Tra i personaggi su cui maggiormente si infiggono gli strali della leggenda nera anticattolica – ahinoi anche presso alcuni circoletti cattolici, esperti nella denunzia di lubricità solitamente inesistenti, sui però non vale la pena soffermarsi – vi è certamente Lucrezia Borgia, figlia di Rodrigo Borgia, asceso al supremo fastigio del Romano Pontificato col nome di Alessandro VI. Ogni infamia viene attribuita a questa donna dell’età della rinascenza. A far le giuste vendette di tutta questa paccottiglia di menzogne, destinata al mondezzaio della storia e della critica, contribuisce fra gli altri il seguente articolo di Franco Cardini, noto storico, pubblicato su L’Avvenire, che ci piace riportare e condividere coi Lettori, siano essi amici o nemici.

Anche le 747 lettere della Borgia provenienti dagli archivi di Modena e di Mantova smentiscono le maldicenze che condizionarono la sua storia e la sua memoria. Ne emerge una vita di sincera fede.

Il nome di Lucrezia Borgia ha fatto a lungo indignare i cultori di storia o presunti tali e arrossire le signore e le signorine bennate: bellissima, certo, ma anche debole e immorale strumento nelle mani del padre Rodrigo (cioè di papa Alessandro VI, che l’aveva avuta al tempo del suo cardinalato) e del crudele fratello Cesare; ma giudizi ancora più duri la descrivevano come viziosa, perversa e famosa per i veleni che sapeva distillare e propinare. Alla ‘leggenda nera’ che riguardava lei e tutta la sua famiglia aveva contribuito con decisione la penna di uno storico peraltro celebre, Ferdinand Gregorovius, che vi aveva riversato tutto il suo odio protestante nei confronti del papato. Dopo di lui, il citare i Borgia come esempio di crudeltà e di corruzione divenne per lungo tempo consueto. La storia, si sa, non è un tribunale: non ha la funzione né di assolvere, né di condannare. Ma gli storici e soprattutto i ‘cultori della materia’ che con impegno si assumono tale ruolo sono molti. Tuttavia negli ultimi tempi, studi più accurati e non condizionati dal pregiudizio (va citato fra gli altri il prezioso contributo di Gabriella Zarri) hanno dimostrato come quel fosco ritratto fosse frutto di calunnie.

I molti studi usciti attorno al 2019 in occasione del cinquecentenario della morte della duchessa di Ferrara, spentasi con esemplare, pia serenità il 24 giugno 1519 non ancor quarantenne per un’infezione post partum, hanno restituito alla storia un’immagine ben diversa di una donna e di una governante che, dopo una giovinezza per molte ragioni difficile, aveva saputo mostrare doti di grande equilibrio e di profonda religiosità. Lucrezia scrisse migliaia di lettere di proprio pugno a persone e lei vicine; e ne dettò moltissime più ufficiali per ragioni cancelleresche. Non le possediamo tutte: anzi, ne abbiamo una parte a quel che sembra modesta. È stato comunque messo insieme e pubblicato ora, a cura di Diane Ghi- lardo, un corpus di 747 missive tratte principalmente dagli Archivi di Stato di Modena e di Mantova ( Lucrezia Borgia, Lettere 1494-1529, a cura di Diane Ghilardo, con la collaborazione di Enrico Angiolini; Tre Lune, pagine XLI+754, euro 38,00). Si tratta di un panorama comunque molto ampio, che ci pone fra l’altro dinanzi a importanti questioni storiche, paleografiche e diplomatistiche.

Ad esempio la questione del linguaggio cifrato, studiato sui documenti modenesi e analizzato in questo libro da un affascinante saggio di Patrizia Cremonini, direttrice dell’Archivio di Stato di Modena. Appositi ‘cancellieri cifristi’ si occupavano di redigere volta per volta codici cifrari ai destinatari dei documenti interessati. Le notizie che si possono ricavare da questi documenti sono molteplici: e vanno dalle grandi questioni politiche del momento – il quarto di secolo delle ‘guerre d’Italia’ e dell’avvio della Riforma (e qui certe informazioni di scarso conto, sulla salute dei figli o sulla buona educazione, possono nascondere notizie fondamentali di tipo diplomatico o militare) – ai problemi, agli affetti e alle cure familiari, alle questioni relative all’alimentazione e alla buona salute (veleni a parte, la duchessa una sua competenza in cose botaniche e farmaceutiche ce l’aveva sul serio) sino alla vita spirituale e devozionale, vivissima e sincera in quanto accompagnata da concreti esempio di pietas e di generosità nei confronti dei poveri e degli ammalati.

Molto allontanatasi dal modello morale paterno, aveva scelto come confessore frate Tomaso Caiani, savonaroliano, del quale condivideva l’aspirazione a un rinnovamento della Chiesa e al quale domandava il conforto necessario a sopportare le voci malevole e calunniose che sul suo conto correvano. Vivissimi i suoi interessi culturali: buona esperta di latino classico e anche di greco, Lucrezia, non per nulla amica del Bembo, era molto interessata anche al volgare italico e alle sue potenzialità come lingua scritta. Le sue ultime lettere sono indirizzate alle persone che più le erano vicine: alla cognata Isabella d’Este, al marito duca Alfonso I, al nipote Federico II Gonzaga. I sentimenti che vi sono espressi sono ispirati a una sollecitudine sincera e a una delicatissima discrezione.

Commovente la sua ultima lettera, inviata il 22 giugno 1519 a papa Leone X che pure – in quanto vecchio collaboratore di Giulio II – non aveva mai avuto buoni rapporti né con i Borgia, né con gli Este. Lucrezia narra con rispettosa familiarità al pontefice le sue ultime vicende di salute e con serena lucida consapevolezza gli narra della sua difficile gravidanza che negli ultimi due mesi le aveva procurato disturbi e dolori molto gravi sino al parto, avvenuto il 14 di quel mese. La duchessa era quindi da appena sei giorni madre di Isabella Maria, che le sarebbe sopravvissuta solo di pochi mesi in quanto sarebbe morta nel marzo del 1521, a meno di due anni di età. Sentendosi vicina alla fine della sua esperienza terrena («Cognosco il fine de la mia vita e sento che fra poche ore ne sarò fuori, havendo però prima ricevuto tuti li sancti sacramenti de la Chiesa »), raccomanda alle preghiere del papa la sua anima e la vita del marito e dei figli. Morì come una santa nel primissimo mattino del 24 giugno, nella sua stanza del palazzo ducale affacciata sul ‘cortile grande’. Venne sepolta vestita dell’abito francescano nel suo diletto monastero del Corpus Domini.

Fonte: avvenire.it
Immagine: Lucrezia Borgia come santa Caterina d’Alessandria, particolare di Pinturicchio, Disputa di santa Caterina d’Alessandria, 1492-1494, Sala dei Santi, Appartamento Borgia, Palazzo Apostolico Vaticano/ wikimedia.org