Il 6 aprile 1520 spirava in Roma il “divino” Raffaello Sanzio da Urbino, che mise il suo genio artistico al servizio di Dio, che gliel’aveva donato, e del Papato Romano, sommo cultore dell’Arte e della Bellezza, la quale, come insegnava Cristina Campo “è teologica … una virtù teologale, la quarta, la segreta, quella che fluisce dall’una all’altra delle tre palesi”.
Così il Vasari nelle Vite racconta il transito del grande artista.

Come cristiano mandò l’amata sua fuor di casa e le lasciò modo di vivere onestamente; dopo divise le cose sue fra’ discepoli suoi: Giulio Romano, il quale sempre amò molto, Giovan Francesco Fiorentino detto il Fattore, et un non so chi prete da Urbino suo parente. Ordinò poi che delle sue facultà in Santa Maria Ritonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove et uno altare si facesse con una statua di Nostra Donna di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte s’elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio e Giovan Francesco, faccendo essecutore del testamento Messer Baldassarre da Pescia, allora datario del Papa. Poi confesso e contrito finì il corso della sua vita il giorno medesimo che nacque, che fu il venerdì santo d’anni XXXVII, l’anima del quale è da credere che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo.

Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ogni uno che quivi guardava. La quale tavola per la perdita di Raffaello fu messa dal cardinale a San Pietro a Montorio allo altar maggiore; e fu poi sempre per la rarità d’ogni suo gesto in gran pregio tenuta.
Fu data al corpo suo quella onorata sepoltura che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice che dolendosi non piagnesse et insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Dolse ancora sommamente la morte sua a tutta la corte del Papa, prima per avere egli avuto in vita uno officio di cubiculario et appresso per essere stato sì caro al Papa che la sua morte amaramente lo fece piagnere.

Tomba di Raffaello al Pantheon

O felice e beata anima, da che ogn’uomo volentieri ragiona di te e celebra i gesti tuoi et ammira ogni tuo disegno lasciato. Ben poteva la pittura, quando questo nobile artefice morì, morire anche ella che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca rimase.
[…] Ebbe Raffaello dal Bembo questo epitaffio

D.O.M.
RAPHAELI. SANCTIO. IOAN. F. VRBINATI.
PICTORI EMINENTISS. VETERVMQ. AEMULO.
CVIVS. SPIRANTEIS. PROPE. IMAGINEIS.
SI. CONTEMPLERE.
NATVRAE. ATQVE. ARTIS FOEDVS.
FACILE. INSPEXERIS.
IVLII. II. ET. LEONIS. X. PONT. MAX.
PICTVRAE. ET. ARCHITECT. OPERIBVS. GLORIAM. AVXIT
VIXIT. AN. XXXVII. INTEGER. INTEGROS.
DIE. NATVS. EST. EO. ESSE. DESIIT.
VII. ID. APRIL. MDXX.

ILLE HIC EST RAPHAEL TIMVIT QVO SOSPITE VINCI RERVM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI

Ed il conte Baldassarre Castiglione scrisse della sua morte in questa maniera:

Quod lacerum corpus medica sanaverit arte,
Hippolytum Stygiis et revocarit aquis,
Ad Stygias ipse est raptus Epidaurius undas;
Sic precium vitæ mors fuit artifici.
Tu quoque dum toto laniatam corpore Romam
Componis miro, Raphael, ingenio,
Atque Urbis lacerum ferro, igni, annisque cadaver
Ad vitam, antiquum jam revocasque decils ;
Movisti Superum invidiam, indignataque mors est,
Te dudum extinctis reddere posse animam,
Et quod longa dies paullatim aboleverat, hoc te
Mortali sprela lege parare iterim.
Sic miser heul prima cadis intercepte juventa,

Deberi et morti nostraque nosque mones.


🔴 ‘Il ritratto di Leone X’ di Raffaello

🔴 Gli Arazzi di Raffaello per la Cappella Sistina

🔴 Il ritratto di Giulio II di Raffaello


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