Mentre si celebrano gli 800 anni dal preziosissimo transito di san Domenico di Guzman, fondatore dei Predicatori, ricordiamo uno dei suoi figli più incliti: san Pietro da Verona, inquisitore massacrato dai Catari. Lo facciamo con il racconto del martirio che ne scrisse l’Avvocato Bartolo Longo, terziario domenicano, Apostolo del Rosario nella Valle di Pompei.

Era un bellissimo mattino di primavera. Il sole già in alto, mandava i suoi raggi ad aprire la multiforme famiglia dei fiori; ed un tepido venticello, increspando soavemente le acque del lago di Como, diffondeva per le circostanti ville un profumo balsamico che lambiva dai verdeggianti prati Lombardi. Due Frati Domenicani uscendo da Como, prendeano il cammino per la via che mena a Milano. Il loro andare era grave e lento, come di chi aspetta che altri il raggiunga. I loro sguardi spesso volgevansi al cielo, mentre che la loro bocca aprivasi a cantare Salmi ed Inni e Salutazioni a Maria, invitando così e cielo e terra coll’incantevole sorriso della bella stagione a rendere continue lodi al Signore.
L’un d’essi dal volto maestoso, dalla fronte serena, tutto acceso d’amore delle cose eterne, avea negli occhi un insolito splendore, onde manifestava la potenza di Dio che tutto dentro lo investiva. L’altro più dimesso nel portamento, pallido il viso come di persona cui il cuore è presago d’imminente catastrofe, ma rassegnato e paziente come vero soldato di Cristo, la sua fortezza implorava dal cielo. Sovente il primo confortava il secondo con parole di vita eterna , ed animavalo a dar la vita per Gesù, ripetendo in suono giulivo e dolce: «Oggi andremo insieme in Paradiso».
Quand’ecco giunti che furono al luogo detto della Barlassina, sbucar d’improvviso quattro sicarii armati sino ai denti; ed il più feroce tra quelli mirare al più santo dei due compagni; e con un fiero colpo sul capo stramazzarlo a terra. L’altro Frate, invece di darsi alla fuga , degno figliuolo di quell’eroe Gusmano di cui vestiva le insegne, ponesi in ginocchio, e al cielo volti gli occhi lagrimanti – «Me pure, esclama, o buon Gesù, me pure prendi teco quest’oggi. Non mi disgiungere dal Servo tuo e fratel mio Pietro».
Tacque : la sua prece veniva esaudita. Quattro colpi di pugnale ad un tempo lo lasciarono esangue al suolo.
Il primo ferito, ch’era il più santo, perdendo col sangue la vita, non potendo più profferir parola, raccolse le sue forze, e scrisse il suo testamento col proprio sangue. Intinse il dito nella ferita, e scrisse sull’arena: Credo in Deum quasi dicesse: Muojo per aver difeso Dio. Testamento sublime, cui furon testimoni soltanto quei sicarii e gli Angeli del Paradiso , che menarono a trionfo eterno l’anima del generoso atleta di Cristo.
Ma quel testamento, scritto col sangue proprio, durerà nella memoria degli uomini quanto durerà il mondo, e nell’eternità del cielo quanto durerà Dio.
Chi fossero questi due Frati Domenicani, che si volenterosi fan jattura della loro vita per amor di Gesù, forse il lettore ha intraveduto. L’uno è S. Pietro Martire di Verona, l’altro il B. Domenico suo compagno. Quelle furon le prime parole che fanciullo imparate aveva a scuola cattolica il Santo Martire. Il quale, benché figlio di genitori Manichei, ebbe nondimeno all’età tenera di 7 anni l’impareggiabile coraggio di ripeter loro le prime parole del Simbolo Cattolico, Credo in Deum. E queste furon le ultime parole che chiusero il corso di sua vita mortale tutta spesa in glorioso divino apostolato. Era presso a mezzo del suo corso il giorno 6 di aprile del 1252.
Quale fu la colpa del santo Martire, onde meritò si aspro governo?
Nessuna colpa.
Commise egli mai in vita sua alcun delitto, onde meritarsi l’ira degli uomini e il gastigo di Dio?
Nessun delitto.
Ma dunque perché trucidarlo?
Qual è il titolo della sua condanna, qual è il reato della sua pena?
Non altra se non questa: Egli era Primo Inquisitore, e Frate Domenicano.
E niente altro fuori di questo ?
Niente altro.
Ma forse nei 30 anni ch’egli esercitò cotale officio, decorato dal Sommo Pontefice, confortato dalla stessa B. Vergine, assicurato della sua assistenza, traversando a piedi tutte le contrade d’Italia, convertendo innumerevoli peccatori, riconciliando colla Chiesa eretici, riducendo a pace e concordia frazioni e paesi interi, alleviando gli afflitti, risanando i poveri infermi, spandendo per tutto la potenza dei suoi miracoli, forse che fece uccidere qualche eretico?
Mai non versò sangue altrui: il suo sì bene per discipline, con cui impetrava da Dio la conversione dei più ostinati eretici.
Forse che rinchiuse qualche eretico in carcere? o pure lo sottopose a torture, o straziollo per digiuni?
No, giammai. Ben egli torturava sua carne, cruciavala con cilizio, e fiaccavala con digiuni. Ben egli sostenne dura prigionia, allorquando, visitato più volte dalla Vergine del Cielo con S. Caterina e S. Cecilia, fu vituperosamente calunniato d’introdurre donne in sua cella del Convento di Como. E sì languendo in dura prigione, un di Gesù gli parlò a conforto per un Crocifisso ch’egli colà si avea.
Sua condanna firmarono gli eretici Manichei in odio della fede di Cristo e dell’ubbidienza al Papa, ch’egli con voce quasi onnipotente predicava ovunque. Più non sostennero i nemici di Cristo che quest’uomo tirasse alla Chiesa quanti mostri d’inferno in lui s’iscontrassero. Ed il Signore in premio gli rivelò il giorno in cui lo avrebbe coronato con un glorioso martirio.
L’esecrazione universale tenne dietro al nefando assassinio; e la benedizione del Cielo piovve sulla tomba del Frate Domenicano, Pietro da Verona, e tramutolla in probatica piscina. Al tocco di quel sepolcro non fu cieco che non avesse il vedere; non fu attratto che non ricuperasse le membra , non fu zoppo che non acquistasse l’andare, non fu mutolo che non sciogliesse sua lingua alle lodi di Dio e del suo Santo Martire. Furon tali e tanti i prodigi che avvenivano su quella tomba, che il Papa Innocenzo IV in meno di un anno dall’assassinio, lo canonizzò Santo.
Ed oh misericordia infinita di Dio! Lo stesso suo carnefice, che avea nome Carino, tratto anche egli dalla curiosità e dalla meraviglia di tante nuove, peritoso e trepidante si appressò a quella tomba. Allora una voce arcana, come di uomo vivente, usci fuora da quell’arca, e penetrò il cuore del sacrilego omicida. Il santo Inquisitore anche morto avea trionfato dei nemici dell’Inquisizione. Gittate le vesti di sicario, Carino indossò le abborrite lane di frate Domenicano. Lavò con le sue lacrime le macchie delle sue colpe; implorò il perdono dal potente Proto-Martire, da lui sacrificato; fu penitente e divenne Santo anch’esso. Ed oggi quel truce scherano degli eretici, l’assassino del Santo Inquisitore Domenicano, è venerato presso l’Ordine intero dei Predicatori col titolo di Beato Carino e il suo nome ha una venerazione popolare a Forlì.
Corsero già meglio di seicento anni, e la memoria di cotal fatto ripete ogni anno la Chiesa universale nel dì 30 di Aprile, sacro alla festa del Santo Martire Domenicano Pietro da Verona, cui Chiesa Santa appella Proto-Martire della S. Inquisizione, lume della Fede, terrore degli eretici, norma di Religione.
Ecco il modello dei Domenicani Inquisitori. E sulle orme di San Pietro Martire legioni di Frati Predicatori lo seguitarono nell’Officio di Sacri Inquisitori.
Questi pacifici Inquisitori della fede valicarono fiumi ed Oceani, s’ inerpicarono per balze e dirupi, trapassarono foreste e deserti, ovunque predicando la Scienza divina del Vangelo e le Rose santificanti di Maria.
La Germania, la Francia, la Scozia, le Russie, l’Italia furono inondate dalle pacifiche predicazioni e dalle sante Inquisizioni dei seguaci di Pietro da Verona. Il Beato Enrico Susone, S. Vincenzo Ferreri, il B. Giacomo da Bevagna, San Raimondo di Pennafort, sono nominati a tutto il mondo e furono santi Inquisitori. Altri Fratelli con l’Angelico saluto di Maria ammansarono gl’indomabili figliuoli di Cam, e con San Ludovico Beltrando e col B. Domenico di Annadon ed altri nelle Indie e nel Tonchino, trapassando l’Oceano, giunsero in terre nuove e mondo nuovo a piantarvi il vessillo della Croce infiorato dal Rosario di Maria, bagnando la Terra d’Islam, dei Bonzi e dei Bramini del proprio sudore e del proprio sangue, sparso a suggello di quella fede che essi predicavano.
Ecco i Frati Domenicani Inquisitori qual bene han fatto. Ecco chi sono i Frati, spregiati quali piante sterili ed esose nella società, anzi esecrabili pel S. Officio!

(Bartolo Longo, S. Domenico e l’inquisizione: al tribunale della ragione e della storia, Scuola Tipografica Editrice Bartolo Longo, Valle di Pompei, 1888, pp. 200-203)
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

Immagine: Giorgio Vasari, Il martirio di san Pietro da Verona, 1570, Kunsthistorisches Museum, Vienna / wikimedia.org