infallibile: «Mi ha aperto gli occhi su un fatto», scrisse di nuovo a Wilberforce, «cioè che ho sempre e solo considerato una parte del problema. Ho trovato la regola (nelle tradizioni della Chiesa) ma non il giudice».

Newman nel 1845

L’Arcidiacono, roso da dubbi crescenti che Gladstone si ostinava a non comprendere, nel 1847 finì per ammalarsi gravemente e fu costretto a trascorrere tre mesi a letto. Durante quel periodo la paura di morire, reale o immaginaria, andò a sommarsi alle usuali preoccupazioni sulla stato della propria anima. Fu perciò molto sollevato quando, una volta guarito, poté accostarsi al confessionale, molto probabilmente per la prima volta in vita sua. Per la convalescenza gli fu consigliato di passare del tempo in Italia, a Roma, dove arrivò a fine novembre, non prima di aver assistito, con commossa partecipazione, a diverse celebrazioni liturgiche in Francia.

5. Un cambio di rotta

A differenza di Newman, che mai apprezzò Roma e i romani, col tempo Manning imparò ad amare la Città Eterna nonché a parlare fluentemente l’italiano.

Giuntovi con la curiosità di essere aggiornato sulle ultime novità politiche, per un periodo frequentò Padre Gioacchino Ventura, discepolo di Lamennais, e quei cattolici liberali che gravitavano intorno al Circolo Romano, un’organizzazione di stampo radicale. Nonostante i lunghi colloqui con Ventura, che fu anche il primo a introdurlo alla questione irlandese, Manning era sempre più convinto dell’origine divina della Chiesa cattolica ed era solidale con il Papa che stava attraversando uno dei tanti periodi delicati di quello che si sarebbe rivelato un pontificato difficilissimo: «E’ impossibile non amare Pio IX. Il suo è il volto più inglese che abbia mai visto in Italia». In aprile, insieme ad altri turisti britannici, venne presentato al Papa e il mese dopo gli fu concesso l’onore di un’udienza privata di circa mezz’ora. Per l’Arcidiacono fu un momento particolarmente significativo poiché, parlando col Pontefice, si rese conto – e fu come un fulmine a ciel sereno – che la Chiesa anglicana, nel Continente, era poco conosciuta e stimata, trattata dai più alla stregua di una curiosa setta pagana. Da parte sua Pio IX non dimenticò mai la prima volta che vide Manning, inginocchiato in Piazza di Spagna al passaggio della carrozza papale.

L’Arcidiacono Manning (1844)

Sulla via del ritorno a casa l’Arcidiacono si fermò a Milano per visitare la tomba di San Carlo Borromeo: «Durante la preghiera volevo conferme che San Carlo, incarnazione del Concilio di Trento, avesse ragione e noi torto. Il diacono stava cantando il Vangelo, e le ultime parole, et erit unum ovile et unus pastor, mi colpirono come se non le avessi mai sentite prima».

Nel frattempo le prove a sfavore della Chiesa d’Inghilterra andavano accumulandosi fino a quando, nel 1850, con lo scoppio di quello che giornalisticamente venne bollato come il “caso Gorham”, Manning capì che per lui era venuto il momento di un cambio di rotta esistenziale.

Vicario di Brampford Speke, il Reverendo George Cornelius Gorham era stato destituito dal suo ordinario, il Vescovo di Exter, Henry Phillpotts, per aver negato la dottrina della rigenerazione battesimale. Gorham aveva fatto ricorso al Privy Council che finì per dettare sentenza a suo favore, annullando conseguentemente il provvedimento vescovile. Lo scandalo che ne venne fu notevole: non solo lo Stato interveniva nell’ambito ecclesiastico – prassi del resto diffusa e che già vent’anni prima aveva causato la nascita del Movimento di Oxford – ma addirittura si arrogava il diritto di definire, seppur per via traversa, questioni di natura dottrinale.

Si trattò di un abuso senza precedenti e ciò convinse l’Arcidiacono, nel marzo del 1851, a rassegnare le dimissioni. Dopo un lungo travaglio interiore, trovò la forza per mettere da parte ogni scrupolo residuo nei confronti dei famigliari e degli amici, venendo infine accolto nella Chiesa cattolica il 6 aprile da Padre Brownbill presso la cappella dei gesuiti di Farm Street (fino ad allora nessuno così in alto nella gerarchia anglicana aveva mai imboccato la strada per Roma).

George Cornelius Gorham

Basterebbe solo questo fatto per smentire i tanti che hanno tentato di accusare Manning di essere un “carrierista” o un  “populista”, cioè di appoggiare furbescamente una causa con l’obiettivo esclusivo di trarne un qualche vantaggio personale (l’ha fatto pure Disraeli nel suo romanzo Lothair, del 1870, dove Manning compare nei panni del machiavellico Cardinale Grandison): non solo lasciando l’anglicanesimo egli rinunciò a un incarico episcopale quasi certamente garantito, ma, come sottolinea Robert Gray, «era diventato devoto di Pio IX quando il Papa veniva accusato da tutte le parti di essere un traditore» e «si fece cattolico in Inghilterra quando gli inglesi erano imbevuti di pregiudizio protestante».  Per di più la Chiesa cattolica inglese, la cui gerarchia era stata appena restaurata ufficialmente dal Papa con il breve Universalis Ecclesiae, era all’epoca una risibile minoranza costituita soprattutto da immigrati irlandesi. Inoltre il nuovo Arcivescovo di Westminster, il Cardinale Nicholas Patrick Wiseman, aveva un bel daffare a mantenere la concordia tra i vari vescovi – memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici – e a tenere buoni i “vecchi cattolici”, ossia i discendenti di quelle famiglie che avevano resistito nell’antica Fede durante la Riforma e che ora guardavano con fastidio alle ingerenze di Roma nei loro affari. Infilandosi in un simile ginepraio, solo uno folle avrebbe potuto pensare di assicurarsi una facile carriera…

La vita di Manning prosegue domenica prossima con la Terza Parte, intitolata Il sacerdote.