L’insigne storico Marcelino Menéndez Pelayo parlando della sua patria scrive: “España, evangelizadora de la mitad del orbe; España martillo de herejes, luz de Trento, espada de Roma, cuna de San Ignacio; ésa es nuestra grandeza y nuestra unidad; no tenemos otra”. Ma da cosa discendono tante glorie accumulate nel corso del tempo? Dalla predicazione che vi fecero gli Apostoli certamente, ma soprattutto dall’essere la sua unità nazionale fondata sul sangue di un martire, sul sangue di Ermenegildo, decapitato per la fedeltà alla fede nicena il 13 aprile 585. San Gregorio Magno, contemporaneo ai fatti, li racconta nei suoi Dialoghi.

Il re Ermenegildo, figlio di Leovigildo, re dei Visigoti, fu convertito dall’eresia Ariana alla fede cattolica dalle prediche del venerabile Leandro, vescovo di Siviglia, al quale io sono legato da molto tempo da stretta amicizia. Il padre, Ariano, per farlo ritornare alla medesima sua eresia, si sforzò di guadagnarlo con promesse e di atterrirlo con minacce. Ma rispondendo egli con incrollabile fermezza di non potere abbandonare mai la vera fede dopo averla conosciuta, il padre irritato lo privò del regno e lo spogliò di tutti i beni. Ma non avendo neppure così potuto scuotere il suo coraggio, lo rinchiuse in una angusta prigione, stretti il collo e le mani con ferri. Il giovane re Ermenegildo cominciò allora a disprezzare il regno terreno e a cercare con ardente desiderio quello celeste, e, coperto di cilizio, giacente fra le catene, a indirizzare preghiere a Dio onnipotente perché lo fortificasse; inoltre a disprezzare tanto più sublimemente la gloria del mondo che passa, quanto più aveva riconosciuto nella sua prigione il nulla di ciò che può essere rapito.
Al sopraggiungere poi della festa di Pasqua, il perfido padre gli mandò nel silenzio profondo d’una notte un vescovo Ariano, affinché ricevesse la comunione eucaristica dalle sue mani sacrileghe, e con ciò meritasse di rientrare nella grazia paterna. Ma egli, consacratosi tutto a Dio, appena gli si avvicinò, rimproverò, come doveva, il vescovo Ariano, e respinse da sé, con giuste rimostranze, tanta perfidia; perché, sebbene esternamente giacesse legato, dentro di sé però si teneva sicuro in tutta l’elevatezza dell’anima. Ritornato pertanto a lui il vescovo, l’Ariano padre fremé di rabbia e mandò subito dei suoi sicari ad uccidere lì stesso dove giaceva, il fortissimo Confessore di Dio; il che venne eseguito. Infatti, appena entrati, gli spaccarono la testa con un colpo di accetta; ma togliendogli così la vita del corpo, non valsero a uccidere se non ciò che l’eroica vittima aveva costantemente disprezzato nella sua persona. A dimostrare la sua vera gloria, non mancarono prodigi e miracoli. Poiché nel silenzio della notte cominciò subito a sentirsi un canto di salmi presso il corpo del medesimo Re e Martire; tanto più veramente Re, in quanto che fu Martire.
Alcuni narrano anche che di notte tempo vi apparirono delle lampade accese; onde avvenne che. il suo corpo cominciò giustamente a venerarsi da tutti i fedeli come di un Martire. Il perfido padre, poi, e parricida, tocco da pentimento, deplorò ciò che aveva fatto, ma però non si pentì fino ad ottenere la salvezza. Poiché riconobbe sì la fede cattolica essere la vera, ma trattenuto dal timore del suo popolo, non ebbe il coraggio di convertirsi. Caduto malato e ridotto agli estremi, si fece premura di raccomandare al vescovo Leandro, che prima aveva crudelmente perseguitato, il re suo figlio Reccaredo, che lasciava nell’eresia, affinché colle sue esortazioni operasse anche in lui quanto aveva fatto col fratello. Fatta questa raccomandazione, morì. Dopo la sua morte il re Reccaredo, seguendo non il perfido padre, ma bensì il fratello Martire, abiurò gli errori dell’eresia Ariana, e condusse alla vera fede tutta la nazione dei Visigoti, non permettendo di militare nel suo regno a nessuno il quale non temesse di essere nemico di Dio restando infetto d’eresia. Né è a meravigliare che il fratello d’un Martire divenisse predicatore della vera fede; i meriti di lui lo aiutano ancora a ricondurre in grembo alla Chiesa di Dio onnipotente tanti altri.

Fonte : divinumofficium.com
Immagine: Francisco Herrera il Giovane, Trionfo di Sant’Ermenegildo, 1654, Museo Nacional del Prado, Madrid / wikimedia.org