di Luca Fumagalli

Si conclude con questo quarto articolo una breve biografia del cardinale inglese Henry Edward Manning (1808-1892), l’amico-nemico di J. H. Newman, famoso per le posizioni dottrinali intransigenti e per essere stato con le sue opere a sostegno dei più poveri e degli emarginati uno degli ispiratori dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.

Per chi si fosse perso i precedenti articoli:

1- Il periodo anglicano

2 – La conversione

3 – Il sacerdote

Prima di iniziare, per approfondire la figura di Manning e quella di molti altri intellettuali del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

9. Arcivescovo di Westminster

Dopo la scomparsa di Wiseman nei primi mesi del 1865, la questione di chi gli sarebbe succeduto in qualità di Arcivescovo di Westminster rimase senza soluzione per dieci settimane. Manning, che non sperava nulla per sé e che temeva che quella “ultramontana” fosse una parentesi ormai conclusa, caldeggiava la nomina di Ullathorne: nonostante le diverse opinioni, a suo dire il Vescovo di Birmingham rimaneva l’unico in grado di guidare con mano ferma il piccolo gregge cattolico in una realtà che gli era ancora ostile. Da parte sua il Capitolo di Westminster propose a Roma tre nomi, ovvero quelli del Vescovo Clifford di Clifton, del Vescovo Grant di Southwark e di George Errington, l’ex braccio destro di Wiseman, che nel frattempo aveva rifiutato la nomina ad Arcivescovo di Port of Spain, sull’isola di Trindad. Dal momento che Clifford e Grant si chiamarono fuori quasi subito, il “cisalpino” Errington rimase l’unico in lizza; Pio IX, quando venne a conoscenza della cosa, andò su tutte le furie: «Questa è un offesa!».

Se i “vecchi cattolici” inglesi e la gerarchia irlandese premevano per Errington, Propaganda Fide preferiva Ullathorne (anche se più tardi il Cardinale Barnabò, intuendo le intenzioni del Papa, passò a sostenere Manning). Lord Palmerston, il primo ministro britannico, fece sapere che la scelta di Clifford o Grant sarebbe stata egualmente soddisfacente per il governo, tanto che anche il Cardinale Antonelli, Segretario di Stato del Papa, si risolse ad appoggiare la candidatura di Clifford.  

Fu quindi una sorpresa per tutti, Manning compreso, quando in primavera Pio IX espresse la decisione di fare di lui il nuovo Arcivescovo di Westminster, persuaso sia dalle qualità pratiche che della solidità dottrinale dell’ex Arcidiacono.

I vescovi inglesi attorno a Manning in una fotografia del 1873.

Convinto che fosse vitale collaborare con gli altri vescovi ed evitare – quando possibile – inutili scontri, Manning volle dapprima dedicare tutte le energie al consolidamento della propria diocesi. Dopo la consacrazione episcopale, avvenuta l’8 giugno per mano di Ullathorne, approvò il progetto per la costruzione della nuova cattedrale di Westminster, che sarebbe stata completata solo dopo la sua morte; favorì poi l’istituzione di un sistema di scuole primarie in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie fedeli a Roma, e fece costruire anche orfanotrofi e riformatori, animato dal desiderio di strappare i fanciulli cattolici dalle grinfie della famigerate Workhouse protestanti.

Su scala nazionale promosse invece vaste campagne a favore dell’astensionismo dall’alcol, una piaga che allora affliggeva la classe operaia, e col tempo accrebbe pure il suo interesse per la questione irlandese. Oltre a stabilire contatti con l’Arcivescovo Cullen di Dublino, utilizzò in più di una occasione le sue conoscenze politiche per indirizzare il governo britannico verso la concessione di una maggiore autonomia all’isola.

In realtà nei confronti dell’Irlanda il suo atteggiamento fu sempre piuttosto ambiguo: Manning aveva a cuore la tutela dei diritti del popolo irlandese – lo dimostra la Letter to Earl Gray (1868), il pamphlet più infuocato che scrisse – ma gli interessi della Chiesa e la stabilità dell’Impero britannico avevano comunque la proprietà. Soprattutto temeva che in Irlanda il movimento nazionalista, al pari di quello italiano, potesse prendere una piega anticattolica, e nella sua testa “feniano” e “mazziniano” divennero presto perfetti sinonimi.

“I fioretti di San Francesco” tradotti da Manning (edizione del 1915)

L’Arcivescovo era così coinvolto nella vita pubblica nazionale che nel 1869 lo «Spectator» avanzò l’ipotesi di nominarlo pari del regno, un episodio che la dice lunga su come l’integrazione sociale dei cattolici stesse procedendo a grandi falcate.

Sul fronte dottrinale non passò molto tempo prima che Manning si trovasse coinvolto in nuove polemiche. Se già nel 1864 aveva invitato con successo il Sant’Uffizio a condannare il gruppo ecumenico noto come Association for the Promotion of the Unity of Christendom (APUC), nell’autunno del 1865 un nuovo libro di Pusey offrì a Newman il pretesto per attaccare gli “ultramontani”. W. G. Ward aveva pronta una risposta al fulmicotone e fu solo grazie all’intervento di Manning se non venne mai pubblicata. Il nuovo Arcivescovo invitava alla moderazione anche perché nel frattempo era impegnato in prima persona a ostacolare l’ennesimo tentativo degli oratoriani di aprire una loro sede a Oxford. Da sempre contrario a una mescolanza degli studenti cattolici con quelli protestanti, Manning invocò l’intervento di Propaganda Fide che nel 1867 dettò sentenza a suo favore. Questo e altri episodi simili contribuirono a incrementare ulteriormente la distanza tra lui e Newman, attorno al quale cominciarono a coalizzarsi i suoi oppositori.

10. Il Concilio Vaticano e l’azione sociale

Nonostante non fosse ancora stato nominato Arcivescovo, nell’arile del 1865 Manning fu uno dei pochi prelati a ricevere da Pio IX una lettera confidenziale in cui il Pontefice annunciava l’intenzione di convocare un Concilio. Cinque anni dopo, nell’aula conciliare l’ex anglicano fu tra i più strenui sostenitori del dogma dell’infallibilità pontificia di contro al vescovo Dupanlup di Orleans e agli altri che, come lui, ritenevano un simile pronunciamento inopportuno, che avrebbe sicuramente contribuito a inasprire i rapporti tra la Santa Sede e i governi europei e a tenere ancora più lontani i protestanti e gli scismatici orientali dalla Vera Chiesa. Newman, così come la maggioranza dei fedeli inglesi, la pensava allo stesso modo; ciononostante l’Arcivescovo di Westminster non si fece intimidire e, appena giunto a Roma, con lo zelo di un San Carlo fece in modo che gli schemi sull’infallibilità fossero dibattuti il prima possibile (perciò venne ribattezzato dai più maliziosi “il diavolo del Concilio”). Il 25 maggio il suo lungo discorso di quasi due ore fu accolto dall’entusiasmo generale: Manning sottolineò come lui fosse l’unico convertito presente al Concilio e che la dottrina dell’infallibilità non avrebbe allontanato i protestanti dalla Chiesa, anzi, li avrebbe attratti come una luce in mezzo all’oscurità e al caos della modernità.

Alla fine venne approvata una formula più restrittiva rispetto a quella auspicata dall’Arcivescovo, ma questo non gli impedì di tornarsene a Londra da vincitore, seppure con qualche nemico in più. La sua amicizia con Gladstone, benché di lungo corso, non sopravvisse alle polemiche scatenate in Inghilterra dagli “anti-papisti”, mentre la Letter to the Duke of Norfolk di Newman, intesa a minimizzare l’entusiasmo “ultramontano” per il Concilio, non fece altro che gettare nuova benzina sul fuoco, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di una Chiesa poco coesa al suo interno (altre contese sorsero con l’ex amico in occasione della sua elevazione al cardinalato, nel 1879, ma ormai tra lui e Manning non vi era più affetto né stima).

“Ci sono solo due opzioni: Dio e noi stessi; e noi dobbiamo scegliere tra l’uno o l’altro”

I toni più estremi l’Arcivescovo preferì riservarli per condannare il Risorgimento italiano. Nel 1870, a seguito della presa di Roma, ciò non lo trattenne comunque dal criticare la politica d’inerzia dei cosiddetti “miracolisti”, invitando la Santa Sede a trovare una qualche forma d’accordo con Vittorio Emanuele II.

In Inghilterra il pugnace Arcivescovo si dedicò principalmente a scrivere sermoni e articoli in difesa del Papa e della Chiesa, provvedendo pure alla fondazione di nuovi seminari per garantire ai candidati al sacerdozio una preparazione adeguata, concorrenziale a quella offerta dai gesuiti, un ordine con cui da tempo non era più in buoni rapporti. Le sue idee sul sacerdozio, «il più alto stato di perfezione nel mondo», vennero successivamente raccolte nel libro The Eternal Priesthood (1883), un classico della spiritualità cattolica.

Intransigente per quanto riguardava i princìpi, negli affari del mondo Manning era più pragmatico, pronto a tradurre la parola in azione e a cogliere l’opportunità migliore per avvantaggiare la causa cattolica. Se mai fu machiavellico – accusa che Disraeli gli rinfacciò nuovamente in un altro romanzo, Endymion (1880), meno sferzante del precedente – lo fu non per un qualche vantaggio personale ma per la maggior gloria della Chiesa. Si spese per salvaguardare il diritto a esistere delle scuole religiose – una battaglia che portò avanti in alleanza con altre denominazioni cristiane – e tentò, per quanto inutilmente, di fondare un’università cattolica; combatté inoltre la prostituzione, si oppose alla vivisezione degli animali e continuò la sua lotta contro l’alcolismo fondando la League of the Cross, un movimento che nei suoi stilemi organizzativi para-militari anticipò – più che imitò – l’Esercito della Salvezza di William Booth.

Il dottor Adler, rabbino capo dell’Impero britannico, ringrazia Manning per aver soccorso i rifugiati ebrei cacciati dalla Russia tra il 1881 e il 1882.

Sul fronte economico Manning aveva scarsa simpatia per i teorici del laissez-faire ed era fermamente convinto che il sistema capitalista dovesse essere riformato al più presto, altrimenti prima o poi sarebbe scoppiata una terribile rivoluzione. Per lui era la società che doveva servire l’uomo e non viceversa: «Il suo astio per i dogmi sociali», scrive Robert Gray, «era evidente tanto quanto il suo amore per quelli religiosi».

La causa per la tutela dei poveri e degli oppressi avvicinò Manning a John Ruskin, di cui fu ammiratore e amico, mentre il pio desiderio di convertire a Cristo gli intellettuali vittoriani lo portò a prendere parte agli incontri della Metaphysical Society. Al contrario l’intellighenzia cattolica non smise mai di considerarlo con sospetto per il suo forte attaccamento a Roma, giudicato eccessivo e sconveniente. Il poeta Coventry Patmore fu il più volgare quando osò definirlo «un’anima piccina».   

Nel 1875 Manning ricevette la berretta cardinalizia. La promozione giunse sorprendentemente in ritardo essendo attesa già all’indomani della sua nomina ad Arcivescovo. Probabilmente la condotta troppo battagliera al Concilio costrinse il Papa a temporeggiare ancora per un po’, volendo evitare di dare ai detrattori l’impressione che il cardinalato a Manning fosse solo una ricompensa per il suo impegno a sostegno dell’infallibilità, nulla più che un quid pro quo. Ciò che è certo è che al conclave che seguì la morte di Pio IX, Manning non fu mai seriamente in lizza per diventarne il successore (ottenne forse uno o due voti e ciononostante fu l’inglese più vicino al papato dai tempi di Nicholas Breakspear). D’altronde lui stesso era consapevole che in un simile frangente storico la scelta migliore sarebbe stata quella di un Pontefice italiano, cosa che puntualmente avvenne con l’elezione di Leone XIII.

L’ultimo ricevimento a cui partecipò il Cardinale Manning (1891). Il porporato sta parlando, sulla sinistra, col Duca di Norfolk, mentre sulla destra si scorge la figura di Herbert Vaughan, successore di Manning alla sede di Westminster.

11. Tempo di bilanci

Anche se negli ultimi anni di vita lasciava di rado il palazzo di Westminster, Manning continuò a spendersi per i cattolici, intervenendo nel dibattito pubblico a favore della religione e contro gli errori della modernità. Per il Cardinale, poco avvezzo all’ozio, le decisioni politiche e quelle morali erano semplicemente inseparabili: questo è quello che aveva in mente quando a un giovane Belloc disse che «tutti i conflitti umani in ultima analisi sono teologici».

Una delle prove più forti della fiducia che i fedeli nutrivano in lui si ebbe in occasione dello sciopero al porto di Londra, nel 1889. Migliaia di operai – tra cui un gran numero di cattolici irlandesi – presero a protestare a motivo dei salari troppo bassi e si decisero a interloquire unicamente con Manning. Dopo aver parlato alla folla, questi venne nominato rappresentante degli scioperanti per condurre le trattative con il governo. La situazione fu risolta così brillantemente che nel maggio dell’anno seguente, in occasione della festa del lavoro, il ritratto del Cardinale venne portato in processione per le strade di Londra accanto a quello di Karl Marx (un “onore” in verità poco gradito a Manning).

Se l’opera del Cardinale inglese, al contrario di quanto sostenuto da alcuni, non fu la principale fonte d’ispirazione dell’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, il suo esempio contribuì perlomeno a evitare che Roma assumesse una posizione troppo reazionaria sulla questione sociale.  

Esposizione della salma di Manning nel palazzo arcivescovile

Al netto dei molti meriti, Manning ebbe anche grossi limiti. Lo spirito incline all’azione lo spingeva a volte a seguire più l’emozione che la ragione, così come nei dibattiti dottrinali interni al cattolicesimo la sensazione diffusa è che si limitasse a considerare gli avversari, solo per il fatto di avere opinioni differenti dalla sue, nemici della Verità di Cristo e della Chiesa. Allo stesso modo il donarsi completamente agli altri gli impedì, paradossalmente, di avere amici intimi: fu un prelato fondamentalmente solo e nemmeno i pochissimi che meglio lo conobbero riuscirono mai a penetrare la corazza della sua proverbiale riservatezza.

Almeno una cosa è comunque incontestabile: con la sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1892, si chiuse una delle parentesi più radiose del cattolicesimo inglese degli ultimi due secoli.